RECENSIONI | LIBRI | GUERRA
QUOTA ALBANIA
Mario Rigoni Stern
Einaudi Torino, 1971
pp. 151
euro 10,00
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Qualche giorno fa, un po’ per soddisfare la richiesta di un caro amico che mi chiedeva dei riferimenti letterari, un po’ per rispondere alla nostalgia che spesso ci afferra per un libro letto in passato e mai dimenticato, ho ripreso in mano Quota Albania di Mario Rigoni Stern, forse uno dei libri meno considerati del “vecio”, come lui stesso amava definirsi e che solo di recente ha avuto un edizione negli Einaudi tascabili (io posseggo ancora l’edizione nella collana Nuovi Coralli).
Il libro è composto di quattro capitoli, quattro momenti che raccontano le vicende antecedenti alla campagna di Russia, l’odissea da cui sarebbe nato “Il sergente nella neve”. Attraversano infatti le due campagne che inaugurarono la guerra voluta dal duce a fianco della Germania nazista e che furono, senza ombra di dubbio, tra le peggiori campagne militari che l’Italia abbia mai intrapreso: prima la vergognosa aggressione alla Francia nel giugno del 1940, poi la disastrosa campagna di Grecia, iniziata baldanzosamente il 28 ottobre dello stesso anno.
Mario nel 1940 era un diciannovenne che sognava le avventure lette un tempo tra le pagine di Conrad e Verne e che un paio d’anni prima si era arruolato volontario nel corpo degli Alpini.
Quando, il 10 giugno, Mussolini fa il suo discorso “contro le plutocrazie occidentali”, proclamando la discesa in campo contro Francia e Gran Bretagna, il reparto in cui presta servizio si trova in Val d’Aosta. È là, come racconterà qualche anno dopo a Marco Paolini, che gli Alpini vengono a conoscenza della notizia. Scrive all’inizio del libro: «Venne Nicolini dal paese per gridare nella quiete: – El Crapun ha dichiarato la guerra e a Roma urlano come matti! -. Sul nostro accampamento scese il silenzio e non ci furono commenti.»
Questo silenzio, che sembra quasi anticipare quello dei primi lutti, accompagnerà spesso il caporale Rigoni Stern, come quando gli Alpini, in un’alba “pallida e grigia come i nostri visi tirati”, sbarcano sulle coste albanesi ai primi di novembre. La campagna “per spezzare le reni della Grecia” è iniziata da qualche giorno: sei divisioni, male armate e peggio equipaggiate si sono lanciate all’attacco, con organizzazione pressoché nulla da parte dei comandi italiani. La Grecia, secondo i piani del duce, era un frutto maturo, pronto a concedersi alle armate di Roma che non avrebbero incontrato resistenza. E invece i greci, dopo la sorpresa dell’attacco, resistono, tengono duro, infine contrattaccano. La situazione precipita, servono altre truppe, altri alpini, fanti, giovani pieni di sogni e speranze da mandare in linea per evitare che i greci sfondino, che ricaccino in mare le gloriose divisioni del Regio esercito. Ecco che dopo la Julia, impiegata sin dall’inizio nell’attacco, arriva la Tridentina. Lo sbarco, dopo un viaggio cupo attraverso l’Adriatico, proietta di colpo gli Alpini in un mondo ostile: «Camminavamo per le colline lungo il mare paludoso; la terra era arida, cespugliosa; i rari ulivi e fichi si erano inselvatichiti al punto che non li distinguevi dai cespugli, e non portavano frutti. Un paese da serpi.»
In questa terra si trovano a combattere gli Alpini della Tridentina, tra il fango e la neve prima che contro i greci, un nemico che difende la propria patria da un’aggressione folle, voluta da un regime alla disperata ricerca di un successo che emulasse le glorie tedesche.
Eppure, come accadrà poi nel “Sergente”, la narrazione non è solo riflessione. È piuttosto un susseguirsi continuo di incontri, di scambi d’umanità con i commilitoni, di episodi intrisi di voglia di vivere che il caporale portaordini Rigoni fa durante le lunghe marce per portare le informazioni da un comando all’altro oppure accompagnando il colonnello comandante del reggimento, un vecchio coriaceo e duro che un giorno gli dirà: «Io sono ormai vecchio. Tu sei un ragazzo. Devi vivere.»
Con un’accorata invocazione alla vita si chiude il libro, opera commovente, scritta con un linguaggio schietto, diretto, a tratti schematico, come un appunto, di quelli che il giovane Mario lasciava su piccoli taccuini: note che a distanza di trent’anni nel 1971 hanno dato origine all’opera; un linguaggio che lascia infine aprirsi, tra il silenzio grigio delle morti innaturali, tra il freddo, il fango, la fame, scorci di poesia, la poesia dell’umanità.
Stamattina mi sono alzato e ho trovato la neve, la prima dell’anno. L’avevano annunciata qualche giorno fa, ma è stata comunque una sorpresa, per me gradita.
«Ci insegna il senso del limite, dell’imprevedibilità e della nostra fragilità» dico quando ne parlo con qualche amico. E poi cosa ci può essere di meglio, mentre fuori nevica, di sedersi in compagnia del fuoco con un buon libro tra le mani? Ecco, in questi giorni in cui ministri della difesa si imbarcano su moderni elicotteri per lanciare volantini sopra paesi lontani, trattenendo magari a stento l’orgoglio di ripetere le imprese di qualche poeta che sentendosi vate volava nel 1918 su Vienna, non dovremmo disdegnare di ascoltare il silenzio, di guardare la neve cadere lentamente, di gustare le parole leggere, sussurrate di Mario e dei suoi compagni, dei tanti che la guerra non l’hanno vista per tv o sullo schermo di un videogioco, ma l’hanno vissuta, a diciannove anni. E magari non sono più tornati a baita.
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