
di Fabio Valseschini
UNA GRANDE SALITA PER RENDERE OMAGGIO A UN GRANDE COMPAGNO CHE NON C’È PIÙ. IL RACCONTO IN PRIMA PERSONA DELLA PRIMA SOLITARIA INVERNALE DEI 5 DI VALMADRERA SULLA PARETE DELLE PARETI. PREPARAZIONE E RETROSCENA DI UNA SALITA STORICA.
Nell’estate 2003 le Alpi sono qualcosa di fantastico, il sistema di alta pressione sembra non finire mai.
Meglio approfittarne! Infatti riesco con diversi compagni di cordata ad effettuare scalate in tutto l’arco alpino, ripercorro vie storiche ed ambite. Dallo spigolo nord del Badile alla Tofana di Rozes (via Costantini-Ghedina), dalla via Bonatti al Gran Capucin alla nord-ovest del Cengalo (via Gaiser-Lehmann), infine lo sperone Walker (via Cassin-Ratti-Esposito). Tutte grandi vie in ambienti superlativi che mi riempiono di soddisfazioni, arricchiscono la mia esperienza alpinistica e mi fanno stare a contatto con la natura. Tutte queste esperienze sommate ad altre non sono niente male per un baby alpinista (33 anni) che solamente tre anni prima litigava con i nodi durante il corso roccia. Ma forse quell’anno mancava ancora un’esperienza, la Parete delle Pareti, la Civetta. A quel tempo quasi non sapevo nemmeno dove fosse, ma alla proposta di Marco (Marco Perego) di scalare in Civetta la via Philipp-Flamm, la mia risposta non avrebbe potuto che essere positiva. Non sapevo di cosa si trattasse, non conoscevo la storia di quella via, ma mi interessava scalare, divertirmi e vivere al meglio quella giornata. Marco, con la sua esperienza, mi mise nelle condizioni di esprimere al massimo le mie capacità e mi lasciò vivere a pieno la mia libertà, là davanti, come il più esperto dei capi cordata. Quella salita riservò qualcosa di speciale: mentre eravamo alle prese con i primi tiri e una cordata da superare, Marco mi fece notare una cordata che stavo risalendo delle corde fisse (erano Rosy Buffa e Claudio Moretto) e mi disse: «quella è la via dei 5 di Valmadrera, una via dura». Per me tutto era arabo ad eccezione di Valmadrera, che è un comune nelle vicinanze di Lecco. Col tempo scoprii che Valmadrera era anche antagonista sportiva di Lecco, alpinisticamente parlando. Non potevo sapere che a distanza di tempo quella via sarebbe rientrata nei miei progetti e nei miei sogni. Forse Marco già indicava un nostro possibile obiettivo futuro: sì, perché, come ho ripetuto altre volte, senza presunzione, avremmo potuto affrontare qualsiasi via in qualsiasi ambiente purché le difficoltà tecniche non fossero ben oltre le nostre capacità. Purtroppo ci sono svolte nella vita delle quali bisogna prendere atto senza fiatare e senza possibilità di replica. Marco non poteva più far cordata con me, una brutta malattia prima l’aveva circondato e poi preso. Avevo perso un amico, il più affiatato dei compagni di cordata, e l’armonia con la natura e la montagna aveva subito uno shock. Altri compagni hanno condiviso poi con me avventure e scalate, ma la mente e l’istinto mi dicevano che qualcosa mancava, qualcosa doveva essere ancora fatto! Dovevo trovare il modo di rendere omaggio ad un amico. Nulla avrebbe potuto essere fantastico come affrontare una via da solo e magari una di quelle che avremmo dovuto scalare insieme. Sarebbe stato il massimo! Ad aggiungere la ciliegina sulla torta ci pensa un altro amico, Ivo (Ferrari), uno che di solitarie se ne intende. Disse che avrei dovuto scalare la via durante l’inverno, così l’omaggio a Marco avrebbe avuto un valore all’ennesima potenza.
