RIFUGIO CULTURALE | CENTRO STABILE DI CULTURA | S.VITO LEG. | VI
Inizia con questa prima presentazione ad hoc di Antonello Romanazzi il viaggio esplorativo attraverso i “nostri” Rifugi Culturali. Partiamo dal mitico CSC, dove la parola mitico è ben temprata dal ventennale della sua fondazione e dalla resistenza in percorsi davvero inimmaginabili dalle logiche che circondano le nostre vite. Le celebrazioni sono cominiciate in questi giorni sotto la mole del Monte Summano. Protetto a vista dalle Piccole Dolomiti e dall’Altipiano di Asiago, una piccola isola culturale si erge coraggiosa per permettere l’approdo ai più grandi innovatori-provocatori-sperimentatori della musica e dei laboratori teatrali del nostro tempo. Da ogni parte del mondo. Noi e loro, ci monitoreremo costantemente.
CORPO MUTEVOLE E MUTANTE
di Antonello Romanazzi
Quando ho acceso il motore la strada era già prigioniera della notte.
Provo a seguire la direzione stabilita dai segnali stradali. Supero un piccolo centro abitato ed una serie di rotatorie. Poi le testimonianze della presenza invadente dei miei simili si diradano: un supermercato extraurbano, capannoni industriali in fila, bar dimenticati, il cimitero, un ameno hotel. Tutto spento. Intorno campi ovunque, fin dove nemmeno il più intraprendente degli elefanti di Annibale sarebbe mai riuscito ad arrivare.
Qua e là un lampione, teneramente piantato lì ad illuminarsi addosso. Sullo sfondo la montagna o l’immensa pianura, a seconda della direzione in cui si procede.
Lucine fioche e lontanissime si spiaccicano contro i vetri dell’auto come echi di sparute dimore.
È così che giungo nel bel mezzo dell’indifferente nulla. Più che da ombelico del mondo, l’atmosfera è da periferia dell’impero.
Indicazioni nemmeno a pagarle in diamanti. Assediato dalla tenebra, già sospetto tra le pieghe dei miei pensieri l’insinuarsi dello sconforto e, come il molesto ticchettío delle lancette sul comodino ad inceppare il riposo, l’assalto del dubbio: “Ho sbagliato strada?” Poi, subito a seguire, l’ancor meno incoraggiante quesito di chatwiniana memoria: “Ma che ci faccio io qui?”
Quando, d’un tratto, fra i rami fitti di un improvviso corteo di conifere sgattaiola il chiarore lattiginoso di un neon, acceso come su un altare eretto al silenzio. Il profilo in ombra di qualche automobile posteggiata fa il resto, lasciando in un attimo ben poco posto all’immaginazione. Svolto risoluto all’imbocco dell’invisibile stradina, che pare volersi perdere anch’essa tra zolle e solchi. E subito mi si fa incontro Gianni, un uomo gentile dai modi semplici, che mi indica con la paletta dove ormeggiare il mio Beagle. Ci sono! Ritrovo il Centro Stabile di Cultura esattamente nello stesso luogo, astratto ed ipotetico, dove l’avevo lasciato settimane prima, in via Leogra, a San Vito di Leguzzano (VI), S.P. 46 Km21.
Cos’è il Centro Stabile di Cultura? Beh, la risposta è lì appena entrate:
« … Corpo mutevole e mutante (a volte pure in mutande) per vocazione e volontà.
Ogni individuo ne costituisce un organo, un arto, un’appendice funzionale e indispensabile alla stessa sua esistenza.
Tutti elementi volontari e indipendenti, coordinati dal cuore: la volontà del dialogo e del confronto/scontro fino a raggiungere una soluzione comune dopo che ogni personalità si sia espressa a suo modo.
Poco incline a farsi contagiare da agenti che ne diminuiscano la libera indipendenza.
Corpo libero!
Corpo libero, dal movimento forse sgraziato, irriverente, fantasioso, ma nel momento della raggiunta decisione unitaria capace di scattare in evoluzioni imprevedibili; mai lo si vedrà marciare allineato tanto meno sfilare imbellettato sotto de(i)ttatura alcuna.
Gli individui che lo animano, che gli donano, ognuno col suo percorso, il moto, lo arricchiscono e colorano nella quotidiana autogestione e autofinanziamento; non senza intoppi o cadute.
Si sa, più sono gli arti e più facilmente il corpo si può sollevare dalle cadute, più sono gli organi e più velocemente si guarisce dalle infezioni e in tempi buoni, in tempi buoni si possono fare evoluzioni mai viste.
A corpo libero!
Ecco quindi: che questo corpo assuma sempre nuove forme e nuovi colori, che possa arricchirsi di occhi diversi, che venga animato da nuovi arti e appendici regalando la possibilità di salti mortali dalla bellezza sorprendente … o che nel momento del bisogno, allungando una mano a terra, non scivoli troppo malamente.»
Chiaro?
Sbrigate all’ingresso le formalità di iscrizione (il Centro Stabile di Cultura, per gli amici ciesseci, si presenta nella forma giuridica di associazione culturale), si viene accolti in un ambiente al tempo stesso dismesso e curioso. Difficile non lasciarsi andare all’abbraccio morbido che adagio non tarda ad arrivare dalla rilassata penombra, in cui pare galleggiare perfettamente a proprio agio l’equilibrio di un’inconsueta ricchezza di segni e colori.
