Rifugi Culturali


10 giu 2010, di Ecomuseo della Grande Guerra

Percorrendo i luoghi della memoria //1

ECOMUSEO GRANDE GUERRA | PREALPI VICENTINE

di Mauro Passarin

Una recente pubblicazione di un’importante Fondazione bancaria Viaggio alla montagna Veneta curata da illustri studiosi della società e della cultura veneta, presenta un interessante saggio di Francesco Vallerani, ordinario di Geografia all’Università di Venezia e studioso del paesaggio, dal titolo Dalle trincee alle autostrade. Lo studio fissa in maniera fortemente indicativa due aspetti dello sfruttamento e della modifica del territorio, aspetti che contribuiscono a connotare in modo inequivocabile il paesaggio della montagna veneta e a comprenderne la sua complessa identità territoriale.
Queste zone, in tutta la loro estensione dalla Lessinia alle sorgenti del Piave, mostrano ancora con forza le tracce della presenza di un’umanità che per 41 mesi, dal maggio del 1915 al novembre del 1918, ha popolato e sfruttato in maniera intensiva un territorio così profondamente segnato dalle vicende della Grande Guerra.
Si tratta di luoghi che esprimono con impressionante immediatezza gli eventi che li hanno indelebilmente marcati e che nella loro straordinaria forza di connotazione dell’ambiente stanno acquisendo oggi nuovi ed interessanti motivi di rivisitazione.
I campi di battaglia, negli anni successivi al conflitto, furono ben presto caricati di nuovi significati, con linguaggi capaci di parlare oltre che alla mente anche al cuore, coinvolgendo emotivamente lo spettatore-visitatore lungo le “vie sacre”, spostando l’irrazionalità del martirio per evocare una straordinaria potenza suggestiva. Fu così che vecchie e nuove località turistiche della montagna veneta, in particolar modo della fascia prealpina entrano in modo dirompente nell’immaginario collettivo degli italiani in una politica di promozione di quelle zone nelle quali trovava sempre più spazio la convinzione che la Grande Guerra, più che un fenomeno politico e strategico-militare, era destinata a diventare essenzialmente un gigantesco fatto culturale.
«Si assiste pertanto ad una vistosa ri-costruzione del senso dei luoghi, facendovi aderire un carattere di sacralità che enfatizzava il ruolo geografico del confine, ma che esprimeva anche orgoglio per la bellezza dei paesaggi montani e per la sobrietà e la forza dei suoi abitanti.»
Oggi, che memoria e identità sono diventate due parole chiave nelle politiche di valorizzazione turistica di molti territori, oltre che nel lessico quotidiano di chi quei territori li abita o li frequenta, è diffusa convinzione che senza una presenza parlante della propria memoria quei luoghi non possano vivere e mantenere un’identità. Anche se il rapporto tra gli stessi luoghi investiti dal conflitto e le tracce che vi rimangono non sempre è così semplice e scontato. La memoria, infatti, può trasformarsi da risorsa a condanna, essere considerata principalmente come una merce allocabile sul mercato ed offerta alla bulimia del turismo di massa. Memoria storica e imponenti interventi di recupero dei manufatti della Grande Guerra sono sempre più spesso usciti dai recinti di equilibrate azioni di tutela e valorizzazione per diventare punti di riferimento di politiche di sviluppo ispirate per lo più dalle ragioni del mercato. La memoria è diventata dunque anche una merce. E come tale può essere confezionata, standardizzata e banalizzata ed offerta al consumo di migliaia e migliaia di turisti affamati di ricordi della Grande Guerra.
Ora, queste forme di turismo motivato che rientrano nella categoria del Turismo della Memoria, anche se l’espressione turismo della memoria può sorprendere per l’apparente contraddizione tra i due termini – “turismo” evoca infatti un divertimento, un passatempo, uno svago e “memoria” suscita invece un’impressione di austerità, persino di raccoglimento – hanno assolutamente bisogno di agganciarsi in modo non subalterno al fenomeno di questa crescita della domanda assicurando un turismo gestito invece di un turismo subito.
