Rifugi Culturali


1 lug 2011, di Redazione

Lunga vita al(la) climber! Quanto contano età e sesso in arrampicata? – 2

MEETING | RENDEZ-VOUS HAUTES MONTAGNES | ENGELBERG

di Gloria Gelmi

SECONDA PARTE

I “fenomeni” nell’arrampicata
Tornando all’arrampicata, quanto abbiamo detto fin qui dovrebbe farci prendere in considerazione altri “fenomeni”, oltre ai bambini-prodigio. Ad esempio Jacinda Hunter, trentunenne americana con un lavoro da infermiera a tempo pieno e quattro figli, che ha raggiunto l’8c (e per andare a provare un suo progetto, poi chiuso, doveva farsi cinque ore di viaggio!).
Oppure una “famiglia prodigio”: quella di Didier Raboutou e Robyn Erbesfield, entrambi top climber a livello mondiale negli anni ’90. Oggi Brooke, la loro figlia di 9 anni, sale sul 7c+, mentre il fratello dodicenne Swan sull’8b+. Anche la mamma, però, si mantiene bene, se a 47 anni si concede i medesimi livelli, rispettivamente “a vista” e “lavorato”…

Trovo poi sbalorditivo che si possa salire un 8a con una gamba sola, come ha fatto Urko Barandiaran dopo avere subito un’amputazione in seguito ad un incidente.
E allargando ancora un po’ l’orizzonte, non è forse un “fenomeno” anche Marcel Remy8 che a 86 anni ha salito Le Miroir d’Argentine in Svizzera, 450 metri, grado 5a? Da primo, si è potuto concedere “solo” qualche tiro (comunque con dei run-out di 10-15 metri), a causa di un infortunio che lo aveva tenuto lontano dalla roccia per mesi. Ma non dimentichiamo che il grande Riccardo Cassin aveva ripetuto – per ben due volte nel giro di una settimana – la sua via sulla parete NE del Pizzo Badile a 78 anni…

Longevità agonistica
La più lunga carriera agonistica nel mondo dell’arrampicata è stata probabilmente quella di Luisa Jovane. Iniziata con Sport Roccia ’85, la prima storica gara di Bardonecchia, è durata per più di vent’anni, tanto che al Campionato italiano 2006 la quarantaseienne Luisa si classificò ancora seconda. Nell’ultima gara cui partecipò – racconta – le tre ragazzine sul podio, insieme, raggiungevano appena la sua età!

Campioni che hanno mantenuto un’attività ad alto livello in età matura, tuttavia, sono presenti anche in altri sport. L’intramontabile velocista Marlene Ottey ha partecipato agli Europei di Barcellona del 2010, a 50 anni. Dino Zoff vinse il mondiale di calcio, in Spagna nell’82, all’età di 40 anni.
La francese Jeannie Longo, ciclista su strada, su pista e nella mountain bike, ha conquistato 56 titoli nazionali, gli ultimi dei quali ai campionati su strada del 2009 all’età di quasi 51 anni.
Nel basket, Dino Meneghin, con una carriera andata ben oltre i 40 anni, ebbe la soddisfazione di giocare contro il figlio Andrea in un incontro di campionato.
Nel pugilato, George Foreman diventò a 45 anni, nel 1994, il più anziano campione del mondo di sempre nella categoria dei pesi massimi.

Altra atleta sorprendente per la sua longevità è Josefa Idem, campionessa mondiale e olimpica di kayak dalla ventennale carriera. Nel 2009, a 44 anni, vinse ancora un bronzo ai mondiali, e continua a gareggiare in vista della sua ottava Olimpiade, Londra 2012.
Gli esempi potrebbero continuare, ma mi limito a ricordare i World Masters Games9: si tratta di “olimpiadi” un po’ particolari, cui si può accedere solo dopo i 35 anni e a cui partecipano atleti anche centenari. Nella settima edizione, svoltasi a Sydney nel 2009, la medaglia d’oro nel lancio del peso andò all’americana Ruth Frith, 101 anni!

Invecchiamento e prestazioni sportive
L’efficienza fisica, indicativamente, aumenta dalla nascita sino ai 30 anni, per poi calare all’incirca dell’1% all’anno. La riduzione della massa muscolare è la principale responsabile della diminuzione della forza con l’invecchiamento, valutabile a 70 anni d’età nell’ordine del 30-35% rispetto ai 30 anni. Considerazioni analoghe valgono per la funzionalità cardio-circolatoria e respiratoria. Vi è però una grande differenza tra soggetti attivi e sedentari, tanto che una persona allenata di 65 anni può avere la stessa efficienza di una inattiva di 30 anni.

Il naturale declino delle funzioni fisiologiche conseguente all’invecchiamento, quindi, è aggravato dalla tendenza a diventare sempre più sedentari con l’età. Anche gli animali riducono la propria attività col passare del tempo, ma nella specie umana spingono in questo senso anche fattori psicologici, culturali e sociali. Molti ritengono che lo sport attivo sia “roba da giovani”: l’anziano che dedica tempo ed energie sembra loro voler sfidare il buonsenso, oltre che l’anagrafe. Questa opinione è diffusa nonostante i fisiologi abbiano abbondantemente dimostrato come l’attività sportiva intensa contrasti gli effetti dell’invecchiamento e migliori la qualità della vita nella terza età, riducendo i costi sociali.

