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La tragedia sulla ‘Nord’ dell’Huascaran – 7

28 apr 2011, di Redazione
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di Oreste Forno

HUASCARAN – CORDILLERA BLANCA – ANDE PERUVIANE

SETTIMA E ULTIMA PARTE

19 agosto, giovedì
Yanama, 19-8-93
Carissimi Adele, Giorgio, Alice
e tutti gli scalatori, da vari giorni desidero scrivervi, come se questa lettera si fosse fatta da sola nel mio cuore attraverso la gioia dei primi giorni passati insieme, e con la sofferenza che ogni giorno si è fatta più grande.
Vi penso, prego, desidero pregare con il cuore, non tanto con parole vuote…
Ricordo il giorno del vostro arrivo, quando siete scesi dal “Volquete”: gli zaini, tutto il materiale, le vostre facce stanche per il viaggio, ma contente. Pensai: «Ma questa
è una spedizione seria», fino a quel momento non mi ero resa conto. Ospitarvi per me era fare un favore a delle persone care, a degli amici. Ci tenevo a farlo bene, anche se in casa non avevo molto spazio per ospitarvi. Ero contenta, al­la confusione ormai siamo abituati, con tutta la gente che passa…! Non ho parlato molto con tutti voi, ero presa dalle ragazze, non avevano fatto be­ne il ritiro con Don Ugo, erano state molto distrat­te, così la preoccupazione è di farle riflettere per dare un “senso vero” alla loro vita.
Poi siamo andate in pellegrinaggio a Piscobamba, 14 ore a piedi per ringraziare il Signore della pro­tezione che ci ha dato. Ricordo alle
5 di mattina, in cucina, il Giorgio, Battistino e altri che andava­no a Huaraz per provviste e per studiare la parete nord. È come se avessi il rimorso di avervi un po’ trascurato. Vi ho affidato alla Elena e alle ragaz­ze dei 4 mesi che vi hanno seguito con sacrificio e affetto. Ricordo la sera della ‘Bienvenida‘ nel ‘co­medor’ (sala da pranzo) con le ragazze, l’allegria, i canti di Don Bosco il vostro coro ‘Quel mazzolin di fiori‘… Poi Alice e Battistino, un piccolo re­galo segno del nostro affetto e riconoscenza per quello che avete fatto per noi. Le ragazze cantaro­no il canto ‘Al partir un beso yuna flor’, come se Battistino dovesse partire per un lungo viaggio. Era dirvi grazie per essere venuti a Yanama, per esservi preoccupati, attraverso l’amore alla monta­gna, di questa povera gente sperduta nei piccoli paesetti sulle Ande…
Bambini vestiti di stracci, denutriti, malati: nei lo­
ro occhi si legge la sofferenza. Uomini che coltivano la terra, ma non riescono a raccogliere nemme­no l’indispensabile per mangiare, e allora vanno a lavorare al canale e vengono pagati con i viveri raccolti in Italia (pasta, riso, zucchero, olio, fari­na). Donne che chiedono un aiuto, volti invecchia­ti, sofferenti. Ecco la povera gente che bussa ogni giorno alla porta. Così, subito, spontanea la vostra disponibilità a scaricare il camion dei viveri, sistemare la legna, fare dei lavori nella costruzione della casa dei bambini. Le donne dare una mano in cucina, oppure nella lavanderia dove ogni gior­no ci sono montagne di roba da lavare.
Ti vedevo contenti, girare a vostro agio per la ca­sa. E le belle cantate fatte la sera! Così la vita va, corre via giorno per giorno, presi dalle tante cose da fare. Poi, all’improvviso, ecco l’allarme. Ho an­cora davanti agli occhi il viso preoccupato della mamma di Alice quando, lunedì pomeriggio, in qualche modo con un camion arriva dal campo base qui a Yanama. Subito mi assale il dubbio che qualcosa di grave possa essere successo!!!
Ci si muove senza perder tempo, si affitta l’auto­bus, vari di voi partono. Qui a casa si rimane preoccupati ma con tanta speranza nel cuore. Si dice il Rosario in cappella con le ragazze del ‘Taller’ si invoca la protezione della Madonna. Tutti si rimane con lo sguardo fisso alla finestra, la carto­lina della scalata
