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La Pera e la sua Stella

1 ott 2010, di Carlo Caccia
B1

Tutti la vedono ma nessuno, o quasi, si accorge di lei. Gli sguardi, quando finiscono da quelle parti, si concentrano altrove: più in basso, più in alto, a destra, a sinistra. Eppure lei c’è: piccola e forse un po’ orgogliosa, col sul bel nome che pochi ricordano. È una punta, nel senso di vetta, che supera abbondantemente quota 4000 tuttavia, mancandole a quanto pare i requisiti topografici, morfologici ed alpinistici, non figura in quello che, dal 1994, è l’elenco ufficiale degli 82 nobili signori delle Alpi: i Viertausender (Quattromila) der Alpen “inventati” dal vecchio Karl Blodig (1859-1956) che era austriaco, di mestiere faceva l’oculista e che amava “collezionare” montagne. La nostra puntina ha dovuto accontentarsi di far parte del cosiddetto “elenco allargato”, che comprende altre 46 sommità, più o meno rilevanti. Comunque, citando Thomas Graham Brown (1882-1965) che era scozzese, pure lui medico e – come noto – eccellente alpinista, «sarebbe stato un bello scherzo [...] aggiungere un altro Viertausender alla lista di quelli delle Alpi». Perché quel pinnacolo in bella vista eppure “invisibile”, quotato 4354 metri, non è così facilmente raggiungibile, posto com’è al di sopra di «un grande pilastro a forma di pera» che rappresenta «un’evidente difficoltà» (tra virgolette sta sempre lui: Thomas Graham Brown).
Gli indizi, ormai, sono sufficienti per indovinare. Il pinnacolo di cui stiamo parlando, che oggi abbiamo voluto affettuosamente ricordare, è l’Aiguille de la Belle Étoile (“Aiguille della Bella Stella”): l’estremità superiore del “picciolo” (in verità piuttosto lungo…) della grandiosa “Pera” della parete della Brenva del Monte Bianco. Thomas Graham Brown la notò esaminando le fotografie scattate durante la prima ascensione della Route de la Sentinelle (soltanto in seguito diventata rossa…), compiuta nei primi due giorni di settembre del 1927 con Francis Sidney Smythe. L’attenta osservazione delle immagini, per «soppesare» quella che tra il 6 e il 7 agosto 1928 sarebbe diventata la via Major, portò il fisiologo-alpinista a notare «un’ombra netta e appuntita sul pendio di neve a sinistra della base del suo [della Major, ndr] pilastro terminale. Era chiaro che questa ombra doveva essere stata proiettata da un pinnacolo situato su una costola ancora più a sinistra». Il pinnacolo, ancora senza nome, era l’Aiguille de la Belle Étoile: lo scherzo per i collezionisti di Viertausender.
«La fotografia – continua Thomas Graham Brown (tutte le citazioni sono tratte dal suo splendido Brenva, pubblicato in inglese nel 1944 e in italiano, grazie al Caai, soltanto nel 2006) – era troppo piccola per mostrare chiaramente i particolari, ma dava l’impressione che il pinnacolo potesse essere raggiunto scendendo dall’alto [...]. Subito dopo, tuttavia, mi parve che scendere a un tale obiettivo non sarebbe stato un gioco leale, e fui attirato dal problema di come la piccola punta potesse essere raggiunta correttamente dal basso. Una ben definita costola portava al pinnacolo» tuttavia presentava un punto di domanda: il già menzionato «pilastro a forma di pera. Se questo fosse stato superabile, era chiaro che il pinnacolo si sarebbe potuto raggiungere in modo corretto, e che la via si sarebbe potuta continuare fino alla vetta del Monte Bianco di Courmayeur». A questo punto, però, l’obiettivo cambiò: non più il pinnacolo ma «una grande e diretta via al Monte Bianco di Courmayeur». Tutto finito? No: «Più tardi, il problema del grande pilastro a forma di pera divenne così dominante, che la stessa via sembrava essere uno scopo di secondaria importanza rispetto alla conquista del grande ostacolo, che alla fine diede il nome alla via».
La piccola guglia fu così dimenticata, ridotta per sempre a «insignificante particolare»? No, per sua fortuna. Il 5 agosto 1933,
durante la prima ascensione della Via della Pera, giunti finalmente sopra il «grande ostacolo», Thomas Graham Brown e le guide Alexander Graven e Alfred Aufdenblatten guardarono alla loro destra verso la Major e poi verso le rocce che «portavano alla base di un pilastrino di roccia rossa, che si innalza là come per fare la guardia a quello che si trova sopra. Questo campaniletto non era altro che la piccola guglia la cui ombra ci aveva indirizzato per la prima volta a questa via».
Il terzetto, dopo una pausa, si rimise in marcia alle 9 e attraversato un canale di ghiaccio, superate delle rocce e un secondo canale «che scende ripido [...] proprio davanti alla piccola guglia e ai piedi della sua precipite parete», si ritrovò alle spalle del pinnacolo. Da lì, per un canale roccioso, fu raggiunto il colletto tra il torrione e la parete della Brenva. «Da questo colletto – continua il racconto dell’ideatore dell’impresa -, una breve salita [...] ci portò sulla vetta della guglia, alla quale tenevamo a far visita per ragioni sentimentali [...]. La punta stessa è abbastanza ben definita, con la sua cima acuta», e «si stacca nettamente dalla parete [...]. Vi edificammo un ometto e battezzammo la piccola guglia con un nome al quale pensavo da molto tempo, perché questo blocco di roccia, per quanto infimo, aveva giocato un ruolo caratteristico nella storia della parete della Brenva e, per questa ragione, meritava veramente di essere conosciuto. Avevamo sottomano, in un vecchio nome dell’Aiguille Blanche de Peutérey caduto in disuso, un vocabolo evocatore del nostro successo, e nello stesso tempo della buona sorte che sola lo aveva consentito. Chiamai dunque questa piccola roccia L’Aiguille de la Belle Étoile. Chi altro, oltre a me, userà questa denominazione, contribuirà a salvare dall’oblio un bel nome, e gli darà, nello stesso bacino glaciale, una dimora a quota più elevata. Nonostante il suo possibile scarso significato topografico, dell’Aiguille de la Belle Étoile come obiettivo di scalata si può almeno dire che non vi è alcun mezzo di raggiungerla se non per una via di grande impegno [...]. Sulla vetta della guglia siete ben in fuori dalla parete della Brenva, e staccati da essa dalla profondità e ripidezza di tutti i versanti, tranne la stretta cresta che scende al colletto».

Foto cover. Tutta la potenza del Monte Bianco, con il Grand Pilier d'Angle e la parete della Brenva. In mezzo a questo scenario grandioso, una piccola ombra permette di riconoscere l'Aiguille de la Belle Étoile. Foto di Antonio Giani


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