Perché, a un certo punto della vita, si smette di fare sport o lo si riduce fortemente? Perché subentrano altre cose “più importanti”, perché non si ha più tempo né voglia, ma anche perché si vedono calare i propri risultati, che prima erano invece in crescita e quindi fonte di motivazione.
E che cos’è che rende definitivo il calo della prestazione?
Quattro fattori, come evidenzia Roberto Albanesi10:
• l’età in un atleta già ottimizzato;
• la diminuzione definitiva della quantità allenante;
• gli infortuni;
• la forza della motivazione a lungo periodo (il punto di gran lunga più importante).

In pratica si entra in un circolo vizioso: ci si allena meno, si ottengono risultati inferiori alle aspettative, aumenta il rischio di infortunarsi, si dà la colpa all’età, si abbassa la motivazione e di conseguenza ci si allena ancora meno.

Interessante è l’opinione di Albanesi sull’invecchiamento psicologico, che sarebbe l’individuo stesso a iniziare (anche inconsciamente) e a determinare, attraverso l’abbandono progressivo dei comportamenti giovanili. La spia che indicherebbe la decisione di escludere dalla propria vita qualcosa che vi apparteneva durante la giovinezza sarebbe la frase classica (inconscia o esplicita): “Mai più!”

L’errore fondamentale che spesso si commetterebbe (anche da parte dei media e di chi assiste gli anziani) è considerare la vecchiaia come ineluttabile. In realtà – sostiene questo autore con un giudizio che a molti farà storcere il naso – chi non ha fatto nulla per non invecchiare, è colpevole della sua vecchiaia!

For ever climbers
Se c’è un segreto per invecchiare bene, qual è quello per invecchiare scalando?
Anzitutto bisogna fare dell’arrampicata una priorità, come sottolinea Peter Beal nell’articolo già ricordato. E non sentirsi imbarazzati ad ammetterlo, se davvero questa è una grande passione.

Ai bambini e agli adolescenti è consentito impegnarsi completamente per progredire nell’arrampicata; anzi: li si incoraggia a cercare di ottenere sempre nuovi risultati, a “spingere i propri limiti”. Perché una persona matura o anziana dovrebbe temere di rendersi ridicolo facendo altrettanto? In fin dei conti ne ha ben più diritto, se ha tempo, tranquillità economica e voglia di mettere a frutto le conoscenze acquisite nel corso degli anni.

Chi ritiene che lo sport sia “roba da giovani”, dimentica che nella vita sarebbe preferibile (perché più facile) fare quasi tutto da giovani – dallo studio ai figli – ma che non si può fare bene tutto (e al tempo stesso godersi pure la spensierata gioventù). Dimentica inoltre che avere più anziani fisicamente attivi e con la mente volta al raggiungimento di un obiettivo, anziché seduti per ore a rincretinirsi davanti alla TV, comporterebbe vantaggi per tutta la società, in termini di minori spese mediche e assistenziali.

Una persona di una certa età che arrampica ancora ad alto livello non può che essere ammirata, perché dimostra due qualità non comuni e generalmente sottovalutate.
La prima è la capacità di ascoltare il proprio corpo, di capire quanto può spingere e quanto deve riposare, di gestirsi bene per evitare infortuni (come è noto, i tempi di recupero e il rischio di farsi male aumentano con l’età).
La seconda, ancora più importante, è la capacità di mantenere alta la motivazione, di continuare a inseguire i propri sogni nonostante la pressione culturale circostante ad abbandonarli, di ritrovare l’entusiasmo e la voglia di giocare dei bambini.

Citando ancora Peter Beal, molti climber affermano: “Se non posso continuare a migliorare, smetterò”. Ma che significa migliorare? Sei un arrampicatore diverso da prima, né migliore né peggiore, forse con molte più cose a cui pensare e da conciliare. Ma in ogni caso, quando fai ciò che ami – a qualsiasi livello – stai già ottenendo successo e migliorando.

Un’esperienza personale
Arrampico da trent’anni: ho iniziato quando ne avevo quasi sedici, nel 1980, e non ho mai smesso per più di qualche mese (durante l’inverno). È però negli ultimi due anni che ho raggiunto i miei migliori risultati in arrampicata sportiva, cioè 8a lavorato e 7b a vista.

Perché non prima, quando il mio fisico era più efficiente? La risposta è semplice: perché non mi era mai capitato di poter dedicare all’arrampicata tutto il tempo e le energie che volevo. Prima c’erano sempre stati una serie di freni, o di altre priorità: lo studio, il lavoro, la mancanza di persone con cui arrampicare quando volevo, le remore psicologiche a impegnarmi totalmente in un’attività “inutile” trascurandone altre più “nobili”…
Ora, invece, ho capito che le passioni vanno assecondate, perché rappresentano il sale della vita. Il bello di invecchiare è che si può acquisire conoscenze e consapevolezza. Si può imparare – come dice Gianluca Daniele – a ottimizzare la testa, la tecnica e il fisico (dato che tutti e tre servono), mirando gli sforzi perché il tempo a disposizione non è illimitato.

