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Senza luogo e senza tempo (3)

25 nov 2010, di Carlo Caccia
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A grande richiesta – non lo diciamo tanto per dire – la saga continua: ecco un’altra storia di Ivo Ferrari per la gioia dei suoi estimatori. Qui , qui e qui, se non le avete ancora lette, trovate le puntate precedenti e nelle prossime settimane, con l’inverno ormai alle porte, ne seguiranno altre. Ma bando alle ciance e spazio al grande alpinista: ecco a voi, signore e signori, “Anima dannata”.

* * * * * *

ANIMA DANNATA

di Ivo Ferrari

Partiamo dal bivacco in cinque. È ancora notte ma il cielo, tempestato da milioni di stelle, preannuncia che il giorno che ci aspetta sarà sicuramente un giorno fantastico.
Un paio di doppie alla luce artificiale delle frontali ci depositano uno alla volta sul tormentato ghiacciaio e legati, ordinatamente in fila, cominciamo a mordere la neve con i nostri costosi ramponi.

Il giorno nasce e con lui nasce anche un’idea: abbandonare momentaneamente i miei quattro compagni per salire lungo una linea all’apparenza inesistente, che la mia immaginazione sta creando.
Cerco una spiegazione, una scusa per slegarmi dalla loro sicurezza: cerco le parole giuste per spiegare il “perché”. Ma quelle parole non esistono: è l’istinto, è qualcosa che nasce dentro e che non riesci a spiegare. Né mentre cammini su un ghiacciaio, né quando sei davanti ad un gruppo di persone che sta osservando scorrere in dissolvenza il tuo andare in montagna.

Mi congedo con un sorriso, sicuro che i miei compagni staranno pensando “viene in compagnia e poi scala da solo… proprio stambo!”.
Osservo le piccozze: sono le mie braccia artificiali. Lego le dragonne e supero una facile terminale. Gli amici, intanto, continuano verso la meta prescelta: un bellissimo lenzuolo di neve bianca. Io continuo con il mio egoismo…
Sempre più in alto, sempre più ripido. I ramponi entrano nel ghiaccio con forza e urlano quando incontrano la roccia. È una musica fantastica: lì, lungo il “niente”, sostenuto dalle loro punte, salgo con movimenti decisi, ripetitivi ma ogni volta unici. Salgo verso la cima – niente relazione, niente storia -, salgo sul nuovo, per placare il mio egoismo. Salgo da solo perché “forse”, a volte, non sono capace di condividere o… non voglio condividere niente con nessuno.
Con la stessa velocità con cui ho deciso di cambiare obiettivo mi ritrovo seduto sulla cima: tutto finito, tutto da rifare, un’altra cima, un altro ricordo, non mi riesce proprio di fermare il tempo, di cogliere l’attimo…
Osservo le becche delle mie piccozze: le osservo attentamente. Loro, oggi, sono state le mie piccozze, compagne indispensabili per vivere la mia giornata. E domani, magari, al posto delle picche ci saranno le mie scarpette e un sacchetto di magnesite.
Fermati, Ivo, adesso. Guarda verso il sole e goditi la tua giornata, anima dannata!

Foto cover. Il cuore di una delle grandi pareti delle Alpi (che, per quanto ne sappiamo, non ha niente a che vedere con il racconto di Ivo). Foto di Carlo Caccia


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  • Gabriele Villa

    Un racconto quasi "scarno", ma efficace nella sua semplice essenzialità.
    [Salgo da solo perchè "forse", a volte, non sono capace di condividere o... non voglio condividere niente con nessuno.]
    Una frase che richiama una curiosa assonanza....
    [Io amo il rischio, il limite delle mie forze, dare il massimo in tutto e per tutto, voglio condividere con chi mi sta intorno la mia gioia...ma, forse, senza spartirla.] Denis Urubko nel primo capitolo di " Colpevole d'alpinismo".
    Credo non si tratti di volontà di non voler condividere o non voler spartire.
    Il fatto è che un fuoriclasse "ispirato" parla una lingua che gli altri, i "normali", non sono in grado di comprendere, nel caso dell'alpinismo non sono in grado di emulare, ma solo di poter ammirare.
    Per questo il fuoriclasse finisce, spesso, con il dover parlare da solo.
    In questo mio ragionamento non c'è nessuna enfasi: è solo una semplice constatazione di un fatto naturale.

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