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Il pesce per gioco – 2

27 giu 2011, di Redazione
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di Simone Breda

SECONDA PARTE

Usando il piccolo corridoio d’ingresso come camera depressurizzante tra caldo e freddo, carichiamo il materiale sulle spalle fissando il tutto al corpo con uno stretto giro di corda. «Abbiamo lasciato niente?» domanda Paolo sentendosi forse più leggero di ieri. «No, niente, gambe in spalla!» rispondo io, dopo aver guardato per terra e spinto la porta.

L’aria frizzante del mattino è il miglior caffè che esista, mentre in silenzio alla fioca luce del crepuscolo seguiamo la traccia diretti al settore Marmolada d’Ombretta. Di cattivo gusto, la stazione della funivia sulla cima della montagna è simile alla catena sopra un “monotiro” e fa tristemente assomigliare la grande muraglia ad una sorta di enorme falesia. Ma questa mattina c’è qualcosa di diverso nell’aria e il mio sguardo torna a fissare più in basso, circa a metà parete.

Per fare il pesce arrivare in vetta non serve, diventa semmai facoltativo e, visto che il nostro unico obiettivo è quello di riuscire a raggiungere la grande cengia mediana che taglia orizzontale la parete, niente cima, niente cabinovia, niente ghiacciaio e, soprattutto, niente bivacco ci attende stasera lassù! (Almeno così mi auguro!)
In realtà, la via originale continua sino in vetta ma, poco ripetuta, spesso bagnata, sconsigliata pure dal gestore, la seconda parte del pesce attira più antipatie che simpatie,… le nostre comprese.

Alle cinque e mezza, sul nascere del nuovo dì, siamo all’attacco della mitica via Attraverso il pesce.
Sicuri del fatto che comunque vada si torna in corda doppia, Paolo mi propone di lasciare a terra tutto il materiale che in teoria non serve, portando con noi solo l’essenziale, parola sinonimo di poco o niente. Sparpagliato il materiale sopra un masso, di tacito accordo leviamo via dal mucchio: maglioni, frontale, guanti, berretti e, notata la mia evidente perplessità nel separarmi da taluni oggetti, cerca di pure rassicurarmi dicendo sicuro di sé: «Stai sereno Simone, alla prima “bomba” torniamo indietro». La riconosco bene questa frase e sono consapevole di quanto “esplosivo” servirà prima di scendere, eppure mi sento già più sollevato. Nel mio zainetto blu (un dieci litri) ripongo prima le giacche a vento sul fondo, poi a seguire due panini, delle merendine e un litro d’acqua, infine la rimanenza dei biscotti.

Strette le cinghie mi giro e lo metto in mano a Paolo per il classico test della bilancia: «Ok, è leggero… Andiamo!»
Divisi e appesi tra i nostri imbrachi: tredici rinvii, i friends in serie dall’uno al sette, quattro tricam disordinati, un cliff , ghiere varie e alcuni chiodi ammaccati.
Io pari, lui dispari, «Uno, due, tre, boom! Sei!!», la sorte mi vuole per primo. «Maledetta sfortuna, ohps fortuna».

Nascoste sotto un sasso le cose in “plus”, mentre annodo le corde all’imbrago, una alla volta chiamandole per nome gialla e blu in base ai rispettivi colori, alzo gli occhi e cerco la partenza: due tetti di roccia nera dall’aspetto alquanto sinistro iniziano la via e aprono le danze. C’è subito un chiodo, tra l’altro così facile da raggiungere che la cosa non mi sembra affatto di buon auspicio. Senza alzarmi da terra prendo e appendo il primo rinvio della giornata all’occhiello arrugginito, dando al seguito uno strattone di controllo mentre Paolo avvicinatosi per pararmi, sussurra alle mie spalle: «Che dici?… lasciamo giù anche le scarpe?» Immaginavo che lo spoglio non era del tutto finito, ma non ho nemmeno voglia di ricominciare la discussione. «Mah… sì!» rispondo da complice rassegnato.

