CONVEGNO | SCUOLA PER IL GOVERNO DEL TERRITORIO E DEL PAESAGGIO | TRENTO
Dagli atti del convegno Dolomiti. Paesaggio e vivibilità in un bene Unesco, svoltosi a Trento, palazzo della Provincia, venerdì 13 novembre 2009, pubblichiamo il testo con cui Gianpaolo Carbonetto ha introdotto la sessione dedicata alla Progettazione e formazione per il paesaggio come spazio di vita.
Ringraziamo per l’esclusiva concessione l’autore e gli organizzatori dell’evento, STEP Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio.
DOLOMITI PAESAGGIO E VIVIBILITÀ
di Gianpaolo Carbonetto // 1ª parte
Il tema di questo pomeriggio, “Progettazione e formazione per il paesaggio come spazio di vita”, è molto ambizioso e stimolante, ma è anche una grande sfida di complessità. Lo sarebbe anche se fosse riferito a qualsiasi altra zona della montagna, ma in questo caso la responsabilità è infinitamente maggiore perché si parla un territorio che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’umanità e, quindi, ci si trova di fronte non soltanto al dovere di difenderlo, ma contemporaneamente anche di renderlo accessibile a chi desidera avvicinarsi a questo ambiente unico ed eccezionale; e, ancora, di mantenerlo utilizzabile per chi da sempre ci vive, ma che ora deve mutare mentalità davanti alla nuova realtà della propria terra.
Non è detto che realizzare insieme tutto ciò sia facile, perché in questo discorso ci si trova di fronte a moltissime variabili, naturali e umane, visto che è necessario capire profondamente cosa significhi difendere la natura e cosa, invece, coartarla, e anche distinguere tra i tipi di persone che alle Dolomiti sono interessati: turisti, alpinisti, abitanti. Tra un po’ ne parleranno quattro esperti; a me spetta il compito di introdurre l’argomento.
Credo sia giusto cominciare proprio dalla natura e ad aiutarci in questo percorso è il fatto che, viste da una certa quota, le prospettive sono sempre inconsuete. Sarà la bellezza del paesaggio, sarà il silenzio turbato soltanto da rumori naturali, saranno quei profumi che sembravano perduti, sarà quella capacità di dialogare con se stessi che in pianura viene soffocata dalla frenesia di un mondo che l’uomo ha reso indigesto anche a se stesso. Sta di fatto che da lassù la montagna appare davvero diversa, con le sue valli tagliate a V da un fiume o da impetuosi e incostanti torrenti, o con quelle scavate a U dal lento e inesorabile avanzare dei ghiacciai, con quelle manciate di puntini rossi circondati dal verde che individuano i tetti di paesini uniti tra loro da sottili fili d’asfalto e sorti anche in posti che oggi ci sembrano assurdi, ma che in altri tempi avevano solide motivazioni per determinare gli insediamenti. Guardando questo panorama, anche la storia riprende corpo, affondando le sue radici fino ai tempi in cui l’uomo non calpestava ancora questo pianeta, ma anche proiettando lo sguardo verso un futuro che non può essere di scarse speranze perché resta ancora tutto da scrivere.
Per prima cosa, ci si rende pienamente conto che non dobbiamo pensare alla montagna come a qualcosa che, innalzandosi, si è separato dalla pianura e dalla sua relativa facilità di vita. Geologicamente è vero esattamente il contrario perché sono le valli a essere state scavate, mentre il terreno si innalzava – e ancora si innalza – lentissimamente, ma senza soste. E non è un aspetto secondario perché ogni terra ha un’anima e un carattere che generalmente si fanno risalire alla storia e alle caratteristiche economiche e sociali sviluppatesi con il passare dei secoli, ma troppo spesso si finisce per dimenticare che lassù la storia è stata determinata per buona parte pure dalla geografia e dalla geomorfologia del territorio.
Anche queste considerazioni ribadiscono l’importanza del paesaggio e ci fanno capire che dobbiamo ben distinguere tra il difendere la natura e il coartare la natura. Perché in realtà snaturalizzare un posto può non voler dire soltanto ricoprirlo di cemento, ma anche fossilizzarlo in una situazione che siamo noi a scegliere arbitrariamente; o, meglio, illudersi di fossilizzarlo perché in realtà, come giustamente ha scritto Francisco Bacon nel suo “Novum organum”, «la natura non si domina, se non ubbidendole».
E questo è un concetto non facile da assimilare perché si tratta di cambiare mentalità ancor prima che abitudini. L’aggettivo “naturale”, per esempio nella vulgata comune oggi viene applicato soltanto a scenari sereni: alberi mossi dolcemente dalla brezza, spiagge assolate e immacolate, sorgenti di acque cristalline, ghiacci purissimi. E invece è “naturale” anche la furia degli elementi quando castigano l’arroganza umana e rivelano la nostra piccolezza: il terremoto che rade al suolo costruzioni di ogni tipo; l’inondazione che sommerge, travolge e trascina quanto incontra sulla sua strada; il fulmine che stermina greggi di pecore, colpisce un gitante che non trova riparo, o abbatte un aereo con i suoi passeggeri; la tromba marina che frantuma le barche contro la scogliera; il tornado che risucchia nel suo vortice anche vite umane. Perché, in definitiva, ciò che viene definito “naturale” è quello che percepiamo come un rimprovero rivolto all’artificio umano, o con la sua innocente bellezza, o con la cocente umiliazione che infligge ai nostri progetti.
