Intotherocks


Il pesce per gioco – 3

5 lug 2011, di Redazione
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di Simone Breda

TERZA PARTE

La voce di Paolo mi perviene a tratti portata dal vento in una specie di frase senza senso, allora nel dubbio di sbagliare la risposta, mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
In audace traverso a destra, torno sulla perpendicolare del bong di sotto, rimasto a tuttora l’ultima protezione, quando la scoperta di una bella fessurina sembra dare ascolto al mio desiderio di sicurezza. Armato di martello, appoggiandomi col fianco alla roccia e in risposta alle perplessità di Paolo, pianto un buon chiodo a U nella crepa che sembra gradire. Soddisfatto di quanto messo e colmato quello strano senso di vacuità, affronto più rilassato gli ultimi metri, alternando la libera ad un altro precario resting su cliff. Ho guadagnato la sosta, ma ho come l’impressione di averci messo una vita. Solo adesso mi accorgo che la parete è diventata fredda e Paolo di sotto, in silente attesa, trema come una foglia al vento. «Libera» urlo, cercando di far presto con le corde per guadagnare il tempo perso (se di perso si può parlare).

Paolino, partito rigido dal freddo, sale lento ma costante sino al chiodo in fessura che decide comunque di non togliere, forse solo per pigrizia o per andare più veloce. Avvisa: «Lo tolgo dopo, di ritorno in corda doppia».

Tirandolo per la felpa l’aiuto ad assicurarsi in sosta, ha gli occhi lucidi e la goccia al naso, sorridendo mi dice «Bravo!»

Nell’imminente sopraggiungere della sera rimangono solo tre tiri alla grande cengia. Le probabilità di riuscita a questo punto sembrano molte, ma l’ipotesi di arrivare in cengia, discendere tutta la via in doppia, raggiungere il rifugio, birra e cotillon, si fa oramai più remota. «Non rimane molta scelta, solo due alternative» asserisce Paolo, prendendo voce in capitolo: «Scendere ora e domattina andare a lavorare soffrendo la rinuncia o finire la via e bivaccare in cengia scalzi».
La risposta ci sta scritta in viso: «Si bivacca!», decisione unanime. «E poi cosa non si fa pur di non andare a lavorare di lunedì» aggiunge Paolino.

Prendo e spiego per l’ennesima volta lo schizzo su carta oramai logora, sul diciannovesimo trattino accenna di fare un pendolo. Per forza di cose o semplice curiosità mi dispongo io. Le parole a questo punto non servono più a nulla, per decidere a chi tocca basta un’occhiata; d’altronde ci conosciamo troppo bene, difficile sbagliare, e poi quello che conta veramente adesso è solo uscire.

Sopra, una fascia di enormi tetti dell’apparente roccia meno solida, forma una specie di ultimo enorme sbarramento tra noi e la nostra sospirata meta.
Tagliando in obliquo per bella placca, pian piano mi avvicino alla grande fenditura di sinistra, unico e logico varco per uscire dagli strapiombi. Il calcare con sempre meno buchi ma più fessure, risulta facile da proteggere, per gioia mia e di chi sta sotto. A cinque metri dalla fessura, dove la placca appare levigata come un muro di calcestruzzo, ecco giusto spuntare un cordino rosso stretto attorno ad una clessidra. Lo distinguo dalla protezione comune. «È arrivata l’ora del pendolo» strillo.

Collocato il rinvio e inserita la corda, preparo la rincorsa penzolando avanti indietro sui miei passi. Lo sprint comunque si rivela scarso arrivando a malapena un metro dalla fenditura. In vano tentativo: ho bisogno di più corda se non voglio rimanere allo stesso punto per mezz’ora: «Paolo, cala ancora!» Con più corda a disposizione prendo una tale rincorsa da far arrovellare un bersagliere, balzando in fessura seguito dal confuso rumore di ferro battente e sonante.
La crepa perfettamente dritta spara i suoi quindici metri di prese verticali, su fino in sosta; difficile trovare fenditure così lunghe e belle sul calcare, ma le cose belle durano molto poco e dopo qualche metro, ho già finito i friends grandi (per loro solo un misero riscatto). Senza perdermi d’animo incastro in loco il più grosso dei tricam che, seppur fatti per i buchi, nei casi di ghisa e panico tornano utili anche in fessura.
Un groviglio di venerande fettucce senza capo né coda fa da sosta, incassata sotto un enorme tetto di color giallo ocra. La posizione di recupero è assai scomoda, in aggiunta per aumentare il disagio trattengo pure le corde tra i piedi, onde evitare strane spire in fessura o inutili fastidi al compagno in fase di arrivo. Tutto attorno altri tetti giallastri, spigoli e crepe strapiombanti fanno temere più per l’aspetto e le forme che non per le difficoltà vere e proprie.

