MUSEO DELL’ACQUA | ASIAGO | ALTOPIANO 7 COMUNI
di Giliano Carli Paris
Il quartiere Cuba ad Asiago è grande.
Nessuno sa quanto.
Mi ricordo che, da ragazzo, in ogni battaglia contro la nemica banda della Piazza si conquistava un pezzetto del suo territorio.
Che non si portava a casa. Con quel pezzo non ci si poteva né giocare né portare in trionfo.
Lo si conquistava e basta. La Piazza aveva perso e a noi bastava.
Perché vincere era riscattare le umiliazioni e le offese che a scuola, in patronato e al catechismo ci venivano indirizzate.
Questo perché noi venivamo da un quartiere fatto di gente semplice; operai, boscaioli, calzolai, maniscalchi.
Il quartiere Cuba non era Asiago.
Cuba era Cuba. E basta.
Cuba aveva un orfanatrofio, “gli abbandonati” lo chiamavamo.
Cuba aveva pure il carcere.
E davanti al palazzo fatto di tante sbarre, un giardinetto calpestato.
Nel mezzo, una fontanella.
Dove noi, della banda, sostavamo sempre davanti a quell’acqua.
Per bere.
Per chiacchierare.
Per riflettere.
Per prendere fiato.
Per aspettare qualcuno.
E sempre, una volta dissetati, ci sentivamo più forti.
E si ricominciava.
Dal mattino fino a notte, quell’acqua, quella fontanella, ascoltava le voci di noi in arrivo, di noi in partenza…
Loro invece…
Quelli della Piazza, i ricchi…
In centro, avevano la fontana grande. La chiesa grande. I negozi grandi. Tutto avevano che era grande…
Pure grande la distanza che ci separava…
Cuba sta in fondo al paese…
E là, attraversata la strada che la separa dal carcere, la mia casa.
Piccola. Una cucina e due camerette. Un piccolo cortile.
Separato da reti e reticolato, confinava con altri due cortiletti.
Nel cortile ci stavano le gabbie dei conigli. Libere, alcune galline. E noi, quattro fratelli, in età da gioco.
Gli altri stavano in casa altrimenti ci portavano via lo spazio per giocare.
Nel cortile c’era pure il cesso in legno attaccato alla casa e la piccola baracca dei colori di mio padre, pittore e imbianchino.
E in quella casa abitavamo in dieci.
Sette figli, i genitori e nonna Vittoria.
Nelle camerette un labirinto di tendine che separavano i maschi dalle femmine. I genitori dalla nonna.
Erano tendine meravigliose che donavano sempre motivo di scherzi e di risate.
Erano piccole le due finestrelle della mia camera che davano sul cortiletto.
Ma delle volte, alla sera, specie d’estate, nell’aprirle, facevano entrare la tristezza.
Anche se piccole riusciva a far passare le grida, le bestemmie e le minacce dei detenuti provenienti al di là della strada.
Invocazioni di libertà gridate a squarciagola e rimbombate dall’immenso corridoio del carcere per poi uscire dalla grande finestra sbarrata per raggiungere la mia piccola, grigia e aperta del sottotetto.
Grida che entravano e portavano la paura, che andava ad aggiungersi al timore di un sicuro castigo per aver trasgredito nuovamente la mamma che ci proibiva di aprire quei vetri e di ascoltare quelle voci.
In Cuba si viveva anche questo.
Ma per noi ragazzini anche quell’edificio, quel carcere era Cuba.
Perché li vedevamo, anche se raramente, quando venivano rinchiusi.
Disgraziati, zingari, ladri, ubriaconi. Uomini buffi.
E si cresceva mischiando i problemi dell’adolescenza con quelli della propria famiglia.
È un giorno qualsiasi quando mia madre mi incaricò di acquistare il pane.
Mi raccomandò di non andare al solito panificio perché avevamo un debito di una mensilità ancora da saldare. Mi disse di andare all’altro negozio, di acquistare a credito un pane all’olio e nove pani comuni. Sarebbe passata lei l’indomani a saldare il conto.
Ricordo che feci una corsa alla fontanella. Un sorso abbondante e disordinato e poi una seconda corsa al panificio.
L’uomo mi servì quanto gli avevo ordinato. Una volta che ebbi il pane fra le mani gli dissi che sarebbe passata mia madre a pagare.
Fu un attimo.
L’uomo si riprese la borsa e la svuotò nella cassa alle sue spalle, riponendo così il pane da dove l’aveva preso. Mi restituì la borsa e mi disse che senza soldi non si può avere il pane.
Ritornai verso casa deluso.
Mi fermai alla fontana. Mi sedetti accanto . Da lì guardavo la porta della mia casa.
Non ero riuscito ad acquistare il pane.
Pensai a mio padre che non avrebbe avuto il suo pane all’olio, riservato a lui perché senza denti.
Uno scatto e mi rimisi in piedi. Una sorso d’acqua dalla fontanella per scacciare lo stordimento della delusione e corsi a casa.
Mia madre non si abbatté alla notizia. Mi disse che lo avremmo mangiato il giorno seguente.
Ci furono altre battaglie con la banda della Piazza.
Con gli amici del quartiere si parlava spesso di scontri, di strategie e di armi.
Si parlava anche di confini, di necessarie modifiche perché di tanto in tanto si conquistava territorio.
Io non ne parlavo volentieri.
Questo a ricordo di quel pane negatomi all’interno della mia Cuba.
Combattei sempre per la mia banda, per la mia Cuba.
Ma non per quel tetto, quella facciata, quel negozio.
Dentro di me il confine della Cuba terminava davanti a quella porta.
Gruppo Speleologico Settecomuni – Asiago
Fondo Storico / Racconti d’Acqua / 2011
Biblioteca Speleologica “O. Armellini “ Asiago
:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Rifugi culturali / Disegno originale tratto da I ragazzi della via Pal di Ferenc MolnarEdizioni, A. Barion – Milano – 1936. Disegno della fontana di Chiara Stefani tratto da Memorie d’Acqua del Gruppo Speleologico Settecomuni – Asiago – Quaderno n° 1 – 2001
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