Infilate le scarpette ai piedi (dello stesso colore di zaino e pile), al richiamo di “musica maestro!” con lo scopo di attirare l’attenzione del compagno, mi alzo a sinistra del primo tetto ma, subito dopo scendo e provo a destra, poi ancora a sinistra e di nuovo a destra. «Che razza di tiro è mai questo?» mugolo, mentre la roccia marcia e fredda mi rimane in mano ad ogni approccio.
«Non è che non mi tengo, è che non riesco a partire!» dico a Paolo che, immobile nella sua felpa rossa, con i capelli schiacciati dal casco bianco, non sa cosa rispondere. Prima di trasformare la partenza in un’odissea e fare la fine dei proci, scelgo di ripartire nel mezzo del tetto, appigli e appoggi stavolta rimangono al loro posto senza prendersi troppe confidenze e fuori dal pericolo, ma consapevole del rischio appena corso, scopro la prima sosta. «Alla faccia dello zoccolo» esclamo prendendo tempo, colore e fiato, gridando al seguito: «Libera», il primo della giornata.
Paolino da secondo giunge veloce, giusto il tempo di scrollare la testa in segno di disprezzo (per il tiro naturalmente), lasciarmi lo zaino in pegno e passa oltre. Solo pochi minuti ed è gia sopra. «Molla tutto» grida agitando le braccia al vento per farsi notare nel caso non lo sentissi. Riparto, lo raggiungo e lo supero passando ai comandi del terzo tiro; la roccia adesso è stupenda, un bel calcare grigio e ruvido al punto giusto (d’altronde siamo o non siamo in Marmolada), e il marcio del primo tiro è gia un ricordo, solo un gran brutto ricordo.

Senza badare a tutto quello che ci circonda, continuiamo in alternata tiro su tiro seguendo per lo più diedri e fessure dalle modeste difficoltà, questa linea argentata è tutto quello che ci interessa per il momento. Mentre il sole da destra inizia a lambire la montagna riscaldandomi la schiena, Paolino si trova incastrato nel diedro fessura dell’ottavo tiro, dal colore nero come l’inchiostro per la presenza d’acqua e l’assenza di luce. Senza invidia lo vedo annaspare tra prese asciutte e prese bagnate, fra brontolii e imprecazioni si ferma all’occorrenza a piazzare un buon friend nella crepa scura, di tanto in tanto asciuga le punte delle scarpe strofinandosi le suole in gomma sui pantaloni ancora lindi di stoffa blu, fin quando poco più su, centrato in pieno dal sole, porta la sua ombra riflessa sulla roccia, in sosta sotto la grande volta. Ora tocca a me fare il diedro, anche se farei volentieri a meno e rimarrei a crogiolarmi al sole.
Da primo o da secondo, il diedro rimane buio e bagnato uguale, ma con la corda dall’alto si è meno vincolati sul dove andare, così, muovendomi tipo “signorina coi tacchi a spillo nel pascolo delle mucche ”, ben attento a non sporcare le scarpe, smonto il tiro, torno alla nuova luce e raggiungo il mio compagno in sosta al sole.

Ora una fessura arcuata verso destra segna come una cicatrice l’enorme volta strapiombante sopra i nostri caschi.
Indossato il pettorale numero nove comincio a seguire la crepa come un tram segue la sua rotaia, sono troppo curioso di vedere cosa cela lo strapiombo. Forse mi aspettavo di vedere già il diedro a volta o magari la nicchia del pesce, ma fuori dal tetto niente di tutto questo. Resto confuso ma non deluso. Appeso alla sosta, un oceano di calcare liscio dai riflessi argento mi sommerge lasciandomi quasi senza fiato, giusto quel poco per gridare: «Molla tutto».

