Recensioni


30 ago 2010, di Giovanni Busato

Il polacco che corre sugli ottomila

RECENSIONI | LIBRI | WIECKLY

LA CORONA DELL’HIMALAYA
Krzystof Wielicki

Alpine Studio, Lecco 2010
pp. 244 con repertorio fotografico a colori
euro 20,00

Per dire dell’alpinista…
Quando iniziò la sua avventura himalayana nel 1980 indossava un paio di occhiali da saldatore per ripararsi dal sole e il suo primo ottomila fu l’Everest, d’inverno!
Subito la montagna più alta della terra e la sua prima salita assoluta invernale!
Non occorrerebbero altre parole per sottolineare che questo è un libro scritto da uno dei più grandi alpinisti d’alta quota di tutti i tempi.
A dire il vero anche nel libro le parole sono veramente misurate col bilancino, talmente essenziale nelle descrizioni che sembranoavere lo spazio maggiore le foto.
«Qui non troverete le descrizioni emotive, il sapore della vittoria né l’amaro della sconfitta» scrive Wielicki nella sua (essenziale) presentazione, quasi a delegare alle foto la trasmissione delle sue emozioni.
In realtà, pur essendo un volume ad alto contenuto fotografico è anche un libro che racconta del rapporto onesto dell’alpinista con la montagna e i propri compagni senza sconfinare mai nella retorica facile e autoreferenziale; un libro che finalmente giunge nelle librerie, dopo una limitata tiratura del ’97 ad appannaggio delle varie conferenze, che rimette giustamente sotto i riflettori questo grande alpinista, precursore già dagli anni ’80 di un alpinismo leggero, invernale, spesso solitario ma soprattutto quel particolare alpinismo “non stop” base-vetta-base che oggigiorno praticano gli alpinisti di punta sulle cime più inospitali del pianeta.
Così oltre al ricordato Everest d’inverno dell’80, c’è il Broad Peak (salita e discesa) in 21 ore dell’84, il Dhaulagiri per nuova via in solitaria in 17 ore o il Shisha Pangma per nuova via in solitaria in 20 ore; il resto degli ottomila per nuove vie e le cosiddette “vie normali” dedicate alle salite invernali.
Nei sedici anni (1980/1996) nei quali ha “costruito” la sua corona di ottomila, con una determinazione che andava oltre la comprensione dei suoi stessi compagni, che stupiva per la sua incredibile resistenza alla fatica e per la sua apparente indifferenza alle condizioni meteo che lo piegavano alla resa solo creando condizioni di pericolo per sé e per i suoi compagni, ha conosciuto e scalato con i più grandi alpinisti: Messner, Kukuczka, Carsolio, Kurtyka, Viesturs e Hall… per non parlare di quella teoria di nomi sconosciuti appartenenti alla galassia alpinistica dell’est europeo, che potevi trovare (e trovi) sulle più difficili pareti del mondo.
Tra questi personaggi ancora gli italiani Bianchi e Kuntner con i quali ha scalato al Cho Oyo nel ‘93 e al K2 nel ‘96 dove ebbe la ventura di condividere con loro un malaugurato bivacco all’aperto a 8300 m.
Per dire dell’uomo: «Questa storia fotografica della mia attività nell’Himalaya e in Karakorum
la rivolgo soprattutto a quelli che amando la montagna
e non avendo la possibilità di raggiungerla,
non hanno smesso di sognarla».
In questa splendida dedica e tra le righe di un libro che sembra esaltare una “macchina da grandi salite”, spunta qua e là l’uomo, il Wielicki dai mille dubbi inconfessati nei lunghi bivacchi in alta quota o nei campi base seppelliti dalle nevicate; il Wielicki che in cordata si preoccupa dei propri compagni fino a preferire le solitarie per non avere questa preoccupazione; o il Wielicki che soffre in un silenzio onesto il suo dolore non di maniera per la scomparsa degli amici, un dolore vero che pur messo nel conto a quelle altitudini in quelle pareti estreme non diventa mai un’abitudine di facciata né tantomeno la spietata indifferenza dell’alpinista che sale il suo 8000 ignorando ai margini della traccia la persona che sta morendo senza degnarla almeno del calore di una parola.
Infine va ricordato come il libro sia anche un ottimo e sintetico documento storico perché per ogni ottomila, oltre alla descrizione della propria impresa, Wielicki riporta in sunto l’attività dell’alpinismo polacco su quella cima e le informazioni relative alla prima salita oltre alle varie particolarità della montagna; il tutto accompagnato da un notevole corredo fotografico con foto che per i personaggi contenuti e contesto storico, col tempo assumono particolare valore di documento, come questa, al ritorno dal Kangchenjunga, assieme all’incredibile Kukuczka…

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Recensioni storiche / Libri / Fotografia di Wielicky e Kukuczka contenuta nel libr0.


blog comments powered by Disqus



ixplorerwall



copyright © 2000- Antersass Ricerca Culturale e Comunicazione - all rights reserved

iborderline [MANIFESTO] conceived and directed by Alberto Peruffo
intotherocks // written by Explorers, our Readers
corrispondenze // written and arranged by Blogger Storici di Intraisass + new and free entries / Alberto Peruffo, Andrea Gabrieli, Andrea Salvà, Antonello Romanazzi, Claudia Avventi, Erik Mario Baumgarten, Flavio Faoro, Franco Michieli, Gabriele Villa, Gianpaolo Castellano, Giovanni Busato, Lorenzo Castelli, Luca Visentini, Mario Crespan, Maurizio Mazzetto, Mauro Mazzetti, Mauro Loss, Melania Lunazzi, Paola Favero
rifugi culturali // researched by Antonello Romanazzi & Alberto Peruffo
ixplorerswall // community's comments

iborderline general coordination Antonello Romanazzi redazione@intraisass.it
graphic design and art logos Ester Chilese
web development fruktarbo.com