è appesa, quell’immensa monta­gna con la parete nord tutta rocciosa è lì ferma. Dove saranno Battistino e Giandomenico? Di Giandomenico è rimasto qui in casa il suo berret­to, disse che sarebbe tornato a prenderlo. Battistino il giorno prima di partire mi aveva chiesto se il prossimo anno potevano organizzare un’altra spedizione e ritornare. Dissi subito: «sì, non ci sono problemi.» Ci teneva che tutti gli sca­latori vedessero la povertà della gente e il lavoro che stiamo facendo. Mi disse che era contento di passare da Chacas dopo la scalata, di incontrare Don Ugo, far vedere l’ospedale… Caro Battistino, come ti abbiamo pensato il giorno della festa della Madonna, a Chacas. Guardavo Don Ugo, il suo volto segnato dalla sofferenza, dalle preoccupazio­ni. Un solo pensiero: «Mama Ashu, fai il miracolo, fai che ritornino con le loro persone care, le mogli, il bambino, i loro genitori, gli amici.»
Perché proprio loro? Così giovani, buoni, generosi? Dove sono andati a finire? Quante domande, quanti dubbi, la testa è presa da tanti ragiona­menti, ma non ci sono risposte. Così tornano alla mente le parole di Don Ugo ai ritiri, si fanno realtà. La vita non è nelle nostre mani, la morte può arrivare da un momento all’altro.
Siamo delle piccole formiche che vanno, corrono, fanno tante cose, ma non siamo niente se non ci mettiamo in ginocchio e chiediamo a Dio di salvarci. Rimanere in Perù, continuare a lavorare per i poveri, ora soprattutto con le minacce continue dei terroristi, è solo per questo, sperare, seguendo Don Ugo nel cammino della carità, che Dio ci salvi.
È triste affogare nel proprio egoismo, nei propri peccati. Battistino è rimasto affascinato da ciò che Don Ugo sa trasmettere con la sua vita, ‘la speranza di Gesù: per questo ha aiutato i poveri ed è tor­nato in Perù, oltre alla passione per la montagna. Ricordo i cori fatti la sera: l’ultimo canto era sem­pre ‘Dio del cielo, Signore delle cime’. È pro­prio così, tutto ci viene dato da Dio e torna a Lui. La morte è una triste realtà, ma bisogna guardar­la in faccia e prepararci per incontrare ‘qualcosa o qualcuno’ di più grande.
E se davvero non ci fosse niente dopo la morte? Che dolore. Desidero solo che sulla riva dell’altra sponda ci sia Gesù ad aspettarci e ci unisca tutti in un unico abbraccio… che dolcezza pensare questo. La mattina che vi ho salutato, cari scalatori, era come sentire che Battistino
e Giandomenico aves­sero tirato un filo sottile fra voi e noi qui sulle An­de, un filo che non si spezzerà se metteremo nella nostra vita i poveri, la carità, Gesù. E questo filo potrà alleggerire il grande dolore, lasciando viva la speranza di ritrovarci chissà, un giorno in para­diso.
Battistino
e Giandomenico sono già arrivati, but­teranno giù le corde, i chiodi per aiutarci a salire. È faticoso, ma vale la pena tentare, come ogni scalatore rischia tutto, perfino la vita per la montagna. Sembra assurdo, com’è assurda la scalata della vita, si va avanti senza sapere dove andremo a finire, ma la speranza di trovare Gesù alla meta aiuta a fare qualsiasi sacrificio. Se muore questa speranza rimane solo il vuoto; no, non può essere così!!!
La sera che eravate già partiti sono arrivati ‘a tro­varci’ i terroristi. Hanno saccheggiato, portato via soldi, scarponi, giacche a vento. Che spavento, però non ci hanno fatto niente di male.
Anche qui ti puntano la pistola, ti senti impotente, non puoi fare niente. Se siamo vivi c’è solo da rin­graziare il Signore. Quella sera ho avuto la sensa­zione netta che Battistino mi accompagnasse, fa­cendomi da angelo custode.
Ora vi saluto, vi porto tutti nel mio cuore come persone care. A te Alice un forte abbraccio, con il desiderio che il Signore ti tenga per mano
e ti dia la forza per continuare a vivere.