La parete, fin prima costretta, ora si apre in tutta la sua grandezza. Sembra senza fine in qualsiasi punto la guardi.
In lontananza a destra, forse sulla Don Quixote, salgono due piccoli puntini neri, mentre da sinistra provengono voci. Alle spalle il sole brucia alto nel cielo senza nuvole, la giornata è qualcosa di spaziale e Paolo si fa posto in sosta.
Da qui ci attendono altri tre tiri, ancora diedri e fessure di difficoltà più sostenute fino alla base di una grossa nicchia (senza nome) dove comincia la via (quella vera per intenderci ).
«Fin qua è stato fin troppo semplice» dico. Ma la cosa che più mi tormenta dall’attacco è: «dove sono le insidiose placche?» chiedo a Paolo, che mi fa segno con la mano di aspettare e si appresta a salire. All’ultimo dei tre tiri nominati, ovvero il dodicesimo, mentre Paolino sale fluido verso l’alto come attento a non far sferragliare il materiale sull’imbrago, io solo in sosta ricomincio a pensare… D’altronde la sosta è un momento di pausa (lo dice la parola stessa) ed in parete nei momenti di pausa si riflette. Le cose a cui pensare sono sempre molte, ma adesso una in particolare: se ad una via molto dura fatta da ventuno tiri, togliamo via quindici lunghezze abbastanza facili, quanto duri devono essere i rimanenti sei?… Driiin… tempo scaduto, la voce di Paolo giunto in sosta mi suona in testa come una campanella e se non ho ancora dato la risposta è perché m’immagino quel che ci aspetta. Col senno di poi, arrivo secondo all’anonima nicchia dove vengo accolto in sosta dal ghigno di Paolo che, fissandomi in modo alquanto sospetto mi avverte: «Qui sta il pesce!»
«Quello che pensavo!»

Sporgendomi dalla sosta con fare curioso guardo subito verso l’alto; distinguo chiaramente a sinistra il temuto diedro a volta, ma ancora niente da fare per la nicchia del pesce.
Dopo aver sbirciato ancora un poco ma inutilmente, mi concentro lungo la parete alla ricerca del percorso da seguire. Disse il saggio: “Serve poco guardare in alto, se non si passa sotto”. Impressionante, non tanto la saggezza di costui, piuttosto il percorso da salire.

Se fino a prima la linea di salita è stato un logico susseguirsi di diedri e fessure, adesso si cambia decisamente musica.
La roccia compatta ora non presenta più alcun cedimento e la linea di salita diventa più una faccenda di tatto, occhio e buon gusto. Il primo a rompere il silenzio è Paolo: «Vedo uno spit li sopra …anzi, due spits li sopra!» Io: «Ohh!»

Nel collettivo stupore del momento, con lo schizzo alla mano, dove tutto sembra corrispondere tranne le due piastrine, leggo facendo lo gnorri: «… Tiro quattordici, A3, settimo più». Paolo con lo sguardo in parte nascosto dal casco mi guarda confuso lasciandosi scappare un innocente «Boh!», e anche se non comprendo bene a quali delle tre cose citate si riferisca, aggiungo convinto: «Caro mio, questo si chiama progresso!» Paolo sogghigna e scrolla le spalle ripetendo «Boh,… andiamo a vedere!»

Di certo la giallastra colorazione del primo tratto sopra il grottino stona di molto col grigio tutt’attorno, e poi la roccia friabile dei primi metri è ancor peggio vista da vicino. Così, convinti che il trapano sia stato usato a questo scopo e dato che a cavallo donato non si guarda in bocca, senza tergiversare in inutili polemiche “spit si, spit no”, mi preparo a salire ma non prima di aver ripulito l’imbrago a Paolo. Raggiungere la prima piastrina sembra già un’impresa ardua e, tra le due, un gran bel viaggio. Rassicurato comunque dal fatto che uno spit è sempre meglio di un chiodo e che “dos sia meglio di one”, con un numero da acrobata circense metto il primo rinvio, e senza volare nel vuoto assieme ad alcuni appoggi galeotti ci passo dentro la corda: «Salvo!» dico. «Per ora!» penso.

Con dei piccoli buchi rovesci raggiungo e rinvio anche il secondo spit e mentre la roccia gialla si tinge nuovamente di grigio mi chiedo: «Ma l’artificiale?, dov’è finito?» Senza farmene colpa o ragione, proseguo nell’esposta traversata a sinistra su strane gocce e piccoli buchi che, man mano che salgo, si materializzano tra le mie dita nel punto esatto dove sporco di bianco la roccia grigia.

