Rifugi Culturali


2 mar 2010, di Redazione

Dolomiti, paesaggio e vivibilità // 2ª parte

CONVEGNO | SCUOLA PER IL GOVERNO DEL TERRITORIO E DEL PAESAGGIO | TRENTO

DOLOMITI PAESAGGIO E VIVIBILITÀ
di Gianpaolo Carbonetto // 2ª parte

Quindi si tratta di gestire il panorama senza rovinarlo, ma anche senza sterilizzarlo. E questo è davvero complicato, anche dal punto di vista dell’Unesco, perché difendere un panorama (termine che è una specie di indovinata pars pro totum per parlare dell’ambiente) è molto più improbo che difendere un monumento, perché oltre che problemi tecnici, pone anche rovelli etici e filosofici.

Infatti difendere un monumento, un’opera d’arte, significa conservarlo inalterato e inalterabile. In un panorama l’azione necessaria è ben più complessa: si deve intervenire per salvaguardarlo, ma senza cambiarlo. E in più è anche necessario comprendere fin dove ci si può spingere senza sconfinare in quello che potremmo definire “accanimento terapeutico”; da quale punto in poi ci si deve rassegnare a non tenere in piedi quello che non sta in piedi perché altrimenti, visto che la natura è inesorabile, alla fine potrebbe venire voglia di ricostruire in plastica e cemento ciò che non c’è più. E a quel punto ci troveremmo di fronte non più a un patrimonio dell’umanità, ma a un simulacro favolistico del patrimonio dell’umanità, a una specie di inutile e ridicola Disneyland.

E a rendere ancora più difficile il compito interviene anche il fatto che non si può dimenticare che l’uomo, per goderne, non può restare fuori da questo panorama, ma deve entrarvi e, soprattutto, interagirvi più o meno profondamente. E quindi bisogna favorire l’ingresso, ma senza piegarsi a una presunta cupidigia di comodità da parte del visitatore, che in realtà spesso nasconde, in taluni che operano nel settore dell’ospitalità, una più reale cupidigia di servilismo e di guadagno che porta a fare anche cose che nessuno si sognerebbe di domandare e che finiscono per stravolgere e rovinare il gioiello. Per capirci, i sentieri erano e sono necessari; le ferrate – almeno quelle di una certo tipo – possono essere utili per rendere moderatamente accessibili, ma non stravolgibili, alcune zone delle terre più alte; gli impianti di risalita, specie quelli che portano direttamente in vetta, nella maggior parte dei casi finiscono per rovinare irreparabilmente una bellezza naturale e per porre le basi per un’ulteriore rovina perché rende possibile una pressione antropica sproporzionata alla capacità di sopportazione del luogo.

Ed è anche sicuramente sbagliato fare di tutta l’erba un fascio e sottovalutare le differenze esistenti, per esempio, tra le Dolomiti di Brenta e le Dolomiti Carniche. Se, infatti, tra le trine di roccia degli Sfulmini e quelle del Cridola, o tra le verticalità del Campanile Basso e quelle del Campanile di Val Montanaia si potrebbe essere in imbarazzo nello stilare una graduatoria di gradevolezza estetica e alpinistica, non c’è dubbio che la differenza tra le presenze turistiche di queste due zone, entrambe patrimonio dell’umanità, è invece elevatissima. E, quindi, gli interventi e la cura non possono essere uguali.

In più, parlando di persone, come ho già detto, bisogna pensare ai turisti, agli alpinisti e agli abitanti, tutti da curare, ma anche da sorvegliare per i danni che possono provocare. Forse può sorprendere questa mia divisione tra turisti e alpinisti, ma la differenza c’è e non è di piccolo conto.

Rispetto al turista, il vero amante della montagna – che può essere un alpinista, ma anche chi per qualche motivo non può avventurarsi su pareti di roccia – ha una mentalità che potremmo definire dell’abitante part-time, che in parte si sente coinvolto nelle problematiche che riguardano non soltanto un territorio più alto della pianura e più impervio della collina, ma che investono soprattutto la gente che vi abita stabilmente e che deve potervi vivere dignitosamente; perché in quel territorio non desidera soltanto restarvi per un certo tempo, ma vuole anche interagire, scoprire, conoscere, fare qualcosa; sa di cercare diversità di forme nell’unicità di un ambiente di cui è innamorato e che vuole salvaguardare e valorizzare.

In realtà il montanaro part-time ha la mentalità del viaggiatore perché mentre il vocabolo viaggio – inteso come spostamento da qua a la – ha connotazioni soprattutto geografiche, la parola viaggiatore comporta implicazioni culturali che non sono assolutamente secondarie. Tant’è vero che è stato il viaggio a cambiare nei secoli, con il mutare delle strade e dei mezzi di locomozione, non il viaggiatore e il suo spirito. E tra viaggiatore e turista la parentela è estremamente labile.

La distanza più profonda tra queste due categorie dell’essere consiste nel fatto che il turista desidera soltanto vedere e si sente protagonista tra coloro tra i quali si muove, mentre il viaggiatore vuole capire e sa che per farlo deve avere il desiderio di essere alla pari con i padroni di casa e disponibile a impegnarsi in ciò perché è ben conscio che nella vita sentirsi davvero uguali agli altri è sempre molto più difficile che sentirsi superiori agli altri, o inferiori agli altri. Viaggiare, insomma, dovrebbe essere sempre un atto di umiltà, una dichiarazione implicita di disponibilità e di apertura a farsi permeare da viste, sensazioni e idee inconsuete.
Un’altra differenza importante consiste nella preparazione. Il turista parte spensierato e ignorante, anche se talvolta armato di buona volontà. Però spesso i turisti davanti a un monumento leggono il loro Beadeker. E proprio la lettura della sua storia, delle sue origini, del suo significato impedisce loro di “vedere” davvero il monumento stesso. O il panorama.