Vostra Flavia
e tutta la famiglia di Yanama

A Huaraz Rodolfo e i compagni sono in attesa del rientro delle guide. Alcuni preparano i bagagli per scendere a Lima. Rodolfo non sa rassegnarsi: «Io domani prendo un paio di guide e vado sul ghiacciaio alla base della parete, a cercarli. Sono sicuro che sono là.»
«Ma no, guarda che è tutto inutile, sono là sopra nei canali della vetta. Se vuoi vengo anch’io, ma guarda che è inutile.» Giorgio non è convinto di quanto afferma Rodolfo, Adele di più. Ma perché non tentare?
Più tardi incominciano ad arrivare le guide. Tre sono subito disposte ad andare con loro: Pedro, il più anziano, che conosce il ghiacciaio, Cesar, già guida a suo tempo di Renato Casarotto e Marcos. Arriva la sera e con essa il momento della parten­za degli ultimi compagni per Lima. Ci sono lacri­me in giro… Giovanni scoppia a piangere e dice rivolto a Rodolfo: «Portateli a casa, non lasciateli qui!»
«Puoi stare certo, dovessi stare qui a cercarli per sempre…»

20 agosto, venerdì
«STASERA PARTE PER IL PERÙ LA COR­DATA DELLA SPERANZA – Sullo Huascaran è imminente il cambio della guardia. Dopo tredici lunghissimi e travagliati giorni di lavoro, in situazioni di tempo a tratti impossibile, le guide e i portatori andini scendono a valle. Non è una resa, è un rientro imposto da invalicabili limiti fisici. Le loro gesta, comunque, in materia di soccorso resteranno indelebili nella storia alpinistica della Cordillera Blanca. Mai prima d’ora, a detta di chi segue le vicende alpine nella zona, gli ‘angeli custodi’ delle Ande peruviane erano riusciti a fare tanto. Uomini dal cuore grande come grandi sono le enigmatiche sierre che si estendono a perdita d’occhio ai piedi delle bianche, suggestive monta­gne. Sono scesi tutti ieri, fortemente provati per la lunga permanenza in quota, con i volti tirati e scavati dal gelo e dal vento. A loro ci siamo aggrappati più volte e disperatamente per cercare di cogliere nelle loro voci sommesse e nei loro gesti misurati una buona e rassicurante notizia. La ci­ma dello Huascaran resterà per alcuni giorni inanimata, ripiomberà nel suo ancestrale isolamento.
Ma solo per alcuni giorni, poiché a dare il cambio ai valorosi uomini della montagna peruviana sarà una forte compagine di guide alpine e alpinisti camuni. Una notizia questa che ritorna a farci sperare… La spedizione di alpinisti partirà oggi da Linate e dalla Malpensa per cercare di raggiunge­re Battistino Bonali e Giandomenico Ducoli, bloccati sulla tremenda parete nord della più alta montagna peruviana. Della spedizione fanno par­te Oreste Forno e Leopold Sulovsky, che furon compagni di Bonali nella conquista dell’Everest. C’è Andrea Sarchi, guida e fortissimo alpinista milanese, dalignese di adozione. Ci sono altre gui­de alpine e gente particolarmente esperta di soc­corso in montagna: Rino Ferri e Guglielmo Guz­za, di Valle di Saviore, Guido Cominelli, di Selle­ro, Guido Selvetti, di Edolo, Gino Baccanelli di Piancogno e Giovanni Ducoli, di Breno…» (Gior­nale di Brescia)