Tutto andò per il meglio o quasi. Dopo quella salita sono cambiate molte cose nella mia vita. Sono riuscito a portare a termine altre scalate solitarie e non, difficili e facili anche se tutto è relativo. Si sa che non ci vuol molto a crearsi nuovi stimoli soprattutto se si mettono insieme voglia di scalare, voglia di rivivere esperienze dure ma gratificanti, voglia di sfogare la rabbia di torti subiti, ma anche voglia di divertimento a mio modo. Nessun obbligo, nessuno che si prenda meriti e soddisfazioni che non gli appartengono. Tu e la parete e qualcuno lassù che ti tiene d’occhio. I miei angeli custodi negli anni sono diventati due: si è aggiunto Daniele (Chiappa) nell’estate del 2008. Una scelta istintiva mi diceva che avrei dovuto affrontare la Civetta, le circostanze mi indirizzavano là, dove qualcuno mi aveva indicato la strada. Anche chi su quella parete aveva scritto la storia (Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Gianbattista Villa e Giorgio Tessari) aveva buttato l’idea: manca solo la solitaria invernale! La strada era lunga e quindi prima o dopo bisognava mettersi in gioco. L’inverno 2008-2009 inizia con una timida esplorazione, la zona non la conoscevo, vi ero passato la volta della Philipp-Flamm e quindi dovevo valutare se fosse possibile l’avvicinamento alla parete dal Rifugio Coldai. Le condizioni erano pericolose, troppa neve e quindi assurdo rischiare. Da una parte il fatto che nel resto dell’inverno non si sono più presentati i presupposti per una visita al Civetta, dall’altra la spedizione in Alaska con obiettivo la Cassin Ridge al Mount McKinley a primavera inoltrata, tutto ciò aveva distratto la mia attenzione. Il ritorno da quella spedizione, positiva per un verso ma negativa per un altro, aveva fatto nascere in me una voglia di solitaria come non mai. Durante l’estate e l’autunno successivo riesco a realizzare due solitarie su tre di quelle che avevo in mente. Avevo aggiunto nuove esperienze alla mia voglia di avventura.
È chiaro che il progetto invernale era solo accantonato per via delle stagioni, ma presto avrebbe avuto tutto il suo spazio. Così iniziano i preparativi, con una nuova serie di visite al cospetto della Civetta. Alcune circostanze mi hanno fatto trovare un avvicinamento alternativo e più sicuro e, in seguito, alcune conoscenze diventate amicizie saranno fondamentali per il mio sogno. Cristian, Roberta e Walter della Capanna Trieste vogliono rendersi utili, gente di montagna che sa capire cosa vado cercando. Mi tengono aggiornato sulle condizioni e sul meteo, mi aiutano nell’avvicinamento alla parete e mi fanno gustare anche la loro cucina.
Diversi viaggi a portar materiale e prender visione della parete con Cristina e Vittorio, fino quasi al limite dell’inverno. Poi a marzo 2010 il tentativo con un bivacco dopo 100 metri. Il continuo scaricare della parete mi fa capire che forse non è il momento, tutto è rimandato al prossimo inverno. Della scalata mi è rimasto poco, ma nel mio saccone porto a casa nuove e importanti amicizie. Durante la primavera e l’estate riesco a concretizzare ancora due salite solitarie, una in cantiere da tempo, un’altra via in progetto con Marco sulle montagne di casa e l’altra in Dolomiti, sempre in Civetta. Non l’avevo mai presa in considerazione ma il suo nome, via “degli amici”, mi suonava bene. Sembrava calzasse a pennello con le nuove conoscenze fatte durante l’inverno. Inoltre questa salita mi avrebbe dato la possibilità di dare un occhio al mio progetto invernale e poi una scalata solitaria è sempre una scalata solitaria! Mettersi a confronto con se stessi e la montagna e in questa particolare occasione anche con un altro formidabile alpinista come Paolo Crippa.
Casualmente mentre spiegavo a Uolli (Valter, gestore del rifugio Tissi) le mie intenzioni, scoprii che la prima solitaria, quella che per molti conta, l’aveva portata a termine in giornata un fenomeno, lecchese proprio come me. La cosa incrementò la mia curiosità, non l’ho mai conosciuto ma solo sentito nominare e questo avrebbe potuto essere il momento di conoscere qualcosa di lui attraverso la via. A Paolo bastò una sola giornata per venirne a capo, a me due giorni e mezzo. Qualche difficoltà nell’individuare l’itinerario e un temporale avevano ritardato la mia tabella di marcia, che comunque avevo stimato di due giorni. Di strada ce n’è ancora da percorrere per diventare fenomeni, ma questa esperienza mi aveva divertito e fatto conoscere altre nuove amicizie importanti. Dopo Uolli, Paola e la piccola Eliana è la volta di Venturino (gestore del rifugio Torrani). Un altro fuoriclasse delle pareti e profondo conoscitore della Civetta. Tutti avevano messo del loro per rendere indimenticabili quei giorni.
