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Inverno

17 dic 2010, di Carlo Caccia
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L’inverno non ammette mezze misure: vuole tutto per sé. O si è con lui, o si è contro di lui. O lo si attende con trepidazione, o non si vede l’ora che se ne vada. E in fondo è roba per gente strana, che più che arrampicare ama tribolare. Personaggi particolari, sì, che nelle tribolazioni scorgono (e come fanno?) la poesia; che a guardare una parete incrostata di neve pensano che sarebbe bello cacciarsi un po’ nei pasticci e sentirsi così più vivi che mai. Non marionette che vagano a zonzo, tirate in giro dal carrello, per il centro commerciale di turno. Retorica? Bah, forse. La verità, in ogni caso, è che l’inverno non è posto per burattini e per goderlo come si deve, oltre che matti, bisogna essere preparati. Un’altra cosa: il signore del freddo non è soltanto una faccenda da calendario. O meglio: se l’inverno degli astronomi comincia, di solito, il 21 dicembre (quest’anno, in Italia, il sipario si aprirà il 22, poco dopo la mezzanotte), quello dei meteorologi è una cosa un po’ diversa, che arriva e finisce con tre settimane di anticipo. Ecco quindi una domanda pestifera: la seconda “regola”, quella delle truppe del colonnello (poi generale) Bernacca, potrebbe valere anche per gli alpinisti? In altre parole: meglio-peggio una salita “autunnale” oggi, 17 dicembre, o un’invernale il 20 marzo? Dipende, certo. In ogni caso, come direbbe il Det, «queste sono tutte pirlate».
Ok: ci siamo lasciati prendere la mano dalla visione della neve che sta scendendo con grande impegno, a fiocchi fitti e grassocci, e abbiamo perso di vista lo scopo del nostro discorso. Torniamo dunque nei ranghi: ai burattini, ai matti e agli alpinisti preparati. Anzi: soltanto ai matti e agli alpinisti preparati, visto che il nostro elemento (Ivo Ferrari) appartiene unicamente a questi due insiemi. Eccolo, Ivo, con altri fogli in mano… cosa c’è scritto sopra? La faccenda, ancora una volta senza luogo e senza tempo, puzza di inverno lontano un chilometro: gustatevela con calma, al calduccio, pensando alla perla dello stesso genere che vi faremo trovare nei prossimi giorni e che, udite udite, avrà un dove e un quando molto ben definiti (e, soprattutto, non da burattini…).