Accompagnati da Alice e Caterina, Giorgio, Rodolfo e le tre guide lasciano Huaraz all’una di notte. Alle tre sono a Llanganuco. Cesar è amico del guardiano che però ha lasciato al suo posto un ragazzo di giovane età, il quale mette a dispo­sizione un camerone e una cucina. Intanto che aspettano l’alba sistemano le cose preparando gli zaini e del tè. Alle cinque gli uomini partono. Questa volta salgono in direzione del lato sinistro del ghiacciaio, per poter vedere completamente la parete fino alla base. Il terreno è difficile, caratte­rizzato da placche ripide contornate da piccoli ca­nali ricoperti d’erba alta e pungente. Giorgio e Pedro precedono il gruppo, Marcos e Cesar salgo­no accanto a Rodolfo pronti a dargli una mano. A mezzogiorno sono di nuovo assieme, quasi a ri­dosso del ghiacciaio, da dove incominciano a scrutare la parete. Rodolfo ha un sussulto, gli sembra di vederli. Porge il binocolo a Giorgio che osserva e annuisce: «Sono loro!» A quel punto non sanno più trattenere le lacrime e piangono entrambi, mentre le guide a loro volta si alternano a osservare quel segni.
Ormai rassegnati, dopo un po’ riprendono a salire per avvicinarsi ulteriormente al ghiacciaio. per cercare di raggiungere il punto più alto possibile.
Salgono ancora per qualche centinaio di metri, fi­no a quota 4900. Ora tutta la parete è ben visibile davanti ai loro occhi, compreso il ghiacciaio che sale fino alla sua base. Si siedono appoggiati a dei massi che li ripara dal vento freddo e riprendono a osservare da più vicino il punto di prima. Non c’è più niente! Riguardano meglio. Niente! Anco­ra una volta quel granito rossastro, insieme a stra­ni giochi di luci e di ombre, ha giocato loro uno scherzo.
Col binocolo all’altezza degli occhi, incomincia Pedro a scrutare. Il suo sguardo percorre lentamente tutta la parete partendo dall’alto fin giù sul ghiacciaio, dove si blocca per alcuni secondi: «Ec­coli, sono qua!» Una sagoma scura, piuttosto al­lungata risalta nella neve appena sotto il crepaccio terminale. Passa il binocolo a Giorgio che os­serva a sua volta. Quella sagoma, anche se strana, non assomiglia certo a dei massi… non possono che essere loro. E anche se non c’è certezza al cento per cento la convinzione è quasi totale.
È troppo tardi ormai per avvicinarsi di più: an­che perché il caldo a quell’ora rende il ghiacciaio particolarmente insidioso. Giorgio decide di resta­re per la notte, insieme alle guide, per risalire all’alba il ghiacciaio quando la parete scaricherà meno dall’alto. Rodolfo con flebile voce e poche parole lascia i compagni per scendere a dare la triste notizia.

