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Quod licet Iovi, non licet bovi

10 nov 2010, di Carlo Caccia
Besauzega 1

IVO FERRARI INEDITO: ECCO IL RACCONTO DELLA PRIMA SOLITARIA, FIRMATA IL 28 OTTOBRE 1995, DELLA VIA AUGUSTO (600 m, VI) SUL PILASTRO NORD-EST DEL CAMPANILE DELLA BESÀUZEGA (2191 m, PALE DI SAN LUCANO)

Abbiamo stanato l’Orso delle Pale. Anzi, no: è stato lui a farsi trovare. E poi ha cominciato a raccontare: una, due e altre storie. Cose grandi, non per tutti, raccolte in poche righe: splendide miniature che presentano, oltre all’Ivo Ferrari (l’Orso delle Pale) alpinista, anche l’Ivo Ferrari narratore. «Accidenti – gli abbiamo detto l’altra sera -: ma sei bravo a scrivere!». E lui, ridendo: «Oh, sono intelligente, io!». Certo, una bella testa, perché senza testa (e altro, come vedremo) certe cose non si fanno: tentarle vorrebbe dire ammazzarsi. Ricordate: quod licet Iovi, non licet bovi… Ma cosa, precisamente, licet Iovi (è concesso a Giove)? Nelle due “puntate” precedenti (specialmente nella seconda) Ivo è stato vago, ci ha lasciati “senza luogo e senza tempo”: ci ha spiegato il concetto, con un racconto vero, ma l’ha lasciato volutamente senza riferimenti. Oggi, invece, ci ha dato qualche aggancio: uno, due, tre nomi… e da quegli indizi, irresistibili, siamo arrivati ad un luogo e ad un tempo: ad una cima e ad un giorno, di quindici anni fa.
Sarà contento, Ivo, delle nostre scoperte? Avrebbe forse preferito che tutto rimanesse un po’ misterioso? Forse no. Perché in fondo è stato lui, con quelle poche ma fondamentali indicazioni, a suggerirci la strada… e le strade non si suggeriscono per niente. Eccoci allora a dire che il racconto che sta qui sotto, nello stile dei precedenti, ci porta ai tempi degli appassionati, incredibili viaggi di Ivo nel regno delle Pale di San Lucano: ci porta a conoscere l’avventura con cui, il 28 ottobre 1995, lo “Zar” chiuse da par suo la sua prima annata tra quelle montagne, dopo l’impressionante preludio – la prima ripetizione, con Oscar Corna, della
Miotto-Bee sulla parete sud della Seconda Pala – del 1992.
Dopo il tempo e una “larga” indicazione spaziale, ecco il luogo preciso: oggi, con Ivo, saliremo sul Campanile della Besàuzega (2191 m), lungo il suo pilastro nord-est che precipita nel Boràl della Besàuzega a est (proprio di fronte al pilone centrale “Titan” della Prima Pala) e nel Boràl del Mul a nord. Su quel pilastro, «impegnativa ed elegante struttura d’angolo sul limite degli strapiombi settentrionali che hanno precluso finora qualsiasi tentativo di salita da questo versante» (così Ettore De Biasio nella sua mitica guida), i primi a passare, il 19 settembre 1982, furono Ilio De Biasio e Cesare De Nardin, che colsero il successo «dopo vari tentativi condotti dallo stesso Ilio De Biasio con diversi compagni, sempre interrotti alle prime ostiche lunghezze di corda» (Ettore De Biasio). La via
Augusto, lunga 600 metri (senza dimenticare i 400 dello zoccolo) e con difficoltà di VI (superate con 13 chiodi intermedi e 8 di sosta), è quindi finita nel dimenticatoio: troppo “lontana” per diventare una salita alla moda, di quelle di cui tutti, a vanvera o con cognizione di causa, parlano.
Il 10 settembre 1995, però, Daniele Costantini e Fausto Conedera si sono cacciati lassù e, ripercorrendo per primi le tracce di De Biasio e De Nardin, hanno (ri)scoperto un itinerario elegante e sostenuto, su roccia compatta: una grande linea che neppure due mesi dopo, come abbiamo visto, ha chiamato anche Ivo Ferrari. Lo “Zar”, però ha sentito il bisogno di andarci da solo, per motivi tutti suoi. Eccoci allora al dunque, al racconto che vi abbiamo fatto sospirare… La speranza è quella di non avervi annoiati e, con il timore che «persone molto più intendenti osserveranno che si poteva o doveva [...] dir meglio», con il sempre efficace Eugenio Fasana dichiariamo che «la via della perfezione è aperta a tutti gli uomini di buona volontà, e quindi anche a loro. Quanto a me, ho seguito il precetto: fa ciò che puoi, e lascia il resto a chi può». Nella vita e nell’alpinismo (per non perdere la vita), non dimentichiamo il detto latino:
quod licet Iovi, non licet bovi.

