Rifugi Culturali


Di chi sono le Alpi? Di chi sono le Dolomiti?

19 apr 2012, di Redazione
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IL NUOVO ARTICOLO DI RIFUGI CULTURALI CI ARRIVA DALLA REDAZIONE DI UNA DELLE RIVISTE PIU’ DURATURE E ATTENTE ALLA CULTURA DELLE TERRE ALTE, ALPINISMO GORIZIANO, DIRETTA DALL’AMICO MARKO MOSETTI. IL TESTO E IL REPORTAGE FOTOGRAFICO SONO FIRMATI DA DUE GRANDI VOCI DELL’ALPINISMO ITALIANO.

Testo di Silvia Metzeltin
Foto di Manrico Dell’Agnola

Anticipo la parte malinconica della mia percezione. Dopo aver partecipato a due convegni, le Alpi, le Dolomiti, non so di chi siano. Forse sono di tutti, forse dei residenti vecchi e nuovi, ma temo che non siano più anche mie, benché lo siano state per una vita.
Erano per me un possesso non giuridico, bensì sentimentale, libero, condiviso con gli abitanti e con i compagni di passione alpinistica. Ma adesso?
Come alpinista ho l’impressione di appartenere a una razza in estinzione.Avremmo dovuto occuparci prima del tema delle appartenenze, per salvare la nostra nicchia ecologica, magari creando congrue alleanze. Oggi dovremmo darci da fare per essere almeno considerati parte integrante di una biodiversità da salvare: una biodiversità in cui oltre a fiori, alberi, orsi, lupi e farfalle siano compresi anche gli umani.
Non scherzo. Sedersi a convegni durante giornate di bel tempo autunnale non sarà il massimo, ma permette di capire un po’ quanto stia succedendo sulle “nostre” montagne, a nostra insaputa e grazie alla nostra distrazione. Ci offre il confronto con aspetti della nostra passione che abbiamo acriticamente ritenuto ovvi, ma che ora vengono messi in discussione dal mondo esterno. Forse grazie all’informazione e alla conoscenza offerta da convegni specifici possiamo ancora assumere una posizione, difensiva e propositiva; anche per questo e non solo per cultura, ha senso sapere di come altri discutano sul futuro della montagna.
Mi sembra inutile nasconderlo: tra dittatura del mercato e giochi di potere, noi alpinisti siamo avviati a essere perdenti, in buona compagnia dei montanari. Senza badare troppo, né alla “libera circolazione delle persone e delle idee”, né alla “democrazia partecipata”, in nome di una “sostenibilità” che nessuno sa di preciso come si applichi, si profilano interventi che nell’attuazione paiono favorire alcune tasche già ben fornite, per lasciare altri a contendersi le briciole con i danni.
L’attività alpinistica autonoma e responsabile, accettazione del rischio compresa, ma anche la gestione del territorio da parte degli abitanti, stanno per essere sempre più compromesse da burocrazie in apparenza ben intenzionate, ma contraddittorie e confuse. Le statistiche su cui si basano vari progetti appaiono “creative” nelle interpretazioni. Basta trascurare qualche dato e il modellino può cambiare. Per esempio, tralasciare che l’alpinismo faccia parte della Storia delle Alpi crea una distorsione della realtà. Non vi pare? È purtroppo vero che noi alpinisti siamo stati non solo distratti, ma anche il volano per un mercato che oggi insidia la nostra autonomia, ancor prima nell’immaginario che nella pratica.

Il convegno DOLOMIA 2011, incontro biennale delle Guide Alpine delle Dolomiti, ha riunito a La Ritonda nelle Pale di San Martino (18/19 settembre 2011) un centinaio di partecipanti, per approfondire i problemi della categoria professionale.
I temi giuridici, presentati con chiarezza da giuristi e magistrati, riguardano anche altre forme di frequentazione non professionale della montagna, come la mia, e, credo, come quella della maggior parte dei soci del CAI. Non riassumo tutte le possibilità di finire in sanzioni e galere, che solerti legislatori hanno previsto per chi vada in montagna a qualunque titolo: si sappia che il vero rischio dell’Alpe consiste nel muoversi senza avvocati e senza aver pagato assicurazioni, visto che scivolare dal colposo al doloso è più facile che scivolare sulla neve. Ho pensato che bisognerà chiedere la firma di un consenso informato a ogni ipotetico compagno di gita – e che manderei legislatori e magistrati a un corso di alpinismo in montagna!
Le Guide Alpine presenti, dopo aver seguito con un certo fatalismo diatribe come il considerare o meno le ciaspole quali attrezzi alpinistici con relative conseguenze giuridiche, sono andate a cercar sollievo in scalate sulle belle rocce delle Pale. Ritengo che ci voglia molto coraggio e molta passione per dedicarsi oggi al loro lavoro. Io avrei paura, ma della Legge e dei suoi tutori.