21 agosto, sabato
Chacas,
21 agosto 1993
Carissimi Giorgio
e Adele, Alice e genitori,
gruppo scalatori
e soccorritori al Huascaran, in tutti questi giorni, mentre qui a Chacas celebriamo la festa della Madonna, il mio pensiero correva a voi, con voi guardavo la parete nord, scrutavo i segni, il vostro volto, entravo nell’anima vostra e sofferenza di un’attesa delusa giorno per giorno. Da lontano partecipavo e mi sentivo re­sponsabile.
Mano a mano, trascorrendo i giorni
e ascoltando le delusioni, ho pensato qual era il mio dovere di amico e guida spirituale di Battistino.
Per questo sentii il dovere di scrivere a te Alice, no­ve giorni fa, appena dubitai (con te) che quest’im­presa finiva con l’arresto di Battistino
e Giando­menico in parete. Pensai e ti scrissi, Alice, cosa si­gnificava per me e per tutti noi questa tragedia. Ora che so che altri scalatori e amici di Battistino vengono a tentare il recupero di Battistino e Gian­domenico, arrischiando riuscita, o inutilità, o altra tragedia, il mio dovere è di dirvi come io credo e spero, ed è consigliarvi secondo il mio cuore e fede. Da me potete attendere che io vi consigli secondo un occhio e mentalità diversa da quella che nor­malmente guida un’impresa umana, tecnica. È lo stesso criterio e mentalità che conduce il nostro stare in Perù, questo dedicare tempo e vita (fin dove si riesce) a gente povera che non può capire perché ’sprechiamo’ soldi e fatica per ‘dire qualco­sa’: per dire che senso ha la vita, per dire che di­pendiamo da Dio, per ubbidienza a un ideale che non ha spiegazione razionale.
Man mano che l’impresa ardua di scalare la Nord dell’Huascaran si perdeva nei dubbi
e nell’angoscia di una tragedia, ho liberato e preso nelle ma­ni il filo invisibile con cui Dio governa la nostra vita. Se così non fosse, è inutile ogni altro parlare di Dio. Io credo che Battistino cercava quello che io cerco di dirvi, e che vi dico con rispetto delle vo­stre opinioni, lasciandovi liberi di pensare e deci­dere diversamente e al contrario di come io inten­do consigliarvi.
La vita di Battistino
e Giandomenico è nelle mani di Dio. Lo è stata da quando sono nati, in tutti i minuti del loro vivere. Ed ora. E questa è la cosa più bella che io possa annunciare a qualsiasi perso­na cara. A te Alice, alla moglie di Giandomenico. Non è un annuncio dal pulpito. È qualcosa che vi­vo: dolore e dare qualcosa di me. Voglio vivere se­condo questa speranza. Io ritengo che siano stati fatti tentativi e fatiche sufficienti per salvare, vivi in questa vita, Battistino e Giandomenico; la spe­ranza di trovarli vivi si è assottigliata fino a essere un filo che sfugge alla vista e al tatto. Chi ha il co­raggio di tagliare questo filo? Nessuno di voi. È come se io fossi spinto da un impulso interiore e di affetto paterno verso tutti voi nel prendere io la decisione e consigliarvi di ‘affidarvi, con me, pura­mente a Dio’: «Signore Gesù li affidiamo a te
Per riuscire in questo atto di fede
e distogliere l’occhio da una speranza solo umana dovete farvi condurre per mano, come bambini. Lasciamo a Dio il grande miracolo. State accanto a me per far crescere questo unico grande desiderio: in­contrare Dio.
Lasciate a noi, qui in Perù, di guardare
e custodi­re con affetto e cura i loro corpi.
Lasciate a me, come Parroco, la custodia di questo inaccessibile alto cimitero. Seguite anche voi questo mio impulso alla speranza: che Dio stesso ab­bia voluto chiamarli a
sé da lassù. Non mettete a rischio altre vite per avere una certezza di morte.
Lasciate che siamo noi qui a venerarli, guardandoli da vicino, a pregarli come santi che ci proteggono
e aiutano dall’alto, mentre noi cerchiamo di aiutare questa povera gente per essere noi salvati da Dio.
Questa fu l’intenzione di Battistino
e i suoi compa­gni ’salire in alto per aiutare chi sta in basso’.
Per queste mie parole vi sentite forse non capiti in questo vostro slancio doloroso di salvarli,
o recuperare i loro corpi? Oh no! Io seguo il vostro slan­cio e mi pongo davanti per accarezzarvi e dirvi: «Ora lasciate a me di decidere.» Anche voi siate buoni con voi stessi. Anch’io, che così vi sto consigliando, sto soffrendo e piangendo. Desidero la vo­stra quiete, accolgo nel mio piccolo cuore la vostra speranza e disperazione, tutto ciò che vi fa soffrire. Non vi tolgo la libertà di essere generosi oltre il limite normale a cui io non oso arrivare. Vi voglio togliere il peso di una decisione difficile, dolorosa. Ve  lo voglio togliere fidandomi di Dio. E nel fare questo credo di essere suggerito da Battistino.
Sono condotto dallo stesso pensiero che mi fece scrivere a te, Alice, la sera del 12 agosto, dopo che ti avevo salutata a Musho. Con lo stesso cuore di padre provvisorio, che dà la mano e scuote questa povera gente che accetta senza ribellione la morte, scrivo a voi parlandovi solo di Dio, Padre unico di tutti noi, padrone della nostra vita.
Per Battistino
e Giandomenico Dio aveva scelto, con loro, l’impresa e il loro desiderio di dare ai poveri il frutto del successo: Dio ha raccolto desiderio, cuore, il posto e l’ora. Dio dà il miracolo.
Dio
è il miracolo
.
La mia voce, diversa da altri calcoli umani, anche apparisse a molti stonata, donchisciottesca, cattiva, vuole essere di pura dolce speranza.
Desidero, alla fine di questa lettera dolorosa (o crudele)
e piena di fiducia, voi sentiate che desidero essere l’immagine vera di un padre, che an­ch’io cerco con il mio cuore, le mie forze e la mia paura.
Sentitevi liberi come me, come figli affezionati, vi voglio bene
e soffro con voi,

vostro Padre Rugo,
Parroco di Chacas
e Yanama

Alle prime luci dell’alba Giorgio e le guide inizia­no a risalire il ghiacciaio profondamente segnato da crepacci e da muri verticali di ghiaccio. La sa­goma avvistata il giorno prima prende sempre più forma, convalidando la scoperta della sera appena passata. A cinquanta metri non ci sono più dubbi: sono loro. I corpi giacciono distesi vicini, fin qua­si a toccarsi, e ancora li unisce la corda avvolta su di loro ad anello. Quella corda che li aveva legati nella vita e che li ha accompagnati uniti alla morte. La conferma del ritrovamento scende subito via radio a Llanganuco e da lì fino a Lima.