* * * * * * *

IL VECCHIO CHIODO NON È PIÙ SOLO
(IVO, MARLEY E UN PIZZICO DI FOLLIA)

di Ivo Ferrari

Fradicio di sudore come non mai, mi siedo ai piedi della slanciata torre. Oggi è una giornata splendida, nel cielo soltanto il colore più vivo, l’azzurro…
Sono solo, volutamente solo, sì! Perché nella mia testa, da giorni, si è depositato il desiderio di salire il Campanile: lungo la sua linea più logica, lungo la sua linea più bella, la via Augusto. Lo zaino è praticamente vuoto: niente acqua, niente barrette energetiche, niente corda e imbragatura. Soltanto le scarpette e un cordino di un metro, ricavato da una vecchia corda da nove millimetri (rossa).
Sono seduto: godo il silenzio di queste montagne, cerco di sentire i profumi del boràl sottostante, pieno di piante, sassi, neve marcia… Non ho fretta: oggi devo soltanto arrampicare libero, con calma e concentrato sui gesti. Oggi non sono ammessi ripensamenti e tantomeno errori. La torre corre verso l’alto per seicento metri e… niente corse verso il basso, Ivo, niente cazzate!
Pronto: sono pronto a partire lasciando la certezza per il suo opposto, che è ciò che più mi spinge a queste “passeggiate” un po’ folli, in questo mondo selvaggio fatto di roccia e di silenzio.
Salgo con movimenti sicuri, forse eleganti da vedere. Ma io non posso vedermi… Riesco però a “sentirmi” e capisco che sto salendo padrone del gesto, per nulla spaventato dal vuoto. Anzi: innamorato del vuoto che mi sta intorno, sopra la testa e sotto la gomma delle scarpette. Salgo calmo: ora non sto sudando come sul ripido sentiero. Ora mi sto trasformando in quello che sto toccando… la roccia!
Le difficoltà ci sono, sono vere: rispettano quella gradazione che non subisce inflazione, che non si abbassa o si alza a seconda del momento. Il grado, per essere vero, si deve sentire, e gli avambracci si stanno gonfiando: sentono il vero…
Arrivo davanti ad una placca. Bisogna traversare a sinistra in piena esposizione: lo capisco dalla logicità del passaggio e… da un chiodo piantato nel mezzo della placca stessa. Parto deciso, duro, continuo ancora più deciso, durissimo. Sono vicino al chiodo: un minuscolo pezzo di ferro che da anni se ne sta lì, solo e tranquillo. Le braccia cominciano a sentire lo sforzo, la tensione supera il livello di guardia… ma cosa cavolo sto facendo! Dovrei pensare a come risolvere il tutto e invece, nella mia testa, arriva la melodia di una bellissima canzone. Arriva Bob Marley con la sua Redemption Song!
Sono al limite, fermo su due tacche minuscole, con le braccia che stanno pompando anche la riserva e la testa si mette a cantare! Ma se la testa è da un’altra parte, fortunatamente arriva l’istinto a tirarmi fuori dai guai. In fretta infilo il cordino nel chiodo ma non lo tiro: il buon senso mi dice di no. Poi infilo il braccio nel cordino, sempre senza tirare, e penso: «Se scivolo magari rimango impigliato». Un attimo dopo sono al sicuro, cinque metri più in alto.
Follia, questa è pura follia. Questa è l’arrampicata solitaria secondo Ivo Ferrari. Sono passato in libera, al limite, con un braccio in un cordino, aggrappato ad appigli minuscoli nel mezzo di un vuoto da paura, con la testa che cantava Marley e l’idea di rimanere appeso a quel braccio in caso di volo! Follia o bravura, stupidaggine o intelligenza? Direi passione: un’incosciente passione che sta nel mezzo di un percorso tutto mio.
In cima rimango sdraiato per parecchio tempo: è ancora presto e domani in valle racconterò agli amici, quelli veri, del cordino rimasto lassù a tener compagnia, nel cuore della placca, ad un chiodo solitario, perduto su una torre dal nome quasi impronunciabile.
Oggi ho goduto ogni appiglio, ogni movimento, ogni respiro. Oggi ho goduto e mentre riporto me stesso verso la locanda, verso la mia amica Ester, fischietto una canzone… Redemption Song: è proprio una bella canzone. Grazie Bob!

* * * * * * *

POST SCRIPTUM (di C.C.). Non sappiamo se il cordino rosso (sbiadito) sta ancora lassù: forse “è tornato” a casa di Ivo. Perché lo “Zar”, l’8 febbraio 2003, ha rimesso le mani sulla Augusto e con Stefano Pelucchi, in due giorni, l’ha salita in prima invernale (quarta ascensione). Tra la solitaria e l’invernale, per quasi otto anni, la via è nuovamente finita nel dimenticatoio…

Foto cover. Meraviglia dalla conca agordina: il Campanile della Besàuzega (al centro) e il settore destro della parete est della Seconda Pala di San Lucano illuminati dal primo sole del mattino. Immagine ricavata da una foto di Ettore De Biasio, pubblicata alle pagine 178-179 di E. DE BIASIO, “Pale di San Lucano”, Luca Visentini Editore, Cimolais 2004


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