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Davide e Golia

23 dic 2010, di Carlo Caccia
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23 DICEMBRE 2001: UN PICCOLO UOMO, AL LIMITE DELLA VITA, SI INGINOCCHIA IN VETTA AL SUO SOGNO. HA SOFFERTO, RISCHIATO, GIOCATO IL TUTTO PER TUTTO. MA ALLA FINE CE L’HA FATTA: HA SCONFITTO IL GIGANTE, HA SALITO DA SOLO, IN INVERNO, LA SUA PARETE NORD. DA QUEL GIORNO SONO PASSATI NOVE ANNI MA IL GELIDO RICORDO DELL’AGNER, DEI 1500 METRI DELLA VIA JORI, BRUCIA ANCORA NEL CUORE DI IVO FERRARI

Le montagne sono macchine che generano storie: un capitolo alla volta, con logica qualche volta strana ma sempre affascinante. E umana, soprattutto, perché i protagonisti di quelle vicende hanno nomi e cognomi: sono come Davide a tu per tu con Golia. Storie umane, già, qualche volta esaltate e qualche volta dimenticate, giustamente o no, in entrambi i casi. Storie che puoi raccontare a suon di ricerche d’archivio, da studioso, o lasciandoti trasportare dalla corrente dei ricordi, da alpinista. In verità puoi anche giocare alla via di mezzo…
Ma andiamo avanti e spostiamoci ad est, ai piedi del gigante: lui, che per Luca Visentini «è il più bel monte ed il maggior sollevamento roccioso delle Dolomiti», si chiama Agner (con l’accento sulla “e”) e «suscita negli alpinisti un sentimento totalizzante». Così dalla prima ascensione, riuscita il 18 agosto 1875 a Cesare Tomè, Martino Gnech e Tomaso Dal Col: sono loro, per quanto ne sappiamo, i protagonisti del primo capitolo della storia del monte di cui, più che l’altitudine (“soltanto” 2872 metri), conta il modo in cui essa viene raggiunta. Perché a nord, quale punto culminante di un crescendo ideale di appicchi che da est a ovest sembrano preparare la sua monumentale comparsa, l’Agner si innalza roccioso per 1500 e passa metri dal verde della valle di San Lucano, costringendo lo sguardo ad un viaggio verticale che, come detto da Visentini, nelle Dolomiti non ha eguali. Non le vicine Pale, non la Civetta e il Pelmo e neppure la Marmolada e il Sassolungo: l’Agner è il colosso della famiglia. Forse un po’ nascosto, cacciato in un angolo dove bisogna andare a cercarlo, ma assolutamente spettacolare.
Così, qualche decennio dopo la salita di Tomè e compagni, ci fu chi per primo pensò che si potesse fare di meglio, che il momento di aggiungere un altro capitolo alla storia del gigante fosse finalmente arrivato. Costui, gran personaggio, si chiamava Arturo Andreoletti, e con la guida Francesco Jori di Canazei e il triestino Renato Zanutti, tra il 14 e il 15 settembre 1921, in ventinove ore di arrampicata effettiva, mise in pratica la sua idea: i tre, non più di primo pelo, puntarono sicuri alla parete nord, dove un lunghissimo, mirabile sistema di camini e fessure indicava la via dalla base alla vetta. E fu un capolavoro: una scalata completamente in libera, con difficoltà fino al quinto grado, dove i quattro (proprio così!) chiodi portati in parete rimasero inutilizzati. I tre, tornati a valle, si guardarono bene dal reclamizzare la loro scalata (che, come ha scritto Alessandro Gogna in