Con il gruppo partito da Linate il venerdì sera sbarco nella capitale peruviana verso le 11. Ad at­tenderci ci sono Lorenzo e altri ragazzi dell’OMG, pronti con un camioncino per portarci alla loro casa nel quartiere di Arequipa. All’ingresso dell’enorme cancello di ferro ci viene incontro Regina. Nel suo corpo minuto spiccano due gran­di occhi pieni di amore. Eppure lo sguardo è tri­ste e gli occhi un poco arrossati. Con flebile voce ci annuncia che i corpi sono appena stati trovati. Sento lo stomaco chiudersi e un nodo salire alla gola. Mi sforzo per trattenere le lacrime.
L’altra parte della squadra, partita il mattino pri­ma dalla Malpensa, ha già raggiunto Huaraz e ora sta salendo a Llanganuco. Anche loro hanno ap­pena ricevuto la triste notizia che ha lasciato ca­dere l’ultima speranza. Non resta che recuperare i corpi per portarli a chi li vuole vicino. Dopo un pasto fugace, nella Casa dove si ringrazia Dio per l’acqua bollita al posto del vino, partiamo per Huaraz dove Giorgio ci aspetta. Ci arriveremo a mezzanotte passata.

22 agosto, domenica
Carissimi amici del CAI Cedegolo,
state vivendo un momento incredibile: un avveni­mento che nelle premesse doveva essere qualcosa di bello per tutti voi, si
è trasformato in assurda tragedia.
Battistino
e Giandomenico se ne sono andati. Forse non vi sembrerà ancora vero: se chiudete gli occhi li vedete ancora lì… ma poi li riaprite e non ci sono più. Dio mio, questa è la realtà: non ci so­no più. Incredibile!
Sì,
è incredibile, ma più incredibile ancora mi, sembra la nostra sbadataggine e superficialità anche in momenti così carichi di significato come lo è la morte.
Riusciamo a banalizzare anche la morte. Come?
- fermando ci agli aspetti tecnici e cronistici;
- cercando responsabili
… e colpevoli;
- moraleggiando
e filosofeggiando sulle… “tragiche conseguenze e fatale destino”…
Non ho conosciuto tanto Battistino
e Giandomeni­co, ma non posso dimenticare alcuni particolari ultimi di cui anche voi siete stati testimoni. Sono piccoli ma non periferici.

Martedì 3 agosto, ore 9. Janama.
Una quindicina di voi siete in partenza per fare la ‘normale’ dell’Huascaran.
Helène (credo si chiami così), moglie di Roman, invita a una preghiera.
Uno di voi, superficialmente
e interpretando Dio e la religione come un portafortuna o sfortuna (se­condo le circostanze) dice: «facciamolo quando torniamo.» Scaramanzia!
Lo affronta delicatamente ma decisamente Battistino: «Adesso non ti va di pregare perché stai bene, poi su in parete qualcosa ti va male
e allora sì ti verrà lo spavento e ti verrà buono il Signore! Facciamolo adesso.»
E tutti, senza obiettare, ci si avvicina al grande crocifisso che c’è fuori la piazza, e si prega.
Dopo la breve preghiera Battistino improvvisa due parole. Saranno le ultime a tutti voi: come il suo testamento spirituale. «Ragazzi, l’importante non
è arrivare in cima all’Huascaran. Se ci arriviamo però tra di noi ci separiamo con l’invidia, la criti­ca e l’ambizione… abbiamo fallito l’obiettivo. L’im­portante non è arrivare in cima all’Huascaran: se per aiutare qualcuno di noi che è in difficoltà do­vessimo non arrivare in cima, l’obiettivo sarebbe raggiunto.»
Parole profetiche: le ho riportate quasi alla lettera. Anche la ripetizione «non
è importante arrivare in cima» è sua. Parole profetiche che rivelano la statu­ra morale dei vostri due amici.
Ripensando a queste parole non trovo più somma­mente necessario sapere ‘come ha potuto accadere l’incidente.
In un mondo ambizioso
e competitivo come il nostro, dove il risultato e la carriera personale vengono al primo posto (prima dell’amicizia e solida­rietà), queste parole di Battistino (che poi sappia­mo tradotte in realtà: lo farà anche sull’Huasca­ran accompagnando Aldo, suo vero amico, in difficoltà) hanno un sapore evangelico, un sapore di Dio e di vera umanità di cui abbiamo tanto bisogno. No: Battistino e Giandomenico non avete fallito l’impresa. L’obiettivo l’avete centrato in pieno.
Ora tocca a noi seguire la ‘via’ che avete aperto, e che è più importante della ‘via Casarotto’, o ‘Cassin’, o ‘Messner’: è la via della bontà, della solidarietà, dell’amicizia… quella che porta a Cristo l’unico nostro salvatore.
Solo così non ci perderemo
e ci ritroveremo tutti insieme ancora a scalare le magnifiche montagne di Dio.
Abbiamo vissuto assieme momenti belli a Yana­ma: credo che sia stato così anche per voi. Voglio essere vicino a voi anche adesso. State vicini an­che ad Alice e alla moglie di Giandomenico: com’è dura per loro!
State uniti tra voi
e diventate ancora più amici ricordando che l’importante nella vita non è arrivare in cima all’Huascaran o all’Adamello, ma arri­vare a essere più umani e buoni: si va in alto per aiutare chi sta in basso. È l’obiettivo della vostra spedizione, ma deve essere l’obiettivo e meta di ogni cristiano.
Vedo Battistino e Giandomenico dal cielo che guardano in giù sorridendo
e alzando il pollice come per dire: «operazione compiuta, obiettivo cen­trato.» Ora tocca a noi.