Fa caldo ma non sudo e quel poco che mi esce è sudore freddo. Con la sosta davanti al naso m’incrodo sul penultimo passo, la posizione assai precaria mi lascia giusto il tempo per scrutare le corde appese di traverso, scivolare a penzoloni fra le poche protezioni e, non potendo che pensare a cosa mi succederebbe in caso di volo, trovo la forza necessaria per risolvere l’ultimo boulder: «Libera»grido soddisfatto aggiungendo ironico: «Ti sono piaciuto?… Vedrai che tiro!»

È l’una quando Paolo sale in sosta. Sorridendo mi dice: «Bravo Simone!», eppur mi tira un pugno sulla spalla.
Vista l’ora, veniamo colti da un leggero “languorino” allo stomaco, ed ecco spuntare dallo zaino due barrette al sesamo dall’aspetto pesto, e sebbene l’occhio pretenda la sua parte, non ci sembra né il momento né il luogo adatto per fare tanto i raffinati. Ignari delle buone maniere, a bocca piena discutiamo del tiro appena fatto: «La parte di artificiale si scala in libera e dove la guida da settimo più, sarà almeno “setteà”… ma ormai è già acqua passata anzi, Paolo, passami l’acqua». Sotto, sul pianoro piccoli gruppi di escursionisti si seguono in fila lungo il sentiero. Ogni tanto mi giunge qualche grido, altre volte un abbaio, forse è il cane del rifugio, poi più niente. Adoro questi momenti di quiete prima della tempesta. Sopra di noi un enorme pancione grigio lascia penzolare nel vuoto alcune vecchie fettucce sbiadite, la cosa però non ci tocca minimamente in quanto sappiamo trattarsi per certo della vicina variante Italia.

Paolino di turno si alza in leggero obliquo verso sinistra puntando dritto sicuro al diedro a volta ormai vicino.
Prima veloce, ora adagio, si ferma a pochi metri da un chiodo posto nel diedro. La sua attenzione è attirata dal sinistro luccichío di una solitaria piastrina in alto a destra e anche se la placca dove si trova non sembra permettere di menare il “can per l’aia”, decide di andare comunque verso lo spit galeotto. Capito che non è oro tutto quel che luccica e resosi conto di aver preso la direzione della variante Italia, di ritorno sui suoi passi incerti, in riserva di energia, si inventa uno sprotetto quanto pericoloso traverso per ritornare al diedro e per fortuna al chiodo. Il traverso sembra aver funzionato, peccato che la sosta penzoli alcuni metri sotto i suoi piedi. «Beh, poco male finché sta sotto» mi dice a denti stretti, facendomi motto di calarlo giù dal chiodo mentre un colpo di vento si porta via il resto dei commenti. La manovra è semplice: detto, fatto, ed è assicurato in sosta. «Che strano…» penso in attesa di partire, «è praticamente arrivato in diedro cinque metri sopra la sosta,… avremo mica sbagliato qualcosa?» Come al suono di un gong, al comando di Paolo scatto sull’attenti e non ci penso più, ora tocca a me la prima del suo traverso. Facile o difficile, in termini di salita il traverso è sempre e comunque sinonimo di fregatura, da secondo poi la fregatura raddoppia.

Giunto al chiodo sopra il casco bianco di Paolo, «calami buon uomo!» mormoro espirando di sollievo e dall’alto scendo anch’io sul fondo del diedro passando dalla padella alla brace. Stretti nell’angusto spazio, appesi ai tre chiodi di sosta, scruto l’imponente ed elegante diedro a volta, la nicchia del pesce ancora non si vede.

Per prima cosa comincio a riordinare il materiale nell’imbrago. È un’operazione da fare con cura, soprattutto quando il materiale può fare la differenza, ma con un solo cliff e quattro tricam disponibili, confido molto di più nella Divina Provvidenza che nel materiale. Al termine dei preparativi nel surreale silenzio del momento decido di partire.
Le corde rinviate al chiodo usato prima per scendere, mi accompagnano dall’alto nei primi metri di salita.
In realtà, quello che viene chiamato diedro a volta assomiglia molto di più ad una placca e per giunta bella liscia.

