MUSEO ETNOGRAFICO | SERAVELLA | BELLUNO
La transumanza implica l’utilizzazione in uno stesso ciclo dell’anno di spazi di alta e bassa quota, grazie all’organizzazione di un movimento pendolare delle greggi. Ciò che la distingue dal nomadismo, come ha sottolineato George Duby, è il fatto che nasce all’interno di una stessa società, di una stessa economia, di uno stesso sistema climatico e di un ampio spazio, culturalmente omogeneo di pianure e montagne, permettendo di coniugare lo sviluppo delle coltivazioni con quello dell’allevamento. Questo pendolarismo si sviluppa lungo vere e proprie vie armentarie, alcune delle quali già tracciate in epoca romana, che collegano l’area della pianura veneta o friulana, dove le greggi possono nutrirsi, a una zona prealpina facilmente accessibile e relativamente poco distante (50-80 Km). Una di queste zone è l’Altopiano di Lamon, dove è attestata, almeno dal XII secolo, la presenza di una pastorizia transumante rimasta vitale fino agli anni settanta del Novecento.
I pastori lamonesi (copanèr) effettuavano una transumanza mista, che prevedeva l’affitto di pascoli estivi di alta quota (fino a 2500 metri), lo sfruttamento di pascoli intermedi, talvolta a pagamento, e la discesa nel tardo autunno verso la pianura veneta, friulana e lombarda. Due erano le modalità di conduzione delle greggi: pastorizia vagante (andar a reméngo) e semistanziale (andar in posta), in base alla diversa consistenza del patrimonio ovino posseduto da ciascuna famiglia.
I remenganti erano proprietari di greggi di grandi dimensioni (500-1000 capi). Durante la transumanza invernale verso la pianura non disponevano di ricoveri, nemmeno provvisori, dormivano quindi all’aperto e si spostavano in continuazione nelle aree di pascolo frequentate per tradizione anche dai loro padri. Pastorizia vagante è spesso sinonimo di pascolo abusivo. Data la precarietà delle condizioni di lavoro, non era prevista alcuna produzione di tipo lattiero-caseario, nemmeno per un consumo familiare.
I postarói possedevano invece greggi ridotte (30-80 capi) e svernavano in una posta di pianura, ossia una casa di contadini con cui stabilivano un accordo annuale. Le pecore pascolavano nella proprietà della famiglia ospitante, allo scopo di concimarne i terreni. Alla famiglia di postarói era concesso, per sei-sette mesi all’anno, l’uso del focolare e di un fienile per dormire. Il reiterarsi di questi soggiorni per dieci, quindici anni presso una stessa famiglia favoriva l’instaurarsi di forti legami affettivi e di parentela spirituale, e di processi di acculturazione più o meno intensi, oggi ancora rilevabili, soprattutto a livello linguistico. Per rientrare nelle spese di affitto dei pascoli estivi di montagna, i postarói assumevano spesso la custodia, a pagamento, anche di altre greggi.
In entrambi i tipi di pastorizia tutto il nucleo familiare era coinvolto nella conduzione del gregge, compresi i bambini e le donne (baie), che si occupavano della sorveglianza delle pecore, dell’allattamento degli agnelli e soprattutto della preparazione del pasto: durante la transumanza invernale compivano lunghi percorsi con il paiolo di rame sulla schiena alla ricerca di un focolare dove cuocere la polenta. Non era raro che le mogli dei remengànti partorissero in qualche stalla della pianura veneta o friulana.
I pastori, come altre categorie di girovaghi e vagabondi, utilizzavano un gergo di mestiere, fondato sullo svisamento sistematico del dialetto d’origine, per farsi capire dagli estranei, soprattutto dai contadini di pianura (paor, ruspatèra), con i quali i rapporti erano sovente conflittuali.
L’urbanizzazione, l’industrializzazione e lo sviluppo abnorme del traffico stradale sono fattori che in varia misura hanno concorso al progressivo abbandono di un’attività secolare: le erbe delle scarpate stradali frequentate dalle greggi sono avvelenate dal piombo di combustione dei motori; le acque di molti canali sono imbevibili per l’inquinamento industriale; la diffusione dei pesticidi e dei diserbanti nelle monocolture intensive hanno drammaticamente ridotto le possibilità di pascolo invernale per le greggi. Nella provincia di Belluno è rimasta solo una famiglia di pastori lamonesi, che ancora praticano la transumanza, mentre appare in ripresa l’allevamento semi-stanziale degli ovini, con stalle di appoggio per i periodi più freddi, finalizzato alla produzione della carne. Numerose sono ancora le greggi che transitano nel territorio bellunese, condotte in genere da pastori trentini coadiuvati da extra-comunitari.
:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Rifugi culturali / Fotografie: Pastori e Famiglia di pastori nella pianura Veneta, 1930 da Archivio Museo Etnografico Seravella
copyright © 1999- Antersass Ricerca e DFG Culturale – all rights reserved
iborderline [MANIFESTO] conceived and directed by Alberto Peruffo
frontline // written by FRONTEdellaCULTURA & Selected Friends
corrispondenze // written and arranged by Blogger Storici di Intraisass + Explorers, our Readers / Alberto Peruffo, Andrea Gabrieli, Andrea Salvà, Antonello Romanazzi, Claudia Avventi, Carlo Caccia, Erik Mario Baumgarten, Flavio Faoro, Franco Michieli, Gabriele Villa, Gianpaolo Castellano, Giovanni Busato, Luca Visentini, Mario Crespan (1941-2011), Maurizio Mazzetto, Mauro Mazzetti, Melania Lunazzi
rifugi culturali // researched by Claudia Avventi & Alberto Peruffo
ixplorerswall // community's comments
iborderline general coordination by redazione@intraisass.it
web development fruktarbo.com