
Un’altra storia vera, verissima, ma senza dove e senza quando. Ce la racconta, come nei giorni scorsi, il mitico Ivo Ferrari. Per lui un bel ricordo, di non pochi anni fa; per noi un momento di lettura e di riflessione, per capire che «c’è un limite a tutto e che i veri compagni esistono anche dopo che ti sei slegato» (parole di Ivo). Il luogo e il tempo, anche questa volta, romperebbero l’incantesimo: toglierebbero alla storia la sua decisa immediatezza e il suo più ampio valore. Sarebbe come cercare un’asettica (e impossibile) precisione dei dettagli in un dipinto a spatola, dove l’immagine conserva – perché proprio da esse è costituita – le tracce degli atti, dei gesti manuali, di chi l’ha creata.
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A TUTTO C’È UN LIMITE
(LA VIA PIÙ BELLA E UN AMICO SPECIALE)
di Ivo Ferrari
Veloci, velocissimi… Non che non fossimo capaci di andar piano – gli oltre quaranta bivacchi appesi in parete lo dimostravano – ma quel giorno… sembravamo missili impazziti! Ci alternavamo sulle lunghezze di corda: settanta metri e passa ma non perché non ci fosse la possibilità di fermarsi, di far sosta. Semplicemente perché, fidandoci l’uno dell’altro, ci inseguivamo a vicenda come se il pericolo non esistesse. Un amico lanciato a tutta velocità, quasi ad indicare la strada a chi dietro inseguiva. E via!
Presi da una strana sensazione, presi ed eccitati come due bambini capricciosi. Forse incoscienti ma sicuramente consapevoli di esserlo. Salivamo in alto, su appigli mai toccati prima, su una montagna bella, unica, ma stranamente (o giustamente) sconosciuta. Ora era la nostra montagna e noi i suoi monelli. Quinto, sesto, a volte anche di più. Ma le settimane trascorse insieme, senza l’obbligo del lavoro, senza il cuore occupato da donzelle, quelle settimane passate a scalare in ogni angolo delle Dolomiti più selvagge ci avevano resi così… quasi invincibili!
Ma ciò che accadde una volta in cima, ecco, non so spiegarmelo ancora adesso.
Ci abbracciammo, guardammo l’orizzonte, scrutammo le nuvole cariche d’acqua che in Dolomiti arrivano solitamente nel pomeriggio e… OT mi disse: «Senti, Ivo, questa è la mia ultima salita».
Non mi sembrava vero: eravamo fortissimi, fieri di esserlo… e sul più bello mi lasciava da solo. «Come?» seppi semplicemente rispondere.
Scendemmo molto più lentamente, con in tasca una via nuova che nessuno ripeterà mai. Scendemmo l’uno accanto all’altro e mi spiegò che il suo gioco aveva raggiunto l’apice, che si sentiva appagato, che non cercava altro. Mi spiegò che se avesse, se avessimo continuato a scalare così sarebbe sicuramente finita male. Mi disse che da quel momento avrebbe vissuto la Montagna guardando in alto, dai sentieri, passeggiando, ascoltando i rumori e i profumi che l’assuefazione all’arrampicata non ti fa più percepire.
Non me la presi. Una volta giù lo salutai e non trattenni il mio segreto. Gli confessai che la via che avevamo salito era semplicemente unica e non perché più pericolosa o più dura di molte altre… no, era unica perché era stata creata con un amico speciale, un vero poeta della verticale.
È passato tanto tempo, di quella via non ho nemmeno la relazione. Ma ancora adesso è la via più bella e lui è il mio più Grande Amico.
Foto cover. Uno dei più interessanti (e non troppo frequentati) gruppi dolomitici (nota: l'immagine non si riferisce al racconto di Ivo). Foto di Carlo Caccia
Foto cover. Uno dei più interessanti (e non troppo frequentati) gruppi dolomitici (nota: l'immagine non si riferisce al racconto di Ivo). Foto di Carlo Caccia
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