Vuoi per i buchi da prendere a dita stese, vuoi per la bellezza del calcare, accantonati i timori iniziali provo come la sensazione di giocare nella falesia di casa. A circa metà tiro, con soli tre rinvii sotto i piedi, giungo al cospetto del leggendario “bong incastrato”, protagonista indiscusso del tiro e dei tanti racconti sul pesce.
Più incuriosito che diffidente, con dedito scrupolo osservo il pezzo d’antiquariato riposto nel buco e sebbene la cosa nel contesto possa sembrare profana, do pure quattro bei strattoni al cavetto per verificarne la tenuta (d’altronde il cimelio deve ancora funzionare in caso di “sparo” e la prudenza in questi casi non è mai troppa).

Quattro o forse cinque buchetti disseminati in altrettanti metri di tabula rasa tinta argento, mi dividono dalla volta più strapiombante del diedro, dall’aspetto più prospero di buchi e quindi meno inespugnabile.
In libera conquisto ancora un metro di placca sopra il bong, finendo inevitabilmente la corsa appeso al piccolo gancio che, gia collegato all’imbrago tramite un cordino, mi permette di mollare contemporaneamente le mani, e per far vedere a Paolo (e convincere me stesso) che la cosa realmente funziona, saluto facendo ciao con entrambe le mani.
A pelle, seppure stia facendo una gran stupidata, la cosa sembra pure piacermi, ma è solo l’inizio.

Sospeso nel vuoto con un piede a destra ed uno a sinistra del bong, dopo aver sporcato di magnesio anche il più piccolo dei buchi presenti e senza buon esito, dalla collana di fettucce attorno al collo prendo un cordino annodandolo stretto al cliff tipo staffa. Contrario come sono (a fare queste cose) ma costretto dalle circostanze, col rospo in gola infilo la scarpa nel cordino e aiutandomi con un buchetto ci salgo sopra.
La nuova precaria posizione, oltre ad essere ancora meno divertente della precedente, non cambia in meglio la mia situazione, anzi; ora togliere il cliff è praticamente impossibile e scendere impensabile, se non in volo!
D’istinto provo ad “armare l’unico bidito” davanti al naso, ma la ragione del caso prevale subito sull’orgoglio, rinuncio.
«Già, l’orgoglio, ne ha uccisi più lui che il petrolio» canticchio stonato e poi: «provo con un chiodo!» aggiungo. Immagino l’apprensione di Paolo giù in sosta a captare i miei segnali, ma qui ho già i miei problemi a cui pensare.

In bilico sul cliff, con la gamba destra stesa in bilanciamento e il resto del corpo aderente al muro del pianto, trovo il giusto equilibrio per liberare nuovamente entrambe le mani e battere di martello il chiodo nel buco, che fin da subito suona cieco.
Ogni colpo rimbomba sordo nell’aria come un tuono nel cielo sereno, mentre io oscillo paurosamente in piedi nel vuoto. Il buco comunque non vuole proprio collaborare e la cosa sembra tirare per le lunghe. Con un occhio sul cliff e l’altro sul chiodo, aspetto ansioso di sentire il suono metallico salire al cielo, almeno quanto prima di finire di sotto da Paolo.

Stanco di battere e oscillare di conseguenza, al ritmo di una musica che non vuol cambiar di tono, tra l’altro rassegnato all’evidente fatto che il chiodo non entrerà mai fino in fondo, decido lo stesso di provare.
Solita collana, altro cordino, stesso nodo, altra staffa. «Occhio!» grido di sotto, a chi è attento e pronto al peggio.