Sentieri verticali, «rappresentò il culmine massimo di un’epoca: quella dell’arrampicata totalmente libera, con il totale diniego dei chiodi») e così facendo, in prossimità di un momento di svolta nella storia dell’alpinismo, la condannarono involontariamente a decenni di oblio (anche se la prima ripetizione porta le firme di Bruno Detassis con gli onnipresenti Ettore Castiglioni e Vitale Bramani).
«Fedeli al nostro piano d’operazione – ha raccontato Francesco Jori – attaccammo quella serie di camini che avevamo studiato più sotto. In principio si andava bene; oh, si diceva, com’è buona la roccia, forse un pochino liscia ma del resto… Però ben presto fummo disingannati!». Perché «man mano che si saliva aumentavano le difficoltà: i camini essendo colatoi d’acqua si facevano sempre più lisci e uscendone la roccia era tutta rotta e infida quanto mai». La vetta non voleva saperne di avvicinarsi e «Andreoletti cercava di far accelerare l’andatura per essere in vetta prima di notte (così diceva almeno). Io dopo ogni strapiombo con relativo ripiano dicevo: Ecco questo sarebbe un luogo ideale per passare la notte! Un modo come un altro per tener alto il morale. Zanutti da vecchio filosofo taceva; solo più tardi quando fummo in pieno bivacco ci disse: Pare impossibile; tutte le mie grandi ascensioni significano altrettanti bivacchi».
Diverso fu il destino dello spigolo a destra della grande parete: quei 1600 metri, saliti per la prima volta nel 1932 da Celso Gilberti e Oscar Soravito, divennero presto una grande classica. In ogni caso, nel 1955, Vittorio Penzo salì in prima solitaria la
Jori e tra il 30 gennaio e il 1° febbraio 1968, grazie a Reinhold Messner, Heindl Messner (i due non sono parenti) e Sepp Mayerl la via del 1921 fu salita in prima invernale (i tre, l’anno prima, avevano fatto lo stesso sullo spigolo Gilberti-Soravito). Chi e quando avrebbe unito i due aggettivi, solitaria e invernale? Chi e quando si sarebbe cacciato, senza compagni e durante la stagione più fredda, tra le gelide ombre della Jori? E come avrebbe scalato quella roba, quei camini che col cattivo tempo diventano un autentico inferno, dove al posto del fuoco si scatena l’acqua?
22 dicembre 2001: un piccolo uomo attacca la grande parete. Sale e sale, a modo suo, fino a quando il buio non lo costringe al bivacco. Notte e giorno: si riparte. Senza corda, con tanta passione e un pizzico di follia. Ad un certo punto la situazione si fa drammatica: paura, paura, paura. Il piccolo uomo sente di essere al limite, rischia di cadere, deve dare tutto ma proprio tutto, in gioco c’è la vita… avanti! Finché il mondo torna orizzontale: la vetta… Ma lassù, in ginocchio, Ivo Ferrari non esulta: l’impresa, totale, lo ha svuotato. Per lui, come sta per raccontarci da par suo, è stata l’esperienza più brutta, all’inferno e ritorno, da ricordare per sempre ma da non ripetere mai.