Prossimo e pronto al pendolo Paolo mi chiama in appello strepitando: «Metti in tiro che penzolo». Eseguo l’ordine e dall’alto della fenditura mi gusto la scena schernendo «Io Tarzan, tu Jane» a titolo gratuito, visto che da secondo il traverso gli riesce al primo tentativo. «Così non vale!» replico fingendomi invidioso (ed un po’ lo sono).
Vicini, nella ancor più scomoda sosta lo spazio per una lieta convivenza viene subito a mancare e seppur indeciso sulla strada da intraprendere per uscire da qui sotto, non attendo di capire e mi avvio lo stesso.

Coi piedi gonfi come salami, infilare le scarpe è già di per sé un’operazione estenuante, poi oltrepassare diretto il tetto non par proprio un facile lavoretto. «Guarda! In fondo a destra sembra un chiodo!» suggerisce Paolo con l’indice steso. Non mi faccio pregare un solo attimo; in discesa verso destra schivo la parte pronunciata del tetto, e dove lo strapiombo si fa leggero guadagno l’uscita impossessandomi della sosta. «Da primo il tiro è risultato senza storia, ma da due potrebbe passare alla storia», penso contemplando il lungo tratto di corda contesa penzolare di traverso priva di alcuna protezione e seppur non sia stata mia intenzione non posizionare niente, mi sento mio malgrado un mascalzone.

«La cosa più sensata da fare è lasciare una delle due corde tesa tra le soste!» propongo a Paolo di mio stesso avviso. Realizzato lo stratagemma, con la corda gialla in tensione inizio a recuperarlo sulla blu. La manovra dovrebbe risultare semplice ma naturalmente la corda tirata da sotto lo strapiombo non scorre sul moschettone e di conseguenza ne esce un bel casino. «Sembra impossibile!» si sfoga Paolo imprecando e strattonando le corde, «Con gli altri funziona sempre!»

Con la sera alle porte manca soltanto un’ultima fatica. Una fessura strapiombante, strachiodata in stile AO, taglia a metà l’ultimo tetto oltre il quale si cela la nostra sospirata cengia. Con la calma di chi sa bene cosa l’aspetta la notte, mi prendo il tempo di far le cose con bonaccia; ormai siamo arrivati. «Con tutti questi chiodi cosa può capitare ancora?»proferisco rivolto a Paolo che si apre in un sorriso. Ma passata la fessura e uscito dal tetto (manco a farlo apposta), le corde si bloccano sotto lo strapiombo, costringendomi a ritornare sui miei passi. In buona parte c’entra sì la negligenza di aver rinviato troppo corto. «Ma anche la sfiga dal canto suo ce la sta mettendo proprio tutta», penso mentre a strattoni tiro le corde. Risolto il problema, staccando tutti i rinvii sotto il tetto, con Paolo che ingiustamente se la ride sotto il casco, riparto di nuovo alla volta della cengia, stavolta certo di uscire. Per certi versi il pesce si può paragonare alle carte da briscola; fatto ventuno si va fuori e stavolta sono veramente fuori.

Incredulo di tutto, perfino di saper stare ancora ritto in piedi, mi siedo prudente vicino alla sosta e grido: «Paolo è finita, sono in cengia… vieni!»
Finire una via in cengia, con altra roccia sopra la testa dà sempre l’idea di aver fatto le cose a metà, ma è anche vero che chi si accontenta gode e con lo spuntare di Paolo, il godimento raddoppia.
Alle otto e quaranta in punto ci scambiamo la classica stretta di mano. In realtà lo vorrei forse abbracciare ma Paolo, dandomi una pacca sulla spalla, mi fa un attimo desistere; poi aggiunge illuminato da un ampio sguardo: «Te si sta’ forte».
«No! Siamo stati forti» ribatto io contraccambiando la pacca, ripetendo ancora: «Siamo stati forti!» I complimenti comunque durano poco, la notte sta già avvolgendo la montagna e prima del buio c’è ancora tanto da fare.

