Rifugi Culturali


13 ott 2010, di Fondazione Museo Storico del Trentino

L’orso. Una cronaca ottocentesca

FRABICA | PARCO DI PANEVEGGIO | PALE DI SAN MARTINO

di Quinto Antonelli

Congiunzione favorevole per l’orso, quest’anno. Soprattutto quale figura del nostro immaginario, figura mitica e simbolica, è riapparso in mostre, conferenze, libri. Come scrive Paolo Rumiz sulla “Repubblica” del 3 ottobre 2010, «l’orso ritorna nei racconti e nei libri, a dimostrazione che dorme profondissimamente in noi, russa nell’antro più segreto del nostro inconscio».
Il ritorno letterario dell’orso segnala un movimento culturale piuttosto tipico: più la presenza reale dell’animale (come di un oggetto o di un’istituzione) scompare dalla scena quotidiana, più questo riappare in quella simbolica. Con il pericolo di restituire un’immagine disincarnata e di offuscarne il carattere minaccioso ed incombente, perché, è noto, ci fu un tempo lungo in cui i rapporti tra l’orso e gli uomini non erano per nulla pacifici.
Nei diari privati e nelle cronache ottocentesche dei paesi di montagna ritroviamo le ultime storie feroci e sanguinose della caccia all’orso, favorita anche da ricompense ufficiali. Domenico Loss, maestro e segretario comunale di Caoria (nella valle del Vanoi), estensore tra pubblico e privato di una cronaca, racconta di un corpo a corpo tra tre cacciatori e un orso avvenuto il 28 ottobre 1840. Saliti in val Regana, il Tabarro, il Vicenzot e il Boso con due archibugiate feriscono l’orso alla spalla destra, che però, malgrado la ferita, riesce a fuggire. I tre lo inseguono e lo stanano.
«Il Boso, che avea avanzato di molto gli altri, avendo smarite le traccie, salì sulla ceppaia di una pianta recisa, per poter spaziare con la vista più da lontano, ed ecco, che a poca distanza allo scrosciar delle frondi s’accorge del prossimo arrivo dell’orso, ed ha appena tempo di appostarsi il fucile, e sparare; ma la palla non colpisce l’animale, se non nella spalla destra, dove era già prima ferito, e di slancio si avventa contro esso Boso abbrancandolo per la gamba destra; preso allora lo schioppo per la canna, e percosso con il calcio il dorso dell’orso, lo obbligò a lasciargli libera la gamba, ma sollevatosi in piedi stava per abbrancarlo con le zampe finchè non vide miglior partito di quello di cacciarsegli sotto al collo, in modo, che abbracciati fecero alcune capitombole giù per la riva e disciolti l’animale si prese a fuggire».
I tre non demordono e ancora inseguono l’orso che inferocito si getta su di loro.

«Fatta una giravolta si slanciò furibondo contro il Loss Vicenzot, e lo gettò a terra supino cacciandogli il morso nelle gambe e nelle coscie; il Vicenzot però ebbe tanta forza, e coraggio da afferrare la fiera con ambedue le mani per le orecchie, tenendoselo più che poteva lontano dalla vita; ma intanto riceveva frequenti morsi nelle estremità inferiori, e si pose quindi a gridare, che lo aiutassero altrimenti era morto. Il Tabarro ritenendo il caso disperato non si sentì coraggio di accorrere in aiuto, ed anzi gridò al Boso che volesse fuggire, se non voleva essere anch’egli divorato. Ma il Boso ascoltò più le voci della compassione, e dell’umanità, che dell’egoismo, e in vece di seguire il consiglio del Tabarro corse addosso all’orso, e cominciò a tempestarlo di colpi sulla fronte, e sulla testa di quanta forza aveva col calcio dello schioppo, mentre il Vicenzot continuava a tenerlo per le orecchie. La cassa dello schioppo si ruppe in cento pezzi, la canna si piegò, come un vimine, ma finalmente l’orso cedette, e lasciato il Vicenzot si volse contro il Boso rizzandosi in piedi per abbracciarlo. Il Boso però potè tenerselo lontano, ed indebolirlo a forza di colpi, finchè caduto a terra terminarono d’ucciderlo».
Il giorno dopo altri cacciatori di Caoria troveranno che l’orso aveva lottato contro la morte per tutta la notte trascinandosi verso la sua tana «lasciando questo tratto coperto di una parte de’ suoi intestini, che si avea spiegati nell’allontanarsi».
Quale immagine di un “re decaduto” (così Michel Pastoreau nel suo L’orso) è più eloquente di questa, tramandataci da un oscuro cronista della montagna trentina?

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Rifugi culturali / Opera di Michele Toffalori, Orso Dinochina e grafica vettoriale, 2010. Fotografia fatta all’orso (Dino?) avvistato dal Guardiaparco Paneveggio Maurizio Salvadori presso il rifugio Canali detto Treviso in data 5 ottobre 2010.


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