In tutti questi anni ho capito anch’io che la motivazione, in arrampicata, è quasi tutto. I fattori che spingono a continuare, a migliorare, ad allenarsi variano da persona a persona, ma molto conta anche il rapporto con gli altri. È importante trovare compagni di cordata stimolanti, o almeno potersi confrontare con buoni arrampicatori disponibili a condividere la propria esperienza (a me sono risultati assai utili i consigli di Gianluca, che per questo non mi stanco di ringraziare). Ed è fondamentale avere esempi da seguire, adesso e soprattutto quando invecchieremo. Modelli positivi – alternativi a quelli che ci propina la cultura dominante – tra i nostri amici e conoscenti, non solo sulle riviste o i siti web. Sappiamo che esistono magnifiche cinquantenni come Lynn Hill o Luisa Jovane, ma quante ne conosciamo personalmente o ne incontriamo girando per montagne e falesie? Ritengo sia un’esigenza ancora maggiore per una donna, in un paese come l’Italia che sta vivendo una paurosa regressione culturale11.

Per me, un serbatoio di buoni esempi è sempre stato il movimento internazionale di alpiniste Rendez-Vous Hautes Montagnes12, in cui ebbi la fortuna di entrare a vent’anni. Ricordo ancora lo stupore e l’ammirazione che provai vedendo attorno a me – durante quel primo raduno a Grimsel – tante donne in gamba, alcune delle quali con l’età di mia nonna e già entrate nella storia dell’alpinismo13.

Tra le molte compagne di cordata conosciute da allora al R.H.M., ce ne sono in particolare due che ritengo ottimi modelli ispiratori.
La prima è Angela Soper, classe 1941, inglese, ex-docente universitaria di fisica. Un’esperienza infinita, una gran tecnica, un personaggio che non passa inosservato. L’ultima volta che ha scalato con me, dopo tante vie multi-pitch salite insieme in giro per il mondo, è stato due anni fa: l’ho trovata un po’ più rallentata nei movimenti rispetto al passato, ma comunque ancora in grado di andare “a vista” sul 6c…
La seconda è Irmgard Braun, tedesca, nata nel 1952. Sapevo che era sempre stata una forte arrampicatrice, ma rimasi sorpresa quando mi rivelò di avere salito il suo primo 8a a 52 anni. E poco dopo – era nel 2009 – la vidi passeggiare su un 7b flash, a 57 anni.

Restando in Italia, trovo molto interessante l’esempio di una coppia di arrampicatori che ho conosciuto nell’ambiente romano. Lui, Francesco Segafredo, ha cominciato a scalare a 38 anni e nel 2010, a 58, si è concesso ancora un 8b+. Lei, Titta Colombo, si è avvicinata all’arrampicata sportiva addirittura a 40 anni, arrivando a 51 all’8a+ lavorato e 7b+ a vista.

Non è necessario, tuttavia, andare tanto lontano per guardare al futuro con ottimismo. Il buon esempio è lì di fronte a me, ogni volta che scalo con Charlie. Perché lui, dopo una vita da maestro di sci e gestore di rifugio, non si limita a farmi da “assicuratore di fiducia” (riscotendo tutta la mia gratitudine per l’infinita pazienza), ma nel 2010, a 75 anni, ha salito ancora un 6c+ da primo, ovviamente in continuità14.
Secondo Beth Bennet, boulderista cinquantottenne, «l’arrampicata è come il buon vino: migliora con l’età.» Potrebbe anche avere ragione.

Note
8 – Marcel Remy (classe 1923) è il padre dei famosi fratelli Claude e Yves, apritori di innumerevoli vie.
9 – Si veda il sito ufficiale: www.imga.ch. I prossimi giochi si terranno a Torino nel 2013.
10 – Queste e altre interessanti considerazioni su sport e invecchiamento sono riportate dal sito: www.albanesi.it
11 – A chi desiderasse approfondire l’argomento, consiglio il recente libro di Michela Marzano Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne, Mondatori 2010.
12 – www.rhm-climbing.org
13 – Ad esempio Loulou Boulaz, che partecipò alla corsa per la prima ascensione della parete nord delle Grandes Jorasses e dei Drus.
14 – Disobbedisco al suo ordine di mantenere l’anonimato, perché credo che il clusonese Giancarlo Ganzerla, classe 1935, se lo meriti proprio!

PRIMA PARTE

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Rifugi culturali
/ Foto Archivio Rendez-Vous Hautes Montagnes


  • Caroline

    Meraviglioso commento che condivido pienamente, sono della classe 62, donna è sto progredendo continuamente in arrampicata... ciao a tutti e spero incontravi sulle parete. Caroline
     

  • William

    Complimenti: leggo con piacere che non hai mai smesso, anzì continui a migliorare. Sono passati ormai molti anni da quando si è arrampicato assieme... Ciao William. 

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