Per un momento l’idea di non scendere, mi pesa sulla coscienza come il fatto di aver lasciato giù scarpe, felpe, guanti e quant’altro farebbe comodo adesso. «Forse riusciamo a scendere. Abbiamo ancora un’ora di luce?» dico, spingendo per il ritorno. Ma Paolo molto più cauto mi frena: «Forse, ma se sbagliamo qualcosa o s’incastra una corda ci tocca dormire appesi come due salami».
«Il ragionamento non fa una piega…» penso, l’immagine fissa degli insaccati fa il resto. «Che si mangia per cena?» rispondo, mentre sogghignando cambio discorso, che tanto lo sa di avermi convinto.

Slegati dalle corde ma attenti a non finire di sotto, inciampando a piedi nudi sui sassi, ci muoviamo sulla cengia come due turisti per caso alla ricerca di un posto per passare la notte.
Da scegliere non c’è poi molto e una piccola cavità sotto uno strapiombo ci sembra subito il nido ideale.
Con un muretto di sassi aggiustiamo il piccolo anfratto adagiandoci al centro le corde per renderlo ancora più morbido e accogliente. «Il giaciglio è pronto, architettura moderna,… Open space!» esclamo soddisfatto e perplesso allo stesso tempo, nel sentire le risa a fianco.

Indossate le giacche a vento, rossa per me e giallo arancio per Paolo, il problema più grosso restano sempre i piedi e se uno non prende con sé le scarpe di certo non pensa a portare i calzini. Paolo predispone la cena spezzando a metà l’unico panino alla marmellata di fragola rimasto e, insoddisfatto, agita tipo maracas il sacchetto di plastica bianco.
All’interno ci sono gli ultimi biscotti; a vederli mi si illuminano gli occhi: «Problema risolto!» affermo infilando i piedi nei sacchetti di nylon. «L’ ho visto fare in una puntata di Mac Giver… e lì funzionava!» Paolo attonito, mi guarda poco convinto e, più saldo all’etica alpina, preferisce ugualmente infilare i piedi dentro lo zaino vuoto.

Appollaiati sopra le corde, consumando la misera cena, osserviamo la grigia scia di fumo uscire dal camino del rifugio, con le finestre rese gialle dalla luce e dinanzi l’uscio un folto capannello di persone. La domenica, intesa come giorno di festa, sta volgendo al termine; lo stesso vale per il party di Laste. «Chissà Teo e gli altri, me li immagino brontolare bloccati in coda sulla strada del rientro.» Il candido bagliore della luna piena subentra sfumata all’enrosadira della sera, continuando ad illuminare di bianco una giornata che pare senza fine. Le pareti attorno assumono altro aspetto, diviene tutto più spettrale; d’improvviso s’intensifica pure il vento spingendoci a ritirarci ancor più dentro, la sveglia indica le dieci e trenta. «Basta attendere sei ore» sussurro a Paolo, disteso stanco a lato e già bell’addormentato. «Buonanotte.»

Avvolto dai brividi schiudo gli occhi e mi guardo attorno, non so nemmeno se dormivo, il display indica mezzanotte, sento i piedi gelati, li prendo tra le mani e inizio a strofinarli. «È passata solo un’ora.»
In cielo brillano insieme tante stelle, tutte belle e tutte uguali. «Chissà quale sarà la mia? Tutti abbiamo una stella lassù, la mia si chiama APU, ora la chiamo!», in silenzio aspetto. Mi distrae la luna piena, per un istante ho la sensazione che quella palla rotonda e sospesa scaldi come suo fratello sole, la stringo tra le mani per trarne del calore, ma non sento niente, soltanto dell’altro freddo. «Cosa sto facendo?» mi domando confuso, «… forse sono morto nel sonno senza nemmeno saperlo o forse sto ancora dormendo e questo è un brutto incubo».