* * * * * *

ALPINISTI INVERNALI

di Ivo Ferrari

Cinque ore tra fitti mughi ricoperti di soffice neve. Cinque ore tra imprecazioni di ogni genere e colore. La fatica comincia a farsi sentire: sulle nostre spalle, nei muscoli allenati delle nostre gambe. Da cinque ore la fatica è la nostra femminile compagna. Vale mi sta davanti, Vale mi sta dietro: un cambio continuo cercando il modo migliore per evitare i continui saliscendi, i su e giù tra i mughi, l’erba gelata e la neve… alta, alta, alta!
Il nostro sogno comune sta da tempo sopra le nostre teste. Eppure sembra sempre più lontano, quasi irraggiungibile. Entrambi vogliamo la parete d’inverno, entrambi ci siamo preparati per salirla così, adesso. Ma la fatica ci sta demoralizzando: saliamo curvi, sporchi, saltando per evitare i fastidiosi “buchi trappola” delle radici dei mughi. Entrambi abbiamo salutato le compagne, lasciando il caldo della casa e i colori delle feste natalizie per immergerci nella solitudine selvaggia del regno delle zecche, delle bisce, dei camosci… Niente aveva più senso e importanza della “nostra” parete d’inverno.
Eccola, finalmente: la desiderata cengia basale, con tanto di strapiombo sopra la testa. Finalmente un piccolo e debole fuoco illumina e riscalda i nostri occhi. La stanchezza è dentro di noi. Attorno a noi, la gioia: la notte sta arrivando in lontananza, portando con sé un’infinità di stelle inseguite da una bellissima luna che, a sua volta, porta con sé il freddo del sereno.
Nel sacco piuma i miei pensieri corrono velocissimi lungo la parete: domani apriremo le danze, domani diventeremo invernalisti “doc”… almeno così ci sentiamo! Vale russa: sulla sua faccia vedo stampato un dolce sorriso. Vale non sta sognano pareti: troppo ingenua quella smorfia. Vale starà sicuramente danzando con una bella ragazza.
Notte!
Giorno… un freddissimo risveglio, un cielo limpidissimo. La parete sopra di noi sembra caderci addosso: bella, immensa, pare nata per appagare la nostra fame di egocentrismo. Due piccoli uomini, preparati per salirla: lo zaino carico del necessario per vivere tra le sue pieghe, lo zaino carico di mille paure e tanti perché. Siamo uomini deboli e forti, che nei fine settimana diventano alpinisti: gente che insegue sogni lungo linee da sogno. Viviamo per quelle linee, da anni impostiamo la nostra esistenza per vivere insieme alla roccia, per toccarla, per amarla…
Le prime lunghezze di corda sono le più pericolose: il corpo rifiuta il freddo e la fatica, le dita diventano insensibili, si raffreddano e poi si scaldano portando il godimento del dolore, urla al vento e la solita maledizione a se stessi per essere lì, in quel posto inospitale. Le prime lunghezze servono per farti odiare il momento, quel momento, e permetterti di apprezzare tutto quello che verrà dopo.
La neve a questa quota è polvere: appigli e appoggi sono tutti ricoperti di bianco. Saliamo con gli scarponi ai piedi, attenti ad ogni movimento: l’eleganza conta poco, i metri conquistati tantissimo. Il tempo oggi è corso veloce e, ad un certo punto, l’azione deve lasciare il passo allo stare inerti su una stretta cornice: appesi alle corde, imbragati nei sacchi caldi. Intorno, solo profili sempre più neri di montagne dai nomi bellissimi, a volte sconosciute ai più ma, per noi, famosissime!
La notte invernale, una notte di fine dicembre, appollaiati l’uno vicino all’altro diventa eterna, lascia molto tempo per pensare e… pensare troppo in posizioni scomode può fare male: il buonsenso potrebbe ricacciarti a valle, tra le comodità della normalità. Non bisogna quindi pensare tanto, troppo, e quando il dubbio arriva a bussare alla tua porta, se vuoi essere un alpinista invernale lo devi scacciare immediatamente.
Secondo giorno, sempre più freddo, ancora più stanchi. Ma si riparte: movimenti simili e dolore uguale al giorno precedente. Saliamo lenti, ma saliamo. Proseguiamo tra diedri e fessure, parliamo poco ma ci capiamo al volo. Ci fidiamo ciecamente l’uno dell’altro, sempre più in alto: il vuoto sotto gli scarponi aumenta sempre più e le montagne all’orizzonte si rimpiccioliscono ad ogni lunghezza.
Vale sta salendo in artificiale lungo un diedro. Io chiudo gli occhi e mi ritrovo a dieci metri dall’ultima protezione: un altro bivacco alle spalle, un’altra giornata sotto di me, terzo giorno… Incastro un “amico” e mi sento un po’ meglio. Due lunghezze e qualche ora dopo ci ritroviamo sulla cima innevata: è fatta! Siamo diventati alpinisti invernali: ci abbracciamo, sorridiamo, gridiamo, piangiamo. È tutto un susseguirsi di emozioni: siamo stati bravi, forse i più bravi, i migliori… boh!
Non abbiamo mai parlato di questi tre giorni d’inverno passati tra le pieghe di una bellissima, marcia e sana parete dolomitica. Non svelerò mai il nome della montagna. L’ho raccontata perché quando la neve fuori cade copiosa, il ricordo dei mughi, del freddo e della parete che ci ha trasformati in alpinisti invernali mi riporta là. Una prima invernale? Sì, ma soltanto per noi: Ivo e Vale!

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Gli altri racconti di Ivo Ferrari

Dalle piccozze alle streghe
Senza luogo e senza tempo (2)
Quod licet Iovi, non licet bovi
Senza luogo e senza tempo (3)
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Foto cover. Inverno in parete. L'immagine non si riferisce al testo. Foto di Carlo Caccia


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