E allora dobbiamo accettare come naturale anche il fatto che le montagne continuino a sgretolarsi sotto l’azione degli elementi atmosferici e climatici, fornendo quei sedimenti che poi andranno a formare nuove pianure. Anzi, di solito già lo accettiamo tranquillamente perché, per esempio, non ci interessa molto che un ghiaione abbassi la sua curva, o diventi più terroso che ghiaioso. Però non solo restiamo legittimamente esterrefatti e dispiaciuti, ma anche cerchiamo immediatamente e irragionevolmente dei colpevoli, quando la natura decide che le Cinque Torri possano diventare Quattro; o, per essere più precisi, quattro e qualcosa.
Questa reazione è sbagliata perché la realtà è che forse da qualche parte la natura sbaglia, forse da qualche parte è geniale, probabilmente, come ha detto Aristotele ne La Politica, «la natura non fa mai nulla d’inutile». Ma come le ha create, così sarà lei a distruggere le cose tra cui viviamo. Noi generalmente possiamo aver contribuito – ma solo in minima parte e quasi sempre in maniera universalmente colposa più che personalmente volontaria, o preterintenzionale – ad accelerare alcuni processi.
Questo significa che non si può far nulla? Assolutamente no, ma – tralasciando l’ovvia necessità di impedire qualsiasi azione che si ponga criminalmente o stupidamente al di fuori della legge – occorre uno sforzo mondiale per ridurre l’inquinamento e le piogge acide, o per non far mutare così velocemente il clima e, con esso, la carenza e la violenza delle precipitazioni. Molto più coinvolgente, a livello locale, è l’impegno per la salvaguardia dei luoghi in cui viviamo. E questa è questione di mentalità e di maturità perché – e qui mi rivolgo soprattutto ai politici, ma anche agli elettori – occorre aiutare coloro che vivono in montagna a poter partecipare appieno alla cura del territorio, oltre che accettare il fatto che sia meno importante l’inaugurazione di una galleria, che regala grande visibilità, rispetto al consolidamento di un versante che non darà rinomanza quando impedirà, senza che nessuno se ne renda conto, una frana e salverà qualche vita. Ma una vita non ha prezzo e la politica deve proprio occuparsi della bontà e della salvaguardia della vita degli umani. I più recenti e luttuosi disastri accaduti nel Messinese e a Ischia lo ribadiscono abbondantemente. E anche educare la gente non ha un ritorno immediato, o di breve periodo, in termini di visibilità. Ma anche l’educazione non ha prezzo.
Per spiegarmi meglio, vi voglio portare l’esempio delle alluvioni che riguardano il Tagliamento, il maggiore fiume del Friuli, la regione in cui vivo e in cui non sono mai stati incentivati quei lavori di cura del territorio che sarebbero utilissimi per evitare disastri sia nelle terre alte, sia in quelle basse. Perché gli ingegneri idraulici e i geologi non hanno dubbi che i soldi spesi in Carnia, in montagna, andrebbero anche a beneficio di Latisana, città vicino alla foce che ciclicamente finisce sott’acqua. Perché, se si vuole impedire che il Tagliamento tracimi in pianura, molti interventi poco appariscenti, ma sostanziali, devono essere effettuati in montagna.Nelle cause di inondazione una delle più importanti è rappresentata dall’aumento della velocità di corrivazione che è l’affluire di tutte le acque di un bacino idrografico in un unico alveo. Tanto più veloce è lo scivolamento liquido verso valle, tanto minore è il tempo impiegato dalle piene per arrivare dalla montagna alla pianura e tanto più scarsa è la capacità di assorbimento del fenomeno con il normale deflusso verso il mare. Basta un dato per capire l’importanza del problema: agli inizi degli Anni Sessanta un’ondata di piena impiegava circa trentasei ore per arrivare dalla Carnia a Latisana; oggi ce ne mette meno di dodici e l’intervallo di tempo sta calando ancora. È evidente, quindi, che se la medesima quantità d’acqua deve passare nella stessa sezione in un tempo minore, questo significa che nell’unità di tempo ne passerà molta di più e finirà inevitabilmente per traboccare dall’alveo e allagare zone che dovrebbero restare asciutte.
Il cambiamento, è ovvio, dipende quasi completamente dall’uomo, o per la sua ingombrante presenza, o per la sua drammatica assenza. E il problema comincia già ad alta quota, dove non si ripuliscono più torrenti e canali di scolo e dove l’erba non più falciata si piega sotto il peso dell’acqua corrente formando una specie di feltro che contribuisce a ridurre la permeabilità del terreno.
Poi, più a valle, dovremmo parlare di forsennati ricoprimenti di enormi distese di terreno che, quindi, non è più poroso, di canalizzazioni che non mirano a risolvere i problemi, ma soltanto a spostarli, di invasioni assurde di aree di naturale pertinenza dei fiumi. Ma qui oggi parliamo di montagna e se dappertutto è un discorso difficile, è evidente che se, sia facendo cose sbagliate, sia non facendo cose giuste, togliamo la naturalità alle Dolomiti, finiamo per togliere loro anche il valore che le hanno portato a essere dichiarate Patrimonio dell’umanità
Fine 1ª parte
Foto di Leonhard Angerer dall’Archivio di Intraisass
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