
La “notizia” di oggi è senza dove e senza quando. Però è vera: più autentica di tante altre. Senza luogo e senza tempo – soltanto per noi, non per i suoi protagonisti – ma non importa. Quello che conta veramente c’è tutto perché Ivo Ferrari, oltre che essere un fenomeno sulle rocce, è anche capace di raccontare. A chi? Lo scoprirete.
Ivo non scala per forza: niente e nessuno lo obbliga. Scala perché la sua passione è grande, grandissima. Altrimenti, considerato quello che si vede e si sente (soltanto oggi?) su montagne e pareti e nelle loro vicinanze, avrebbe già mandato tutti a quel paese per fare altro. E in verità anche lo scrivere di alpinismo, per le medesime ragioni, è più o meno la stessa cosa: lo fai per un bisogno tuo, per un fuoco che ti brucia dentro. Ciò che provi, la passione forte, annulla le domande: dove, quando, perché… non ci pensi e vai avanti, nonostante tutto.
Annullare le domande: certe cose non chiedono di essere dichiarate e spiegate. Più che “conosciute” vanno “sentite”, afferrate e fatte proprie nella loro compiuta essenzialità. Il luogo e il tempo non importano: ciò che interessa è il fatto in sé, la potente esperienza vissuta. Quella meraviglia che fa pensare a certe idee musicali, oggettivamente perfette, che funzionano alla grande sulle corde di uno Stradivari ma che riescono a stupire anche sulle barrette di un metallofono per bambini. Il dove, il quando e il mezzo sonoro cedono il passo all’essenza delle cose…
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SENZA LUOGO E SENZA TEMPO
(UN’AVVENTURA A LIETO FINE)
di Ivo Ferrari
Piccozza, ramponi, tre viti da ghiaccio, tre chiodi da roccia del tipo Cassin universali, una linea effimera davanti a noi. Il nostro unico cordone ombelicale: una minuta corda del sette da settanta metri, sottile e leggerissima, da usare in caso di estrema necessità.
La luce artificiale delle nostre frontali illuminava i nostri passi nella gelida notte, le punte dei ramponi mordevano alla perfezione il ghiaccio duro. Tutto stava andando per il verso giusto: entrambi slegati ma entrambi legati dalla fiducia reciproca, salivamo al ritmo dei nostri pensieri.
I metri percorsi aumentavano con il nostro battito del cuore. Salivamo leggeri, nascosti dal buio, consapevoli che buio voleva dire freddo e freddo voleva dire sicurezza… Sì, perché nei canali bisogna anticipare il sole, bisogna goderli di notte, e festeggiare di giorno seduti sulla cima, fuori da ogni pericolo.
Ma quella volta commettemmo uno sbaglio, o semplicemente stava scritto così, perché quasi in prossimità della cima, a due passi dal giorno, quasi fuori dal freddo, la cornice terminale cedette con tutto il suo carico: neve, ghiaccio e sassi di ogni forma e dimensione… tutto giù, nel canale, che per noi due si trasformò in una trappola senza uscita.
Un rumore, uno spostamento d’aria anticipò il tutto. Poi solo buio. Le frontali si spensero, la neve ci gelò i vestiti, perdemmo le piccozze, perdemmo il tempo…
Mi svegliai, ma forse non mi ero neanche addormentato, e mi resi conto che era successo un gran casino. Lui stava a pochi metri da me, mi guardava, dalla sua fronte usciva una fontanella di sangue. Ci abbracciammo, con un dito gli tappai il buco tamponando alla meglio. Niente cellulari, non esistevano, soltanto buio, freddo e paura.
Ci ritrovammo alcune settimane dopo. Ci ritrovammo davanti ad una birra (lui) e ad un succo (io): ci ritrovammo tutti ammaccati ma felici di avere qualcosa da raccontare… a chi? Al sole, alle stelle, al cielo, alla luna e a tutte le cose e alle persone buone di questo mondo… streghe comprese!
Foto cover. Senza luogo e senza tempo. Foto di Ivo Ferrari
Foto 1. Ivo (senza luogo e senza tempo). Arch. Ivo Ferrari
Foto cover. Senza luogo e senza tempo. Foto di Ivo Ferrari
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