Disturbato dai miei movimenti o azzannato dai gelidi morsi del freddo Paolo si sveglia e, mettendosi di sbieco curioso mi chiede: «Che ora è?». Attendo a rispondere, giusto il tempo di capire se ho smesso di sognare. «È l’una!»
Paolino non aggiunge alcun commento, solo un grugnito a denti stretti e inizia i suoi strofinamenti.

Simili a due piccole cicale in una notte d’estate, seguitiamo a strofinarci gli arti nell’effimero tentativo di produrre calore, parlando di qualsiasi argomento, anche quelli più intimi, tanto alle prime luci dell’alba… chi se li ricorda più!

Paolo però dopo un po’ torna silenzioso ricadendo nel sonno. Anch’io vorrei lasciarmi cullare ma m’impongo di restare sveglio, d’altronde con questo freddo riuscirei a dormire solo per pochi minuti che, paragonati ad un brusco risveglio, vale poco. «È strano» penso, «quanto sto soffrendo in questo momento e come sarà facile domattina riderci su». «Che strana gente gli alpinisti» continuo, mettendomi nel mucchio. «Siamo capaci di passare un’intera nottata di stenti e alla prima occasione, magari davanti al caldo fuoco di un caminetto, raccontiamo il fatto illuminandoci di gioia; basta solo aver pazienza e anche questo bivacco con l’avvento del nuovo mattino diventerà un altro fantastico ricordo, da aggiungere ai precedenti tre, sempre in Marmolada. Quattro vie, tre bivacchi e una bufera, è il mio curriculum della Parete Sud.»

La prima della serie è stata la Vinatzer-Messner, salita con Luca nell’estate del Duemila e conclusasi con il mio primo bivacco assoluto, trascorso sul ghiacciaio, dentro ad una squallida baracca di legno appartenente agli impianti sciistici. Se sia stato proprio amore non lo so, ma il primo bivacco non si dimentica mai.
Seconda è stata la volta della Gogna, di Paolino, della bufera in parete e dell’autista ubriaco.
Terza e ultima della serie, la via dell’Ideale, ancora con Luca e sempre con bivacco, stavolta in parete.
Al pensiero di aver aggiunto alla serie il pesce mi accendo in viso e, per un’ istante sento meno freddo.

Schiudo gli occhi seppur sveglio e anche questa notte sembra volta al termine. Come accade da milioni di anni a questa parte, lentamente la debole luce di una nuova alba comincia a diffondersi nell’aria scacciando i fantasmi della notte e portando con sé le speranze di un nuovo giorno.

Finalmente anche questo bivacco è finito, finalmente si scende, finalmente!! Paolino raggomitolato su se stesso sembra privo di vita tanto è immobile, non trema, non respira, niente di niente, ho persino paura a toccarlo ma in fondo solo di svegliarlo. Mi avvicino quasi lo sfioro, ma la sua mano gelida mi blocca il movimento, allora mi prendo uno spavento.

«È già ora di andare?» chiede steso, e finalmente tradito dal suo fiato condensato, scopro da che lato sta girato. «Sei sveglio da tanto?» continua ora passando a seduto.
«Giusto il tempo di ripercorrere all’indietro la mia vita, da ieri sera alla Prima Comunione» rispondo alzandomi in equilibrio precario. «E tu, dimmi,… sei riuscito veramente a dormire?» continuo ancora più insospettito.
Paolo esita un attimo nella risposta e nel frattempo divide i biscotti in due pile perfettamente uguali, poi risponde: «È dura darti una risposta certa, mica è stato facile sai con questo freddo,… ma in fondo un po’ ho dormito lo stesso».

Mangiati i biscotti a secco, domando: «Prendi il caffè?» E lui barcollando in piedi nell’intento di mettere l’imbrago ribatte: «Sì! Ma aspetta, chiedo al cameriere!» Arrido, ma non avendo il coraggio di levare il nylon dai piedi, infilo le scarpe sopra i sacchetti.

La luce del crepuscolo ha il magico potere di penetrare sottopelle donando calore interiore, solo quel poco sufficiente a indugiare i primi movimenti, poi la voglia di scendere è tale che senza nemmeno rendercene conto siamo già sull’orlo del ballatoio. Il cielo è terso; è l’alba di un’altra giornata di sole.

Gettate le corde e senza sorte, il primo a partire è Paolo. Al seguito con le corde libere scendo io tenendo in mente di tirare la gialla.