In questo spazio dai contorni nascosti e poco nitidi è facile imbattersi presto in qualcuno in qualcosa affaccendato. Gianni, come s’è detto, ma anche Lidia, Roberto S., Monica, Renato, Marco, Gi, Renata, Antonello, Roberto D., Luca, Giulia, Chiara, Valeria, Enio, Stefano, Fabio, Corrado, Andrea e chissà quanti altri ancora. Sì, perché sono questi «elementi volontari e indipendenti» a mandare avanti la baracca: chi ha disegnato il logo, chi provvede ai rifornimenti e chi cura il sito internet, il fonico, la presidente e gli autori delle recensioni, dai contatti con gli artisti all’ingresso in sala, in accoglienza, al bar ed in cucina (per i musicisti affamati). A proposito di cucina: è proprio seduti intorno ad un tavolo, tra un piatto di orecchiette ai broccoli ed un robusto bicchiere di rosso, che incontro Takumi e Paolo. Lei vive a Montpellier, lui a Barcellona. Prima che inizino a suonare ridiamo e scherziamo un po’ insieme. Mi piace ascoltare i loro racconti di avventure e ricordi. Questa volta il palco sarà loro (se lo vorranno, perché qui non è raro vedere gli artisti esibirsi a prescindere dal palco ed in sinergia con il pubblico). Takumi Fukushima (già nell’ensemble Volapuk) col suo inquieto violino e la sua voce, ora dolcissima ora buffa, si accompagnerà alla chitarra sarda preparata di Paolo Angeli, uno strumento «assimilabile ad una vera e propria scultura sonora, un ibrido a 18 corde dotato di martelletti, eliche, pedaliere e 14 output in continua evoluzione. Un´ibrido tra chitarra, basso acustico, violoncello e batteria.» La serata, insomma, promette bene.
È la musica, la passione per la musica, il grande motore del C.S.C. Gli artisti ospiti sono di tutto il mondo e arrivano da tutto il mondo. Di qui sono passati i Faust, Franti, Pere Ubu, Stearica, Elliott Sharp, Christy Doran’s New Bags, Ensemble Rayè (della loro performace ho un ricordo cui sono affezionatissimo), Acid Mother Temple, Jessica Lurie con Ami Denio e le Tiptons, un’infinita prole degli inquantificabili progetti dell’immarcescibile John Zorn ed innumerevoli altri.
Qui approdano progetti e nascono collaborazioni. Si viene al C.S.C. perché …. o la vieni a sentire qui, o la vai a cercare a centinaia di chilometri, o non la trovi da nessun’altra parte.
Si ascoltano tutti i più vari generi musicali, suonati con i più noti o i meno probabili strumenti. Ma al C.S.C. è di casa il filo che li unisce tutti: l’improvvisazione, modo di fare musica assolutamente prediletto. La qualità musicale dell’improvvisazione è come un frutto che nasce dall’unione mai risolta di unicità, imponderabilità ed irripetibilità di un momento deputato alla musica con la ricerca, l’abilità, la fantasia, la capacità, l’interiorità, la spontaneità e l’intelligenza dell’artista, che in quel momento sgorgano. È dentro l’esplorazione di timbri, scale, note, toni, armoniche, gradi, silenzi, ritmi, voci, accordi, rumori e suoni lasciati nelle libere mani dell’espressività dell’interprete. Al centro del Centro ci sono l’indipendenza dell’autore e l’irriproducibilità della sua esecuzione.
Ce n’è per rozze urgenze come per palati fini. D’altronde, oltre alla musica di ricerca, dal C.S.C. passano anche mostre di pittura, fotografia, arti grafiche e illustrative. C’è spazio per la poesia, il teatro, il cinema, le arti visive, quelle plastiche, la produzione letteraria. Vi si ascoltano dischi e leggono libri. Li si acquista talvolta. (A proposito: il C.S.C. ha anche autoprodotto schio-duemilaquattro, lo stupendo disco di Roberto Dani ed Erik Friedlander.) È un luogo aperto ad occasioni di discussione, di incontro e scoperta, anche fra genti e culture eterogenee. Una casa che accoglie la differenza.
Al C.S.C. è possibile seguire prestigiosi workshop con maestri di alto livello, come Forme Sonore diretto e curato da Roberto Dani, e Feral Choir diretto e curato da Phil Minton. Qui ha sede anche il concorso Musica a RiSchio, l’ormai tradizionale appuntamento per i giovani musicisti della zona. E a conclusione di certe serate più fortunate può persino scattare la dance hall.
Quest’anno il Centro Stabile di Cultura celebra il suo primo ventennale con una strabiliante rassegna musicale: eVenti, i cui appuntamenti non mancheranno di fare capolino nella piccola vetrina del calendario-agenda di intranetnews. Dopo il concerto del duo Fukushima/Angeli, sabato 13 sarà la volta dei Githead.
Ecco, è così, come un rifugio dove si resiste, una tana, una taverna nascosta su un molo buio di un porto lontano, con colori e forme, suoni e sorrisi, silenzi ed immagini, che il C.S.C. accoglie gli accorti navigatori che transitano lungo le rotte dell’eterodossia musicale.
CSC – CENTRO STABILE DI CULTURA
Via Leogra, strada statale 46 – km 21
San Vito di Leguzzano (VICENZA)
Tel: 349 2943281


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