Riaperti gli occhi (forse anche quelli di Paolo) da sopra il chiodo e seppur già in parte soddisfatto, non riesco ancora per pochi centimetri a rinviare un cordino celeste (lasciato da ignoti alpinisti) attorno ad una piccola clessidra a sinistra, quando la Provvidenza mista alla disperazione mi fa tastare un buco buono in alto a destra. Con la punta del piede sul cordino raggiungo in massima estensione il buco alloggiandoci comodamente (si fa per dire) tre dita, ma lasciando però sfuggire, per fretta o per caso, il cordino da sotto la scarpa. Sospeso e stupito di come si può essere così sbadati in tale circostanza (perché niente capita mai per caso) alla velocità della luce, senza guardare, prendo dall’imbrago il primo ferro a caso, sia o no un rinvio è lo stesso, non importa, e trattenendo il respiro rinvio il cordino lasciandomi fuggire al seguito un urlo liberatorio simile ad un raglio equino.
Uscito definitivamente dalle difficoltà, la gioia di vedere tanti buchi tutti insieme unita al piacere di un buon tricam mi dà un sollievo tale che mi volto e sorrido ancor prima della sosta distante poco più di cinque metri. Assicurato ai due chiodi di sosta, uniti tra loro da una logora fettuccia, mentre inspiro a fondo nell’intento di riassumere di nuovo sembianze umane, all’apparizione della nicchia, provo l’emozione di un naufrago che avvista terra all’orizzonte, non mi resta che urlare la tanto sospirata frase: «Pesce in vista! Paolo libera!»

Ciak… dopo la foto di rito Paolo inizia a salire il diedro, io con lo sguardo tipo ruminante che osserva il treno passare, continuo a fissare la nicchia oramai tanto vicina che ho come la sensazione di esserci già dentro. Intanto Paolo sale.
All’altezza del chiodo d’istinto blocco le corde sulla piastrina in modo da agevolarlo nell’estrazione; cortesia inutile: il chiodo gli si leva in mano senza un colpo di martello. Guardandomi cupo, scuote da un lato all’altro la testa.
In un attimo mi passa nella mente il volo scampato; mi sporgo a guardare più o meno dove sarei finito… e se il bong non avesse retto, ancora più in basso… Nello stomaco mi sento un sasso.

Paolo giunto in sosta con gli occhi sbarrati sbotta: «Sei stato fuori!?»
«Lo guardo negli occhi con un sorriso strano e nemmeno lo vedo, ma forse ha ragione davvero, davvero, davvero.» Come nei racconti dei forti, bisogna sempre fare riferimento a qualche canzone per esprimere le proprie sensazioni e questa di Vasco rende l’idea del momento!

«Attento, anche questo è duro!» dico staccando gli occhi dal foglio a Paolo che, tolto lo sguardo dalla nicchia, torna a rovistare sul mio imbrago per prendersi il materiale più consono al tiro e non del tutto soddisfatto di quanto trovato comodo dal suo lato, borbotta: «Passami i tricam e il cliff » snobbando i friends grandi (ovvero tutti quelli a seguire dopo il numero quattro). «Questi li abbiamo portati su per niente! Ok parto!» Manco il tempo di ripiegare il foglio che è già in alto alle prese con il passaggio. «Attento!» sento sussurrare, ma data la posizione defilata in cui mi trovo non riesco a vedere bene cosa stia per fare; di certo alla vista del gancetto, “un bel numero”, ma il peggio sembra già passato e riprende a salire man mano più velocemente, tanto che a tratti faccio fatica a dargli corda.

Prossimo alla nicchia si volta solo un’altro momento, poi scompare alla mia vista inghiottito dal pesce; e io attendo.
Solo pochi istanti di silenzio e uno strillo di esultanza mi fa intendere di mollare la sicura. «Bravo!» grido, anche se non lo vedo.
Ora tocca a me entrare in nicchia senza far delle figuracce (può sembrare strano, ma con tutta quella gente di sotto che gironzola sui sentieri, mi sento come osservato). Alle tre e mezza del pomeriggio sono anch’io nella pancia del pesce e seppur non mi par vero, non sto neanche sognando.

In piedi con la schiena appoggiata alla parete nell’ombra della nicchia, osservo il cielo limpido e azzurro che da qui sembra ancor più blu. Paolo seduto sul lato sinistro vicino alla sosta scruta fisso il vuoto di sotto. Abbiamo entrambi un sorriso di circostanza simile a due paresi, e intanto nelle menti scorrono le immagini di ciò che diventerà ricordi.

