ESPOSIZIONI | BAMBINI E MONTAGNA | LUSERNA
«Quando compì il suo decimo compleanno anche Francesco, come già i suoi fratelli, dovette lasciare la famiglia per raggiungere il lontano Maso Reiter, su in montagna, a San Genesio, a tre ore da Bolzano. Il parroco gli regalò un libro di preghiere e gli raccomandò di fare il bravo.
Poi il nonno lo prese per mano, era l’ultimo giorno di aprile, e lasciarono il paese di Campitello in Val di Fassa. La strada era lunga da percorrere a piedi, perché i poveri non potevano far altro che camminare: non avevano cavalli, né carrozze e a quel tempo ancora non c’erano le macchine. Non esistevano neppure le biciclette. Quindi per arrivare a San Genesio ci impiegarono sei giorni interi.
Scesero per le valli di Fassa e di Fiemme fino al passo di San Lugano e poi ancora giù fino ad Ora, in Val d’Adige (se avete sotto mano una cartina stradale provate a seguire il percorso). Poi proseguirono verso nord fino a raggiungere Bolzano e di lì san Genesio. Il nonno, che era molto vecchio, camminava pianissimo. Inoltre si portava sulla schiena anche la “crama”, una cassetta piena di pettini , aghi, bottoni, fili, piccoli oggetti che cercava di vendere alle mogli dei contadini. La notte dormivano nelle stalle o nei fienili che sorgevano lungo la strada. Mangiavano polenta e formaggio. Di quando in quando i contadini offrivano loro un po’ di latte e caffè. Al maso Reiter, Francesco trova una famiglia che parla tedesco. “ Piano piano lo imparerai anche tu”, gli dice il nonno prima di ripartire. Qui Francesco dovrà andare al pascolo con i buoi, raccogliere il fogliame nel bosco, tagliare la legna, lavorare nella stalla.
Francesco Ferdinando Rizzi era nato a Campitello, in Val di Fassa, nel 1868.»
A piedi in Bambini di montagna, illustrazioni di Octavia Monaco e testi di Quinto Antonelli, Parco di Paneveggio Pale di San Martino, Agorà Libreria editrice, Feltre, 2009
Bambini di montagna. Storie d’infanzia 1860-1970: il Parco di Paneveggio assieme alla Fondazione Museo Storico del Trentino nel 2009 intitolava così la mostra tenutasi presso Villa Welsperg, la casa del Parco, in Val Canali. Nell’omonima pubblicazione, i testi e le illustrazioni riportano alcune delle testimonianze, fiabe e leggende dei protagonisti allora bambini di quel mondo duro, in cui la spensieratezza dell’infanzia aveva breve durata e i giochi dei più piccoli erano simulazione del lavoro dei grandi che affiancavano in breve con i veri strumenti del mestiere.
La mostra di Paneveggio era un viaggio in quegli anni duri, in cui l’emigrazione dei padri, e poi la guerra, investiva i più piccoli di responsabilità pari a quelle degli adulti. Scrive Francesca Giovanazzi, adulti si nasceva e a cinque – sei anni maschi e femmine trascorrevano le giornate a raccoglier legna, aiutare nel trasporto della terra durante l’aratura, nella raccolta del fieno o nella cura della casa e dei fratelli minori. Gli otto anni erano già il tempo giusto per imparare a portare le bestie al pascolo, dove i bambini trascorrevano buona parte dei giorni estivi in pausa da scuola. Anche la scuola, così come i giochi, aveva breve durata, da novembre a marzo per assicurare la disponibilità dei bambini ad aiutare le famiglie. Alla seconda stagione di alpeggio nei pascoli vicino casa, a circa dieci anni, i bambini erano pronti per andare a lavorare nei masi o nelle case dell’Alto Adige a prestar servizio. Questa era stata l’esperienza di Francesco, protagonista del racconto citato, e di molti che come lui dovevano alleggerire la famiglia di una bocca da sfamare o allontanarsi per far pratica di una nuova lingua o di un nuovo mestiere. I mesi invernali li vedevano tornare, di nuovo vicini alle famiglie, di nuovo nei banchi di scuola, ma sempre impegnati nelle normali attività dei genitori, della casa ( F. Giovanazzi, Adulti si nasceva. La condizione dei fanciulli nella ladina Val di Fassa, in L’Alpe. Bambini di montagna, n. 8, Priuli e Verlucca, giugno 2003, pp. 35-38).