Un saluto caro, Padre Pino

Verso le dieci siamo a Llanganuco. La camionetta ci scarica sulla strada poco distante dalla casa del guardiano. So che lì ci sono Alice, Rodolfo e Caterina. Come saranno dopo tutto ciò che hanno vissuto? Attraverso il ponticello sul fiume imbrigliato… sono davanti alla casa… Alice mi vede, mi vie­ne incontro e senza parlare mi abbraccia, forte, a lungo. Non riesco a trattenere le lacrime e tutto quello che le so sussurrare è «Mi spiace…» Arriva anche Leo, si abbracciano a lungo… Poi incontro Rodolfo che mi abbraccia piangendo… «Battistino è lassù, gli altri sono partiti questa notte all’una per cercare di toglierli dal ghiacciaio. Vi aspetta­no.» Guardo verso quella montagna, così bella e crudele. Guardo 1′acqua blu della laguna, 1′erba ingiallita dei prati, gli alberi dai tronchi avvolti da una sottile sfoglia di corteccia rossastra. Sembra un bellissimo quadro, come l’avevo lasciato sette anni prima, con gli stessi colori. Ma allora il qua­dro era vivo, c’erano i canti degli uccelli, il muggito dei vitelli, le voci allegre dei compagni… Ora invece sento solo silenzio, come se tutto si fosse fermato, proprio come in un quadro appeso a una parete.

Partiamo subito, curvi sotto zaini carichi di corde e altra attrezzatura. Io e Leo ci portiamo anche due pali che serviranno per fare una barella. Alice sale con noi… Quando mi trovo di fronte il corpo di Battistino, avvolto in un sacco da bivacco, mi sfogo nel pianto, anche se non riesco a perdonar­gli di essere caduto di fronte alla certezza di avere perso il più caro amico di montagna.

Nei giorni successivi cercammo di ricostruire, tramite alcuni indizi scoperti al momento del ritrovamento dei corpi, la dinamica dell’incidente. Di preciso capimmo soltanto che al momento della caduta Battistino era in sosta e stava assicurando il suo compagno che poteva essere sia in salita da primo di cordata, circa quattro metri più avanti, che in arrivo sotto la sosta. Molto probabilmente in entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, una scarica dall’alto ha causato la caduta dei due, dando loro nemmeno il tempo di rendersene conto e portandoli a morte immediata.
Sono solo ipotesi, comunque. La realtà sulla dinamica dell’incidente resterà per sempre custodita dalle pareti di quella severa montagna che i due alpinisti avevano amato. E che lei avrebbe voluto tenere con sé.

La notizia, giunta immediatamente in Italia, portò grande dolore e sgomento soprattutto nella Vallecamonica dove tutti avevano sperato fino all’ultimo momento in una positiva conclusione del ca­so. Diverse persone, come Italo, o i ragazzi della scuola media di Bienno, sentirono il bisogno di scrivere ciò che in quel momento passò per la lo­ro mente. Forse per sentirsi più vicino agli amici perduti. Forse per dare alle altre tante persone, che soffrivano come loro, un po’ di conforto.