Durante l’estate ho fatto cordata con Dario (Spreafico), altro fenomeno di casa mia, con il quale non solo si affrontano grandi vie ma per un motivo o per un altro ci si imbarca sempre in grandi avventure. Di sicuro il mio apprendistato non avrebbe potuto essere dei migliori! E così è di nuovo tempo di preparativi per l’inverno: in autunno il materiale è già lassù nei pressi della parete ed anche la Civetta si è già messa il suo cappotto invernale. Pensavo di anticiparla e invece ancora una volta è lei ad anticipare me! Passa l’autunno ed in men che non si dica è già inverno; il mio problema è cogliere l’attimo giusto visto che ho iniziato da poco un nuovo lavoro. L’occasione si presenta a metà gennaio, l’alta pressione sembra regnare sovrana su tutto l’arco alpino. Bisogna approfittarne, non capita così frequentemente! Con Cristina, Frenzis, Vittorio e Walter vado all’attacco della via, il momento tanto atteso è arrivato. Io sono pronto per la scalata e loro pronti a tenermi d’occhio. Le condizioni che nei primi due tiri sembravano ottimali, al tiro seguente si rivelano parecchio laboriose e piene di insidie. Ad ogni metro devo inventarmi come passare e successivamente come proteggermi, un po’ come progredire ad occhi chiusi. Quasi quattro ore per fare un tiro con la speranza che sopra le condizioni siano migliori. Bivacco creato a misura con la piccozza e la notte passa tranquilla. La mattina una ventina di metri mi fanno capire che forse non ne vale la pena e con rammarico ritorno alla base in corda doppia. Di seguito risalgo al Rifugio Tissi con una fatica immane per il carico e il continuo sprofondare nella neve. La notte stellata con la luna piena e un fantastico spettacolo naturale tutto per me, mi tranquillizza e mi fa riflettere, al mattino sono di nuovo fiducioso. Serve solo qualche settimana di attesa e la buona sorte. L’alta pressione continua a resistere e so benissimo che non durerà in eterno, così all’inizio di febbraio decido che il momento è arrivato. La domenica dopo il lavoro si parte, verso le dieci di sera siamo alla Capanna Trieste. All’indomani all’alba, io e il Frenzis partiamo con destinazione Rifugio Tissi, il programma vacanze prevede che se all’una del pomeriggio riesco ad essere all’attacco della via, si inizia subito a giocare con la speranza che davvero le condizioni siano migliori. Di fatto, dopo i dovuti preparativi, all’una sono già pronto per riprendere la partita interrotta circa tre settimane prima. Stavolta mi sento più determinato, disposto a trascorrere anche dieci giorni per realizzare il mio sogno (in precedenza la prenotazione prevedeva cinque/sei pernottamenti). Le condizioni non erano migliorate più di tanto ma di sicuro la mia determinazione sì, volevo concretizzare i miei sforzi, il tempo che dedico alla montagna e quello che tanti amici avevano fatto per me. In mezza giornata sono al bivacco del precedente tentativo, la mattina seguente devo affrontare il tratto che in precedenza mi aveva messo in difficoltà e poi respinto. Stavolta sono disposto a prendermi la calma necessaria per passare senza rischi oltre misura, il rischio deve essere in sintonia con il mio divertimento. Riesco a passare un tratto ostico e capisco di non essere un pesce fuor d’acqua, ma di far parte della parete: ogni passo che faccio e ogni protezione che metto mi fanno prendere fiducia, mi sento come quei mostri che si vedono sulle riviste.
L’immaginazione non ha limite, è bello sognare senza dover render conto a nessuno se non a se stessi e ad un gruppo di amici che sognano, soffrono e sono contenti di ciò che sta accadendo. Tiro dopo tiro tutto va per il verso giusto, le difficoltà fanno salire l’adrenalina e la scalata solitaria non dà respiro, tutto aiuta a sopportare il freddo e a rimanere freddi nei tratti più rischiosi. Bivacco dopo bivacco sono ogni giorno più alto. Anche il morale sale ogni giorno di più, forse oltre misura ma tutto aiuta a concentrarsi e non sentire la fatica accumulata durante la scalata dei giorni precedenti. Sento che sto facendo bene e tutti gli amici a valle e a casa avvertono il sapore e la gioia della riuscita di un sogno, il mio ma anche il loro in fondo. La Civetta a metà dell’ultimo giorno cerca di rendere più difficile del previsto la mia uscita in vetta con vento e neve, un ultimo ostacolo prima della gioia. Un suo modo di salutarmi probabilmente, io che fino a pochi anni fa non la conoscevo quasi ma che l’ho sempre rispettata dalla prima all’ultima volta che ci siamo trovati l’uno di fronte all’altro. Un sogno partito da lontano quasi per caso, ma permettetemi di dirlo, concretizzato dalla voglia di divertirsi in piena sintonia con la parete che ha permesso tutto questo.
Un ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato e collaborato a questa salita, agli amici che mi sostengono in ogni modo; agli sponsor tecnici: df, Sport Specialist, Climbing Technology, Adidas Eyewear, SoleVistaSport; ai collaboratori: Millet e Scarpa.
Fabio risalita jumar sugli strapiombi (foto di F. Valseschini)
Parte bassa della via (foto di F. Valseschini)
Civetta dal Rifugio Tissi (foto di C. Bana)
Il tiro del tetto (foto di F. Valseschini)
Fabio risalita jumar sugli strapiombi (foto di F. Valseschini)
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