Se l’inverno privava della possibilità di svolgere buona parte delle attività all’esterno, quei giorni erano buoni per sfruttare altre capacità del territorio e dei suoi uomini, dei giovani così come dei più anziani. Le abili mani di generazioni di artigiani raccolti attorno al fuoco, intagliavano il buon legno delle valli producendo giocattoli che venivano smistati dal mercato della Val Gardena in tutta Europa ed anche oltre, esportando così giochi di gran pregio, nati anche dal lavoro di bambini che avevano poco tempo per utilizzarli.
A Luserna fino al 2 novembre, l’esposizione Giochi e giocattoli delle Dolomiti, attraverso i giochi di legno di un tempo, racconta questo mondo di intaglio e colore, nato in montagna, specializzatosi in Val Gardena e diffusosi in tutto il mondo. Giochi da femmina e giochi da maschio, slitte e carretti, marionette e animali nati dall’immaginario fervido stimolato in montagna nelle ore del filò davanti al fuoco, tra le suggestioni dei rumori e dei colori dell’ambiente, e di quella materia, il legno, che poteva essere gioco e strumento. Anche lo sport, e quindi gli sci, nell’esperienza dei giovani in montagna erano svago e necessità. Alla loro costruzione padri e figli si dedicavano nei giorni in cui si macellava il maiale per sfruttare i litri di acqua bollente a disposizione per dar forma al buon faggio. «I primi sci li faceva il papà» dice uno degli interpellati a raccontare la sua infanzia. E ancora, si può sentir narrare, nel video in mostra, del gioco dei sassolini, della corda, dei mascheramenti semplici e divertenti del carnevale, delle uova colorate con erba o buccia di cipolla a Pasqua o del salto dei falò nei primi giorni di marzo. Questi erano i pochi giochi da fare nel tempo libero delle pause a scuola o nei giorni di festa. raccontano gli anziani.
Il senso dell’infanzia in montagna sta forse anche in questo contrasto: i giochi esposti erano usati dai bambini delle Valli nella misura in cui li educavano ad un mestiere che in breve avrebbero dovuto intraprendere e per lo più i giochi sono invece il frutto del loro lavoro assieme ai nonni e ai genitori che li iniziavano anche a quel mestiere.
«Il primo regalo non era uno zaino da montagna… . Il primo regalo era una piccola gerla, metafora del peso e della fatica che i montanari bambini avrebbero dovuto sopportare per il semplice fatto di essere nati in montagna, dove ogni passo è più sudato di un passo di pianura e un pezzo di pane vale il doppio di un pane di valle».
E. Camanni e D. Jalla, Editoriale. Una piccola gerla, in L’Alpe. Bambini di montagna, n. 8, Priuli e Verlucca, giugno 2003, p. 1.
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CENTRO DOCUMENTAZIONE LUSERNA (TN)
Dal 5 aprile – 2 novembre 2010 – Mostra
Giochi e giocattoli delle Dolomiti
www.lusern.it
Foto Bambini pastori in Valle d’Aosta, prima metà del Novecento, Fondo Bérard, Archivio BREL, pubblicato in L’Alpe. Bambini di montagna, n. 8, Priuli e Verlucca, giugno 2003.
Per indicazioni sulla collocazione degli altri monti a Luserna chiedere di Roberto e Gianni al Bar in centro.
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