* * * * * *

«IN MONTAGNA, D’INVERNO,
NON SI DOVREBBE ANDARE»

di Ivo Ferrari

Davanti a me, quasi per magia, uno stretto buco, nel momento giusto, mentre la luce dà il benvenuto al buio. Un buco, semplice ed essenziale, per passarci la notte, una freddissima notte…
Oggi è stata una giornata faticosa, densa di movimenti, piena di sensazioni, indescrivibile ma facilmente ricordabile. Oggi ho salito più di metà parete e… che parete! L’ho sognata per tutta l’estate dopo averla tentata invano durante l’inverno scorso e ora… un buco: un riparo dalle paure della notte. Nel sacco a pelo fa freddo. Non capisco: la descrizione del modello dice “adatto all’alta quota” e qui, su questa parete, sono ben sotto i tremila metri. Forse fa “veramente” freddo, anzi freddissimo!
Stelle, un’infinità di stelle illumina il cielo. Dormo, cerco di dormire, ma fa freddo, tanto freddo! Stelle, siete fantastiche, ma io voglio che sia subito giorno, voglio arrivare in cima al più presto. Le dita dei piedi sono diventate dure, insensibili: le massaggio in continuazione. Stelle, apro gli occhi e ve ne siete andate e tu, giorno, sei finalmente arrivato: grazie, ti aspettavo. E tu… ciao buco, è ora che me ne vada.
Rimetto gli scarponi, lo zaino sulle spalle e ricomincio ad inseguire il mio sogno… freddo, anzi freddissimo! Le dita diventano insensibili, la paura mi assale, non ho con me la corda. Per scelta, per incoscienza… non si può spiegare: è così e basta! La corda pesa, io mi sono preparato, io ci sto credendo: ho voglia di viverla tutta questa parete… è mia e basta!
Un diedro aperto, verticale, lisciato dall’acqua, dal tempo e dal ghiaccio. In mezzo una striscia gelata: devo continuare, anche se i piedi negli scarponi mi fanno male. Non riesco più a capire quanto appigli e appoggi siano buoni. Sto congelando su questa montagna che tanto amo. Sbrigati, non devi bivaccare di nuovo, fa troppo freddo, anzi freddissimo!
Mi fermo, ho paura: così non ne ho mai avuta. È tanta, tantissima… Sto perdendo la mia caparbietà, il mio “nessuno mi può fermare”. Sono soltanto una piccola persona, sola e d’inverno sul gigante. Non so bene cosa fare. La paura mi sta rendendo di legno e i movimenti, col freddo anzi freddissimo, stanno perdendo fluidità. Guardo in basso, non voglio cadere, ma ho troppa paura per guardare in alto… cento metri, la cima è lassù!
Non posso salire con gli scarponi… non capisco più cosa sto facendo ma devo capire! Usare tutto quello che sta nel mio cervello, ricordi, lezioni, storia, amori… tutto! Ora mi serve tutto: ora devo diventare quello che a “squola” o scuola non sono mai diventato… il primo della classe! Ora o mai più!
Tolgo gli scarponi e indosso le scarpette da arrampicata. Il cervello mi dice di fare così, di uscire dal “facile” per cercare il difficile: niente incastri nel diedro ghiacciato ma aderenza, l’ultima speranza per tornare a casa. I piedi insensibili, nelle scarpette gelate, ora devono cercare il pulito. Niente ghiaccio o neve, no, ma aderenza, appoggi da scarpetta. Salgo e vorrei piangere, la paura mi esce dalle orecchie, la vista è al massimo, la concentrazione è “oltre”, io sto salendo “oltre”… Il sangue circola troppo in fretta e io ho paura, paura, tantissima paura!
Cinquanta metri… infilo le dita nei chiodi, non sento più niente, non ho più paura di cadere dal Cielo, non mi interessa più… interessi, voglie, non ho più niente, ho perduto tutto, maledetto freddo anzi freddissimo! Piango, dieci metri, sto per cadere… cinque metri, bestemmio… no, no!
Sono fuori, mi inginocchio nella neve. Dita, piedi, mani, niente… nessuna sensazione. Vomito, la paura mi sta uscendo dallo stomaco e sporca la neve davanti a me. Ce l’ho fatta ma cosa ho fatto? Non ne valeva la pena, il rischio ha rovinato tutto, troppo grande per una piccola persona. Accendo il telefono è informo la Fede che tutto è finito, che non ho avuto problemi… e come a Pinocchio mi si allunga il naso.
Scendo lentamente, rigido nella neve alta, scendo per ore e ore…
Il campanello suona, la porta si apre, entro… «Ciao Paolo, ho fatto l’Agner ma non sento più i piedi, non riesco più a camminare». Nel bagno della calda casa di un grandissimo amico immergo i piedi nell’acqua tiepida… massaggi, il colore dei miei poveri piedi è arancione! Due ore dopo, all’ospedale di Agordo, un dottore mi dice che «in montagna, d’inverno, non si dovrebbe andare».
Sono a casa, amici arrivano a trovarmi, qualcuno si complimenta ma… come posso spiegare che è stata la mia più brutta esperienza, come faccio a dire che sono andato oltre le mie capacità. Come faccio a spiegare che «in montagna, d’inverno, non si dovrebbe andare»? Non da soli, almeno…

* * * * * *

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Dalle piccozze alle streghe
Senza luogo e senza tempo (2)
Quod licet Iovi, non licet bovi
Senza luogo e senza tempo (3)
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Inverno

Foto cover. Freddo, anzi freddissimo: la parete nord dell'Agner (2872 m) in veste invernale, un mostro di 1500 metri incrostato di neve e ghiaccio. Sulla verticale della vetta, i camini e le fessure della via “Jori”. A destra del gigante la Torre Armena (2652 m). Alla sua sinistra, invece, lo Spiz d'Agner Nord (2545 m, tra i rami) e lo Spiz d'Agner Sud (2617 m). La foto, di Ivo Ferrari, è stata scattata il 17 gennaio 2010


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  • andy_spiz

    Ivo, ci stai abituando davvero bene. E' un racconto fantastico, che ci dà entusiasmo e voglia di fare. Anzi di strafare! Grazie per quel che ci hai regalato, per le emozioni che ci trasmetti. Emozioni che sanno di una passione smisurata. Bravo.

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