«Fino all’ultimo, molti cuori hanno trepidato per voi. In ogni via, in ogni vicolo di paese della Vallecamonica si parlava di voi con la speranza nel cuore. Poi quella domenica 22 agosto due parole lette sul Giornale di Brescia (sono morti), sembrava che per un momento fosse sceso in tutta la valle un silenzio solenne.
Era domenica, doveva essere una giornata festiva. Il cielo prometteva una giornata serena. Poi poco più tardi, quasi partecipasse a questo lutto, il cielo si oscurò. A quell’ora nelle case, nei bar, nelle strade apprendevano la definitiva notizia, sospira­ta ma non desiderata. Persone di ogni età versa­vano le loro lacrime. Non dimenticheranno questi interminabili e sospirati giorni. I nostri pensieri cingono ora con un abbraccio di commozione le persone loro vicine. Figli, mogli, genitori, parenti e amici non dimenticheranno lo spirito di solida­rietà che scorreva nella mente e nelle vene dei no­stri due camuni. Bonali-Ducoli, forte era quel vo­stro richiamo verso il conoscere, il sapere, un entusiasmante estasiarsi della montagna, un richiamo quasi spirituale, dove le parole contano poco.
Solo uomini di sacrificio hanno quella caratteristi­ca di comunicare con la montagna. Solo inebrian­dosi, concedendosi a essa poteva un giorno succe­dere quel che è successo. Quel giorno arrivò e mol­ti cuori sussultarono.
Avete lasciato una traccia. Sarà seguita e popola­ta da intrepidi desiderosi di raggiungere ambiti e inviolati scenari. Battistino, Giandomenico, vi do il mio stimato saluto. Il vostro esempio di solidarietà e di coraggio rimarrà sempre vivo nei giova­ni desiderosi di conoscere la parola “libertà”» (Italo Bertolazzi)

Bienno, 31 agosto 1993
«Caro Battistino,
oggi ci troviamo qui davanti al Signore a salutar­ti. Il dolore è forte, le parole escono a fatica e potrebbero sembrare inutili di fronte alla tua scom­parsa. Ma non vogliamo cadere nello sconforto, non vogliamo che questo saluto sia solo un ricor­dare la tua figura. No Battistino, ora vogliamo pregarti perché da lassù ci aiuti a scegliere le cose più semplici e vere della vita, come anche tu hai fatto. Vogliamo che il tuo esempio sia sempre pre­sente tra noi, nell’amore per la montagna, nella scelta dei più poveri da aiutare.
Amore per la montagna che è poi diventato un mettere al servizio degli altri la cosa che meglio sapevi fare: scalare.
Così è sentirti vivo nel nostro cuore, con la tua semplicità, il tuo sorriso, il tuo desiderio di sporcarti le mani per andare verso gli ultimi, per spe­rare un giorno di incontrare Gesù.
E Gesù ti ha chiamato proprio da lassù, quando tu più eri vicino a lui, ai poveri, alla tua montagna.
E noi, da piccoli uomini che siamo, facciamo fatica ad accettare tutto questo, ma rimane comunque la speranza di pensarti lassù in paradiso, e un filo di voce per sussurrarti – Grazie Battistino, aspettaci e aiutaci – Ciao»

(Gli alunni della scuola media di Bienno)

FINE DELLA SETTIMA E ULTIMA PARTE

PRIMA PARTE
SECONDA PARTE
TERZA PARTE
QUARTA PARTE
QUINTA PARTE
SESTA PARTE

Credits | Il racconto è tratto dal libro fuori edizione Battistino Bonali, Grazie Montagna per gentile concessione dell’autore Oreste Forno. Salvo indicazioni contrarie, le foto sono tratte dal libro orginale edito da Mountain Promotion, ultima edizione 2002.
La pubblicazione online supporta il progetto culturale ANDINISMO NO ES ALPINISMO Sulle tracce di Renato Casarotto e Battistino Bonali per una nuova storia dell’alpinismo. Dal Rifugio Contrayerba al Rifugio Pisco | Conferenza serata multimediale che racconta il recente trekking esplorativo realizzato da Franco Michieli e Alberto Peruffo a sostegno della Escuela Guide Don Bosco e dei Rifugi Andini.
L’autore del progetto, Alberto Peruffo, è disponibile per serate  e conferenze scrivendo a info@antersass.it.

Everest 1991: Battistino al ritorno dalla vetta (foto di O. Forno)


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  • Dario

    Grazie per tutto questo. Oltre ad incentivare nuove iniziative, aiuta a mantenere vivo il ricordo.

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