Il buco più famoso delle Dolomiti è molto più stretto di come me l’immaginavo e bivaccare qui dentro non deve essere così spassoso come credevo, anzi all’idea di stendermi qui per terra mi vengono i brividi. Oltre allo spit di sosta e due mozziconi di cicca, all’interno della nicchia non c’è nient’altro (in fondo non so nemmeno cosa speravo di trovare ).
Con un tozzo di pane in mano e lo schizzo nell’altra, è giunta l’ora di fare il quadro della situazione, essere nella nicchia del pesce è commovente oltre che sensazionale, insomma proprio una gran bella soddisfazione (… per tutto il resto Mastercard), ma la via termina in cengia ed alla cengia mancano ancora cinque tiri e, viste le difficoltà a venire, non è ancora il momento per “fare gli splendidi”. I primi due tiri sopra la nicchia, ovvero il diciassettesimo e il diciottesimo tiro sono ancora molto impegnativi, contraddistinti sul foglio dalla lettera C (simbolo che varia d’interpretazione in base alle situazioni: cavoli, cribbio, eccetera… ma che in realtà sta per cliff ). Poi, in prossimità della cengia mediana, le difficoltà ritornano in ordine sul sesto.

Paolo ancor più silenzioso del solito e consapevole di aver perso lucidità, mi spiega di essere disposto a continuare, potendo magari evitare di tirare da primo. Non mi sembra un gran problema. «Di turno, il tiro sopra la nicchia tocca comunque a me e poi, a calarsi si fa sempre in tempo» do risposta cercando di rincuorarlo.
Rimesse le scarpette mi sposto nel lato sinistro del pesce (la testa, guardando dal Falier) dov’era seduto Paolo.
È il momento di andare, la frase è ancora la solita: «Occhio che vado!» Il bordo esterno della cavità a forma di balena si presenta subito alquanto liscio, ma girato l’angolo e salito di soli pochi metri, il calcare compatto diventa di colpo più generoso e lavorato. Accecato dal sole aggiro la nicchia in senso antiorario mettendo i piedi sul bordo del tetto, in un’arrampicata impegnativa ma assai panoramica. Più logico che impegnativo, il traverso verso sinistra evita un enorme strapiombo grigio scuro, incombente minaccioso sopra la mia testa, per puntare una fascia decisamente più verticale.

Evitato l’evitabile, la parete in costante evoluzione cambia nuovamente aspetto assumendo altre forme dalle inclinazioni più appoggiate ma non per questo meno impressionanti. Con la scomparsa della nicchia da sotto i piedi e lo strapiombo da sopra la testa, il tiro ripunta ancora verso l’alto zigzagando tra le onde rocciose di un mare grigio e piatto, sospeso all’infinito. Mentre sotto a destra il casco di Paolo spunta a colpi dalla cavità, io salgo esplorando le placche tutte così apparentemente uguali, fin tanto da perdermi tra i suoi buchetti svasi.
Lo smarrimento comunque non dura molto e dopo pochi metri mi ritrovo di nuovo appeso al gancio, e quello che fino a qui era stato facile e divertente, diventa di colpo un altro incubo verticale. L’enorme quantità di piccoli buchetti fa assomigliare il muro ad una gruviera; la scelta di quelli buoni però mi lascia perplesso.

Se è vero che le posizioni scomode non sempre danno il giusto consiglio, di certo spingono a soluzioni assai più veloci. Così, un po’ alla cieca, un po’ alla russa, parto deciso di mano sinistra e in rapida successione destra, e ancora sinistra afferro buchi man mano sempre più generosi, fin quando, infastidito dallo stonato tintinnío del cliff penzolante contro la roccia, posiziono un buon tricam prima della sosta (vicina e lontana quanto basta a far danni).

Assicurato ai chiodi, con gli occhi sbarrati cerco di sotto lo sguardo di Paolo che, nascosto nella nicchia forse nemmeno si è reso conto del piccolo dramma che ho appena vissuto; ora comunque è tutto finito, almeno per il momento, e mentre tocca a lui abbandonare il pesce aggirando il buco, mi sembra persino strano il fatto che pochi istanti prima potessi fare il “botto”. Dopo aver tirato troppo forte le corde e con esse le ire di Paolo, alla sua comparsa fuori dalla cavità recupero più dolcemente senza dare altri inutili strattoni e ricevere ulteriori imprecazioni.