Sceso di sotto ed ancoratomi alla sosta, Paolo inizia subito a tirare la corda, agitando il capo su e giù al ritmo scandito dai suoi …ooH…issa, quando, proprio in una di queste oscillazioni, gli vola via improvviso il casco da sopra i capelli spettinati. Di colpo smette di recuperare e d’istinto ci voltiamo a guardare. Impietrito e senza alcun dire aspetto che sia lui il primo a parlare. «Devo averlo chiuso male, mi sa che stavolta lo dovrò proprio cambiare» prorompe portando le spalle alle orecchie e di conseguenza entrambi a controllare che fibbie, cinghie e ghiere siano serrate per davvero. Dopodiché, resi sicuri riprendiamo la discesa.

Alla terza calata ripiombiamo nel pesce, ma stavolta piuttosto indifferenti entriamo senza far complimenti.
Procediamo alternati anche in discesa e in meno che non si dica siamo già all’ultima doppia. Nel mentre aspetto Paolo, quasi non credo ai miei occhi allo sbucare sulla destra di una sagoma umana in veci di alpinista. Dopo esserci scrutati a lungo e salutati a vicenda agitando le mani, il ragazzo, all’inizio diffidente (d’altronde non capita spesso d’incontrare uno che porta i sacchetti di plastica come calzini ), si avvicina lentamente in sosta ma, vista la mia buona volontà nel dargli spazio, diventa subito alquanto loquace. Giusto il tempo di capire che viene dalla Val Gardena e Paolo ci piomba nel mezzo. Ridimensionato lo spazio a disposizione, mentre noi recuperiamo le corde da sopra, il “catores” pensa al suo compagno di sotto che, guarnito da uno zaino enorme, lo si nota già da adesso.

In breve la conversazione diventa un’accesa discussione sulla partenza. Seppure noi stiamo scendendo dal pesce e loro stanno salendo sul pesce, la descrizione del primo tiro mi suona meno ingaggiata del mio ricordo vivo, insospettito m’informo: «Scusa, non siete partiti sul chiodo sotto i tetti neri?»
«No!» mi risponde il Tizio, quasi dandomi per matto: «Leggermente più a sinistra, dove c’era uno spit con cordino nero!» Zitto, incrocio lo sguardo di Paolo che mi sta altresì fissando e rimugino «che la mattina precedente, salendo lo spit in questione, mi ricordo pure di averlo intravisto; dire che bastava soltanto girare di poco dietro l’angolo ed il pericolo era scongiurato… Che somaro!»

A seguito della frustata inflittami dalle corde venute dal cielo (forse in segno di punizione), comunque non ci penso già più. «Ciao, in bocca al lupo» dico ai “catores” sporgendomi in fuori.

L’ultima calata è di quelle dette aeree: praticamente nel vuoto più totale.
Toccato terra, seppur barcollando mi sposto veloce da sotto lo strapiombo e, cosciente delle abitudini del mio compagno, grido: «Paolo mi raccomando, stavolta fa l’autobloccante!» Tolto lo zaino, mi cerco con gli occhi spaesato dal mondo orizzontale, faccio solo pochi passi di gioia e uno strano oggetto non identificato mi salta alle pupille a ore 12.
Giunto in zona avvistamento, faccio la macabra scoperta che l’oggetto in questione è il casco di Paolino, spaccato in tre pezzi nell’impatto col suolo. Raccolti i cocci torno verso Paolo, che nel frattempo è sceso e si sta liberando dalle corde, e mettendo le mani avanti, raccolto nel dolore, mostro i resti del copricapo. Lui, dopo un attimo di posata riflessione, illuminandosi di luce propria mi guarda e asserisce: «Bella mossa Simone! Lo porto a casa all’Annalisa, così quando comincerà a rimproverarmi per essere rimasta in pensiero tutta la notte, glielo mostro dicendo: Guarda che bomba che ho fatto!!» Sghignazziamo, e continuando a farlo mi avvio a recuperare il vestiario occultato ieri mattina, mentre lui pensa alle corde.

