RECENSIONI STORICHE | LIBRI | ALPINISMO
WILLO WELZENBACH
La vita, gli scritti, le imprese
Eric Roberts
I Licheni – Vivalda Editore 1992
pp.268
euro 14,98
Nomignolo affibiatogli per tutte le valanghe provocate (che a volte raggiungevano i fondo valle con clamorose fughe) per documentare la sua tesi di laurea del ’30 sulla stratigrafia dei depositi nevosi, sotto la supervisione del prof. W. Paulcke, famoso precursore dello sci alpino di fine ‘800.
Per dire subito di un personaggio che della montagna aveva fatto non solo teatro di grandi imprese ma anche oggetto di studi e di valutazioni che lo tennero in disparte dal clima “eroico” dell’epoca e che portarono, tra l’altro, all’introduzione della nota scala delle difficoltà per la quale è famoso, oltre che per essere stato un fortissimo alpinista.
Welzenbach fu senz’altro l’esponente più noto della scuola alpinistica di Monaco che, dalla metà degli anni venti, scalando in successione molte delle pareti nord e delle creste delle Alpi fino ad allora ritenute impossibili, diede il via ad una nuova fase dell’alpinismo che provocò non pochi scossoni nell’ambiente, soprattutto nel mondo anglosassone particolarmente legato ancora all’uso delle Guide Alpine nelle loro “campagne” estive/invernali.
E qui è d’obbligo rispolverare la vecchia libreria del fuintraisass per riportare un bell’articolo del nostro Gabriele Villa in Intraisass.
Dal punto di vista tecnico a Welzenbach e ai suoi compagni di scalate, in particolare Rigele che li fabbricò materialmente, si deve l’introduzione del chiodo da ghiaccio, destinato a garantire un minimo di sicurezza nei passaggi più ripidi e, anche, a consentire alcune delle manovre di corda (pendoli, traversate in contrapposizione) già sperimentate con successo sulla roccia.
Ancora Gabriele dal Fuintraisass…
Nonostante l’uso di ramponi a dieci punte che richiedevano una costante scalinatura e una devastante torsione delle caviglie (Willo non fece tempo a provare i ramponi a dodici punte perché introdotti verso la fine degli anni trenta), grazie a chiodi e corda, il livello delle difficoltà superabili su ghiaccio aumentò drasticamente tanto che le innumerevoli nuove realizzazioni rese possibili dall’introduzione di questi nuovi materiali vennero bollate come fanatica incoscienza dagli alpinisti rivali: «Varianti sciocche e folli opera di senza guida scriteriati su pareti continuamente spazzate da scariche di sassi e ghiaccio». Così l’Alpine Journal a proposito della prima salita della parete nord della Dent d’Hérens.
In realtà Willo possedeva una grande tecnica e una capacità fuori dal comune di valutare le situazioni di pericolo tanto che la sua carriera fu ricca di successi quanto di ritirate strategiche comunque senza mai incidenti per morire nell’unica impresa (Nanga Parbat 1934) dove l’organizzazione non era stata suo appannaggio!
È in questo periodo (1926) che Welzenbach introduce la scala a 6 gradi, sostenendo che le precedenti a 4 gradi erano troppo vaghe e già superate e che questa sarebbe stata quella definitiva in quanto sosteneva: «Non sono possibili rilevanti miglioramenti nei livelli raggiunti nell’arrampicata in roccia».
Giudizio che lui stesso successivamente ebbe modo di rivedere ammettendo che la scala andava adeguata ai tempi (come sosteneva H. Dulfer ancora negli anni precedenti la Grande guerra).
Anche l’introduzione di questa nuova scala non trovò grande entusiasmo negli ambienti alpinistici anglosassoni che ritenevano questo affrancamento dal giudizio insindacabile delle Guide, oltre alla diffusione delle relazioni particolareggiate delle salite, pericoloso per alimentare lo spirito competitivo tra i giovani se non addirittura il mito del pericolo.
Miti questi non estranei all’epoca; non bisogna dimenticare il contesto storico; gli anni delle dittature, il nazismo che si andava affermando, l’alpinista superuomo: «La conquista della cima è attesa per la gloria della Germania» dichiarò nel 1934 il ministro hitleriano dello sport in occasione dell’ennesima spedizione al Nanga Parbat; per dire del clima nazionalistico che si andava creando, clima che forse contribuì anche alla disastrosa organizzazione della spedizione che alla fine costò la vita a una decina di persone compreso lo stesso Welzenbach (che all’epoca aveva 34 anni).
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