Il viaggiatore, invece, sa, come dice Jean-Jacques Rousseau nell’Emilio, che «la vita degli spettacoli naturali è solo nel cuore degli uomini; per vederla, bisogna sentirla». Sa anche dove vuole andare e, in più, lo fa con la capacità di ritrovare il vero valore di un tempo umano e non artificiosamente accelerato. È in grado di capire che la montagna non è soltanto un bel panorama, ma è soprattutto altro, perché contiene in sé passato e futuro, tristezze e speranze, soddisfazioni e progetti, rimpianti e desideri, perché in montagna il presente è proprio soltanto ciò che dovrebbe essere sempre: un semplice, impalpabile punto di passaggio tra ciò che è stato e ciò che sarà. Un punto di passaggio che diventa importante soltanto se sappiamo coglierlo, assaporarlo e valorizzarlo in ogni suo aspetto, tanto da farlo spiccare in mezzo alle miriadi di cose che ci riguardano, tanto da farlo diventare un ricordo fissato nella nostra mente.

E, per concludere, veniamo alla progettazione e alla formazione che deve coinvolgere direttamente coloro che in montagna ci vivono. Sono due termini che danno grande fiducia perché invertono una tendenza ormai inveterata in quanto generalmente, se ci fate caso, quasi tutti coloro che si mettono a parlare, o a scrivere di montagna, tranne che per poche e ben determinate stazioni turistiche di successo, lo fanno come se fossero chiamati al capezzale di un moribondo, con la tipica rassegnazione di chi va a trovare un malato terminale al quale si vuole molto bene: ci si va per portare un po’ di sollievo, per illudersi che un giorno possa verificarsi un miracolo, che qualcuno trovi una nuova e ipotetica medicina adatta che possa innescare il processo di guarigione. Ma anche, purtroppo, con l’intima convinzione che i miracoli non si avverano, che la medicina non sarà trovata in tempo utile e che la fine, quindi, sarà ineluttabile.

Questa volta non è così perché la scelta dell’Unesco e ancor prima la capacità delle Dolomiti di mettersi nelle condizioni di favorire questa scelta spalancano scenari inediti e molto promettenti, sempre che si effettuino progettazioni sapienti e che ci si formi a questa nuova realtà perché è incontestabile che toccherà proprio ai residenti il compito più difficile unito alla responsabilità più gravosa, sia nel fare, sia nel controllare.

Non ci sono dubbi, per esempio, che la montagna spesso soffra anche perché mancano infrastrutture, trasporti, incentivi, perché non c’è congruità economica tra il lavoro svolto e il ricavo ottenuto; perché in questo mondo di supposta globalizzazione, ma di reale convergenza nelle mani di pochi, tutto tende ad accentrarsi nelle grandi città. Il fatto è che la montagna da molti è vista soprattutto come un luogo da sfruttare nella maniera più confacente alle necessità della pianura. Mi sembra importante, quindi, tornare per un momento al fatto che geologicamente non è stata la montagna a separarsi dalla pianura, ma che è accaduto esattamente il contrario; e allora appare ancora più simbolicamente evidente che se si pensa di cambiare la montagna per adattarla alle abitudini e ai desideri della pianura, si ottiene soltanto di stravolgerla, di omologarne i difetti a quelli della città, senza contemporaneamente esaltarne i pregi.

Invece, per uscire da questo pericoloso pantano, visto che le comunità che in montagna ci vivono, non sono virtuali, ma reali, è necessario fare leva sulla cultura esaltandola sia nella modernità, sia nelle tradizioni. Ed è forse questo l’aspetto sorprendentemente più rischioso perché in montagna, come dappertutto, convivono identità e contaminazioni in un delicatissimo equilibrio che è dinamico e non statico. Ma nelle terre alte la situazione è resa più rischiosa perché le valli creano fisicamente ambiti diversi che, tanto meno sono estesi, tanto più hanno comunanza di tradizioni, ma anche radicamento di campanilismi. Mentre, invece, ci sarebbe bisogno di forti convivenze. Può sembrare una spirale senza via d’uscita, ma per spezzarla basterebbe ricordare che la prima tra tutte le caratteristiche comuni che uniscono noi e “gli altri” (che troveremo sempre, per quanto grande possa diventare la categoria del “noi”), la più importante tra tutte le caratteristiche comuni – dicevo – è quella di appartenere al medesimo genere umano, di nascere uguali e di dover cercare il bene di tutti attraverso la solidarietà.

L’identità, insomma, è un valore se non diventa separazione e se non viene sfruttata per bassi scopi populistici facendo finta di difenderla nelle apparenze e distruggendola nella sostanza, ingabbiandola e ingessandola come si fa, per esempio, con quella che viene definita la difesa di una lingua. E ingessare una lingua è come sterilizzare un paesaggio. Poi l’uso o la natura continueranno a fare il loro corso e manderanno in frantumi non soltanto il fragile guscio di ogni apparenza artificiale, ma anche la sostanza, che non apparterrà più a nessuno. E la perdita, oltre che essere irreparabile, finirà per avere conseguenze anche per il paesaggio.

Fine

DOLOMITI PAESAGGIO E VIVIBILITÀ // 1ª parte
http://www.iborderline.net/rifugi-culturali/2010/02/dolomiti-paesaggio-e-vivibilita-di-gianpaolo-carbonetto1%C2%B0-parte-2/

Foto di Leonhard Angerer dall’Archivio di Intraisass
http://www.intraisass.it/com_stampa47.htm


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