DI CHI SONO LE ALPI? era invece il tema del VI incontro internazionale organizzato dalla Rete Montagna, che fa capo alla Fondazione Angelini di Belluno, dal 22 al 24 settembre ad Agordo. Ogni due anni ricercatori delle Università ed Enti partecipi della Rete si riuniscono in modo appassionato e amichevole, per presentare e discutere le loro ricerche e iniziative. Questa volta, anche la designazione di una parte delle Dolomiti quale “patrimonio UNESCO” ha contribuito a focalizzare il tema.
Sottolineo che il convegno era aperto, senza quota di partecipazione, a ingresso libero, gestito dall’Università di Padova e dalla Fondazione Angelini, appoggiato con generosità dal volontariato agordino – comprese le specialità gastronomiche.
Naturalmente qui si può dare solo un’idea generale del convegno: alla Fondazione Angelini a Belluno sono disponibili gli “abstracts”, cioè i riassunti programmatici degli interventi; seguiranno gli Atti completi.
Allora: di chi sono le Alpi e le Dolomiti? Come si configura la gestione UNESCO?
Accorati erano gli interventi degli amministratori locali, preoccupati e diffidenti, visto che si sono confrontati addirittura con lo smantellamento di servizi di base come scuola, sanità, trasporti. Ovvio che seguano con un certo scetticismo i relatori dall’impostazione più politica, i quali “per il loro bene” prospettano iniziative che di solito passano sopra le loro teste. Ammettiamolo: il terreno della discussione era minato, fatto che tuttavia ha contribuito a renderla stimolante.
Benché i concetti di territorio e risorse abbiano prevalso su quello di possesso, le interpretazioni erano diverse e spesso inconciliabili, tra l’altro a causa delle diverse scale a confronto, dove esigenze locali e regionali si scontrano con interessi nazionali e visioni sovrannazionali. Anche se risultava chiara la tendenza a riconoscere una specificità per le Alpi, di tipo indennitario e legato a proprietà comunitarie, questa specificità potrebbe sfociare nella costituzione sia di una “Macroregione alpina”, sia di uno “spazio alpino europeo” su cui gravitano i programmi di collaborazione Interreg, andando oltre i confini nazionali.
Poi nella pratica ci sono molte sfaccettature, di tipo socio-politico e di tipo economico. Ci sono interventi sull’inadeguatezza della Legge sulla Montagna, sulle norme confuse e variabili (nel tempo e nello spazio) per i vincoli ambientali, sull’ignoranza progettuale della pianificazione urbanistica, su contese e conflitti del fenomeno turistico. Chiarezza solo nel campo micologico: le tessere rilasciate per la raccolta dei funghi oramai fruttano ai Comuni più del legname e sembrano essere un’entrata garantita.
La pianificazione influenza l’immagine che ci si fa del territorio. Ma per chi si pianifica? In generale, i piani territoriali ignorano le esigenze degli abitanti, sembra perfino che gli abitanti non esistano. Nell’immaginario distorto che ne consegue è significativo che in un bel concorso per le scuole sul tema delle Dolomiti i ragazzi abbiano ignorato sia gli animali domestici sia gli alpinisti. Primeggiano l’orso e le manifestazioni sportive. Gioco fatto per la pianificazione turistica: le Dolomiti, le Alpi in generale, diventeranno un magnifico parco giochi per il turismo di massa. Ma basterà per salvare la montagna dallo spopolamento? È probabile che la gestione oculata del flusso turistico costituisca in ogni caso la sfida maggiore per le Dolomiti UNESCO.
Più che decisione politica dall’esterno, dovrebbe però intervenire la “decisione partecipata” dei montanari stessi, già in fase di progettazione. Non è facile, non funziona sempre, ma qualche volta sì: la vivace relazione sulla pur sofferta decisione di San Vito di Cadore in opposizione a nuovi impianti di collegamento sciistico ha mostrato un bell’esempio di accordo raggiunto tra interesse privato e bene pubblico, grazie anche a una buona facilitazione informativa.
Cosa in realtà sarà sostenibile per chi viva il suo futuro in montagna dovrebbe venir deciso dal montanaro stesso. Perciò la partecipazione dovrà precedere la decisione politica e per questo bisognerà facilitare le informazioni in forma comprensibile, magari anche applicando sistemi di interazione informatica al territorio. Tuttavia per attivare la voglia di partecipazione occorre contrastare la resistenza all’innovazione di molti montanari, non solo fornire “autostrade informatiche” che comunque per ora non ci sono. Inoltre occorre tener presente che i vari “Piani di gestione” risultano di solito inefficaci perché non sono in grado di cogliere la complessità intrinseca dell’ambiente montano. Il rapporto tra Economia ed Energia, illustrato sulla base della problematica ecologica degli impianti idroelettrici, mostra l’imprescindibilità di uno stile di vita più sobrio e con riduzione dello spreco energetico. La relazione coinvolgeva in un certo senso le montagne del mondo, ma a me è venuto subito da pensare a chi pretende (e a chi concede) le docce calde nei rifugi alpini. Il relativo richiamo alla mancanza di correlazione tra felicità e produzione di ricchezza dovrebbe sfondare porte aperte presso gli alpinisti. Ma il discorso economico considera gli incassi, dai “pass” per i funghi all’imposizione tariffaria dell’acqua potabile, al mercato istituzionale del carbonio. Ha risvolti economici anche il tema delle “seconde case”, sovrabbondanti proprio in Italia, con i problemi che ne conseguono per i Comuni. D’altra parte lo spopolamento e abbandono delle Alpi non è ineluttabile e l’insediamento di coloro che scelgono di vivere in montagna, con nuove forme di residenze stabili o temporanee, pendolari con le città o con telelavoro, è in aumento, in particolare nel settore alpino occidentale. Si insedia l’emigrante di ritorno, spesso anziano, ma anche chi fugge le città in cerca di qualità di vita, innescando nuove dinamiche antropologiche.
Le Dolomiti UNESCO si trovano nella morsa tra tutele, vincoli e invasione turistica, desiderata e temuta nel contempo. La designazione “seriale” di aree “recintate” pone l’interrogativo di come gestire quelle  fuori del recinto. Non sarà facile frenare la monocoltura del turismo di massa, incrementato dalla visione ministeriale di “Museo a cielo aperto”, ed evitare la riduzione delle Dolomiti a parco giochi, mediante l’offerta di pacchetti di fruizione collettiva del tempo libero.
Impostare e sviluppare questo turismo in forma intelligente dipenderà però dalle opportunità concrete di cui disporranno fin d’ora i montanari, in particolare dalla presenza di efficienti servizi pubblici di base. Solo allora essi potranno integrarvi con innovazioni e in modo redditizio le attività agro-pastorali e commerciali. Noi alpinisti dovremo stare al loro fianco, favorendo gli scambi di conoscenze e cessando la frequentazione “mordi e fuggi”: forse così anche la cultura dell’alpinismo tornerà ad essere arricchimento reciproco e condiviso.