Un luogo della memoria non è quindi per definizione una destinazione come le altre. Come è possibile far coesistere escursionismo e archeologia della guerra? In che modo una memoria carica di tragedia può diventare oggetto di curiosità dei frequentatori di sentieri? L’orrore delle vicende belliche sui campi di battaglia può convivere con paesaggi che per spettacolarità e purezza hanno pochi eguali in Europa? Ha un senso morale questa forma di turismo? E come possono queste proposte di turismo cosiddetto culturale rispondere oltre che ad un’ambizione economica e commerciale di legittima promozione del luogo anche ad un’ambizione civica e pedagogica? Fino a che punto è lecito spingersi in azioni di “marketing della nostalgia” come già sono stati definiti alcuni discutibili interventi dei parchi a tema sui luoghi della grande guerra?
È molto difficile trovare delle risposte a quesiti così complessi; nella stessa comunità scientifica di quanti si occupano del fenomeno il dibattito è molto aperto e personalmente non riesco ancora ad individuare il giusto equilibrio tra azioni di sviluppo e azioni di tutela.
Mi sono però, in questi anni, convinto di una cosa; ci sono diversi modi di percorrere un territorio, di intenderlo e forse anche di desiderarlo. Quello che vale è il tono e il contenuto di verità. Se non avessi timore di usare una parola che potrebbe consumarsi in fretta, direi di autenticità. E provo allora a pensare che cosa potrebbe accomunare un turista dei luoghi della Grande Guerra in cerca di curiosità ed emozioni, a un contadino abruzzese che lontano da casa vede per la prima volta il Pasubio o le Tofane, scaraventato al fronte in mezzo a culture sconosciute. Credo che forse la risposta più giusta possa essere: il paesaggio. Entrambi hanno visto le medesime, immutate montagne. E così forse, con il giovane soldato “immigrato sacrificale” che ha calcato queste scene, si può riuscire a stabilire quasi un grado di parentela. Alla base del turismo della memoria può esserci dunque anche una pietas sconfinata. Ci sono quindi interessanti argomenti per elaborare adeguate, e in molti casi urgenti, riflessioni circa il riequilibrio della vocazione turistica di certi luoghi, anche e soprattutto alla luce del recente affermarsi di sempre più condivise attitudini culturali che intendondono il territorio in senso educativo, come funzione formativa della coscienza storicizzata, come strumento culturale dove paesaggio e memoria intrattengano rapporti reciprocamente costitutivi, proprio perché questi luoghi della Grande Guerra sono oggettivamente mediatori tra passato e presente, custodi di quella memoria che dev’essere oggi presentata come serbatoio del senso e del riorientamento.
Il paesaggio della Grande Guerra non dev’essere quindi più considerato come paradigma spaziale, ma come fattore determinante nella produzione della conoscenza. Questo significa che per un potenziale successo, ogni iniziativa di promozione dei luoghi della Grande Guerra deve legarsi alle radici culturali dei luoghi e all’identità di cui essi sono portatori.

:-[i]-:
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Ecomuseo della Grande Guerra Prealpi Vicentine // Riferimenti bibliografici: Francesco Vallerani, Dalle trincee alle autostrade in Viaggio alla montagna Veneta, a cura di Ruggero Boschi, Eugenio Turri, Daniela Zumiani, Fondazione Cariverona, 2006.


  • Info
    Giovedì 4 novembre 17.30 presentazione di Ultima avventura. Evasione dai campi di prigionia della prima guerra mondiale, ultimo volume della collana dedicata a testimonianze dirette sulla Grande Guerra, a cura di Mauro Passarin e Paolo Pozzato. Presso Viart, Monte di Pietà, VI
  • "Il 10 giugno 1940 l'Italia fascista entrava in guerra". Ringrazio Mauro Passarin - direttore del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza - per questo importante contributo nel giorno di una così importante ricorrenza. Riflettere sui concetti di memoria, paesaggio, identità, territorio, turismo, consumo [...], al cospetto delle nostre montagne, è sempre più difficile e necessario. I tempi cambiano, ma i conflitti restano. E spesso, nostro malgrado, si rinnovano. Il 1918 finiva una grande guerra. Il 1940 ne cominciava un'altra. Sempre tra le nostre montagne. Grazie ancora.
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