Tutta la forcella ora è invasa dai raggi del sole, spettacolare tepore.
In prossimità del sasso di riferimento, alla vista del materiale sparso al di fuori del buco, per un istante ho il sospetto che i due catores di prima non me l’abbiano raccontata giusta. Radunati gli oggetti, «Non pare manchi niente». Guardo contando i pezzi, anzi no, qualcosa manca: una punta della mia scarpa. Osservando più da vicino noto che in realtà la scarpa è stata mangiata e lo stesso vale per i guanti e il guscio della frontale. «Marmotta golosa…!» bisbiglio chino a questo punto scrutando nel buco: niente. Inizia a fare caldo, mi svesto.

Al cospetto di Paolo sdraiato semispoglio al sole e intento a incastrare tipo puzzle i cocci bianchi del casco, non sto nella pelle di vedere la sua prossima espressione riguardo alla nuova perdita di materiale. «C’è stata una festa quaggiù stanotte!» dico porgendogli i resti della cena. «E per di più noi due non siamo stati nemmeno invitati!» aggiungo. Lui mi guarda serio tra le mani, poi a voce alta fa il conto dei danni ed a seguito dell’importo finale in stile tragicomico sbotta: «E io pago!»

Tiriamo ad indovinare l’ora fatta, convenendo per finirla in breve tra le sette e le otto. Spartito e caricato il materiale in groppa, molto lentamente cominciamo a scendere il sentiero traballanti dalla stanchezza, mezzi guerci dai forti bagliori, gustandoci la bellissima giornata di sole e lasciandoci alle spalle gli scheletri della passata notte.
Giunti al rifugio il primo a farci le feste è ancora il solito cane peloso, ma stavolta Franca non sta sul davanzale col secchio d’acqua, anzi ci viene subito incontro, ma per pregarci di star fuori dalla porta. «Stiamo pitturando la stanza» ci dice sorridente, poi continua: «Com’è andata?… Vi siete divertiti?… È stato freddo stanotte?» In confusione le dico «Sì!» a tutto e la prego di prenderci da bere. Paolo precisa: «Due birre!» Io: «Ci porta anche il libro del rifugio?… per favore!»

Alle otto in punto di lunedì, quando di solito siamo già al lavoro, seduti sulla panca davanti al rifugio, facciamo un gran brindisi a noi due, al pesce, ed a tutti quelli che in questo momento ci stanno pensando. A seguito di «Cin! Evviva!» e dopo aver assaporato il primo sorso di birra, già ubriaco apro il libro Sacro avuto in consegna e scrivo in stampatello: 19\06\2005 – SIMONE BREDA \ PADOVA – PAOLO VEZZARO \ VICENZA – VIA ATTRAVERSO IL PESCE -, sotto aggiungo un’altra volta in corsivo (ma questa volta alla presenza di Paolo sedutomi a lato): «Ce l’abbiamo fatta».

«Adesso basta!» prorompe lui talmente improvviso che subito non lo capisco. «Dopo questa notte, m’è proprio tornata la voglia di far dell’altro, tipo mare o lago… intendo!» Io lo guardo negli occhi e rido. «Tanto so già come va a finire, giusto il tempo di tornare a casa, mangiare, dormire e tra qualche giorno sarà già ora di pensare alla prossima avventura.» Gli do una pacca sulla spalla, mi alzo, mi stiracchio un momento. «Dai, andiamo a salutare!»
Dentro, il buon Dante nei panni da pittore appena ci vede smette di colorare: «Poco fa ha telefonato un vostro amico in cerca di notizie, gli ho detto che stavate giusto scendendo, però mi sfugge il nome; bravi, complimenti!»

La conversazione ora entra più nei dettagli e subito approfitto per togliermi la spina dal fianco. «Scusa Dante» chiedo avido di sapere, «abbiamo trovato due spits sul tiro precedente il diedro a volta, quello dato di artificiale». Lui non esita stupore e rapido risponde: «Avete sbagliato tiro ragazzi, quello è un tiro della Spada nella Roccia, che a volte un po’ s’incrocia col pesce, vi è piaciuto?» Io attonito: «Sì, molto, però abbiamo fatto proprio un bel casino!» e aggiungo, ora rivolto a Paolo, spettatore scostato: «Abbiamo ancora acceso le braccia e spento la testa!», e tutto il rifugio scoppia a ridere, noi due compresi.

Usciamo dalla porta, un ultimo sguardo alla parete… «Grazie Marmolada, arrivederci!»

FINE TERZA PARTE

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