Silvia Metzeltin

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Rifugi Culturali / L’articolo è tratto da
Alpinismo Goriziano – ANNO XLV – N.4 – OTTOBRE-DICEMBRE 2011 – Per gentile concessione della Redazione. Le foto sono tutte di Manrico Dell’Agnola > www.manricodellagnola.com >> A breve sarà nelle librerie il suo secondo libro, dopo il meritato successo del primo – oggi esaurito – dal titolo Uomini fuori posto (2002 Rocciaviva Editore).

Le Dolomiti nelle foto di Manrico Dell'Agnola


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  • Gigi

    grazie Silvia, una riflessione che ci fa pensare quanto veloci spesso passiamo tra le nostre montagne.
    Gigi. Trento

  • alberto

    Mi trovavo in val Canali, alla Ritonda e dintorni, a rimirar le pareti, rimacinando ricordi e ridimensionando propositi. Un giorno mi recai alla base della parete del Sass Maor, piuttosto sconvolta da canaloni e frane. In  novembre , nelle nebbia, una fetta di tale parete crollò, sconvogendo la parte iniziale di alcune vie. Morale: le Dolomiti sono della Terra  e seguono le leggi dell'erosione. Noi omenetti scriviamo montagne di relazioni dettagliate, chiodiamo , ci arrovelliamo in considerazioni e poi...tracchete:tutto da rifare . Chissà tra qualche centinaio d'anni.Ma in fin dei conti è un bene, così si rinnovano vie e si continua a scrivere, pensare e sognare!

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