Giunto in sosta e forse rinvigorito dalla lunga pausa in nicchia, Paolo decide di proseguire da primo: «Vado io», sbotta secco frugando nel mio imbrago. «E la cosa dovrebbe darmi fastidio?» replico sollevato cedendo volentieri il materiale. La linea di salita poco evidente mette apprensione ancor prima di salire e Paolo per non sbagliare punta dritto al primo evidente chiodo che, seppur lontano, è l’unico buon riferimento.
Rinviato il chiodo, una piccola pancia grigia gli sbarra la strada e il suo primo tentativo per uscire dallo strapiombo va a vuoto. «Ecco perché c’era il chiodo!» borbotta a denti stretti, aggiungendo rivolto verso di me «Attento che riprovo».
«Forza Paolo!» replico io cercando di infondergli energia, ma dopo altri due analoghi tentativi e troppo seccato anche per aprir bocca, col pollice rovescio mi fa segno di farlo scendere in sosta, e quand’è così convinto a ritirarsi, insistere è inutile; «Prova tu, che facciamo notte». Mentre ci scambiamo di ruolo cercando di non pestarci i piedi a vicenda nel poco spazio a disposizione, lo osservo mimare il movie che lo ha appena respinto: «“Avevo capito cosa fare, ma mi si sono aperte le mani!”» commenta sofferente.

Afferrato il concetto e ben compresa la sua sgradevole sensazione, sforzandomi di non ridere, sorrido lo stesso.
Parto, con le corde dall’alto lasciate su nel rinvio da Paolo mi faccio recuperare fino al chiodo. La spiegazione del passo corrisponde precisa alla realtà del passaggio. Così senza perdere tempo per rinviare, blocco e salgo oltre in direzione di un altro chiodo. Sei, forse sette metri dopo, una piccola cavità con all’esterno un grosso “bong incastrato” mi permette finalmente di prendere del fiato. Dal colore rosso vivo della fettuccia, simile a quello dei miei occhi iniettati di sangue, il bong non sembra di lontano lascito e sebbene ruoti su se stesso all’interno del buco, sembra tenere.

Inesorabile il sole sta lasciando la parete in balía dell’ombra e del vento, ma non ho la più pallida idea dell’ora fatta e nemmeno di come venire a capo della posizione in cui mi trovo. Recuperato lo schizzo dalla tasca destra del pile, nella speranza di trovarci consiglio, ne rimango mio malgrado amareggiato. Il disegno, oltre a non essere di aiuto, appoggia per giunta le mie incertezze; indica infatti di proseguire a sinistra, senza escludere di salire a destra. Praticamente due soluzioni per un’ unica nicchia. Riguardo ancora una volta: sono segnate effettivamente due uscite, e col dubbio di aver copiato male la precedente sera, mi sento vittima di me stesso o suo complice maldestro. A sinistra un assurdo incrocio tra due buchi punta ad una piatta cornice sospesa quattro metri più in là, oltre la nicchia. A destra la morte!

Rivalutata la soluzione di sinistra, provo a salire solo di pochi centimetri per tastare il terreno quando, nello sgommare del piede destro, mi trovo a testare di persona il bong e i riflessi di Paolo. «Non è successo niente, ora riprovo» grido per rassicurarlo. «E poi, in effetti, sono solo scivolato» penso, approfittando dell’accidente per “sghisare”. «Rivado!» L’intuito mi suggerisce di cambiare mano e con un movie a tergicristallo prendo di destro il buco tastato prima di sinistro e in sequenza i successivi tre fino al cornicione, penosamente svaso da rimontarci sopra. Stabilizzato in piedi, l’agiata posizione del momento mi dà un attimo di sollievo, seppure la sosta sia ancora lontana.

FINE SECONDA PARTE

PRIMA PARTE


  • Gigi

    complimenti ragazzi
    racconto e avventura avvincente
    aspettiamo la prossima puntata
    gigi

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