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Avventura “doc” alle porte della città

20 ott 2010, di Carlo Caccia
Osa 01

MOREGALLO, PARETE NORD: IL 13 OTTOBRE 2010, DOPO AVERLA SOGNATA A LUNGO, IL GIOVANE FRANCESCO MILANI CAPIALBI HA FIRMATO LA PRIMA SOLITARIA DELLA DIFFICILE VIA OSA (300 m, VI e A2) CHE, APERTA TRA IL 15 E IL 16 MAGGIO 1965 DA GIORGIO TESSARI, ANTONIO RUSCONI, CASTINO CANALI E PIETRO PAREDI, CONTA SOLTANTO UNA DECINA DI RIPETIZIONI

Lecco, ponte Kennedy, e avanti dall’altra parte del lago, verso Bellagio. Si passa Malgrate (bellissima la vista sulla città, con il Resegone alle sue spalle) e si arriva a Parè, dove la strada si infila in galleria. Il tunnel non è breve e appena finisce si prende la vecchia carrozzabile lungo il lago, seguendola per alcune centinaia di metri. Giunti ad un piazzale, oltre il quale non è più possibile proseguire, si scende dall’auto e ci si guarda attorno. Ovviamente, visto lo scempio della cava che ha devastato il fianco della montagna, la rabbia ha inizialmente il sopravvento. Poi, però, gli occhi puntano altrove e i pensieri cambiano: lassù, evidente eppure nascosta, vicina e allo stesso tempo lontana, la parete nord del Monte Moregallo si innalza prima grigia (verticale) e poi gialla (strapiombante) per cinquecento metri. Insomma: un muro dolomitico a strati leggermente inclinati verso destra, interrotto di tanto di tanto da provvidenziali cenge e solcato verticalmente da splendidi diedri che, dal basso, sono però invisibili. Per notarli bisogna salire, faticare un po’ per restare a bocca aperta.
Uno, due e tre: in un crescendo di inclinazione e repulsività. Da una lunga cengia erbosa, in piena parete ma raggiungibile da un tetro canale con una sola, non difficile (ma quasi perennemente bagnata), lunghezza di corda, quella triade indica la via di salita: è il larghissimo varco da superare per arrivare al bastione che sostiene la grande terrazza, dove gli alberi (non arbusti) fanno capire le dimensioni dell’assieme e oltre la quale, più “cattiva” di prima, la parete prosegue fino ai prati sommitali.

15 MAGGIO 1965, sabato, ore 13. Quattro giovincelli – Giorgio Tessari e Antonio Rusconi (proprio loro, quelli delle invernali) e poi Castino Canali e Pietro Paredi – si ritrovano in piazza a Valmadrera: hanno un conto da chiudere (dopo un tentativo a vuoto) e pensano di farcela entro la sera del giorno successivo. Anzi: ad Antonio piacerebbe non tirare troppo tardi, così da non perdere l’ultima messa della festa…
Due ore dopo, alle 15, la danza comincia: la Nord del Moregallo (1276 m), che per intenderci costituisce la notevole estremità meridionale della meno celebre delle “due catene non interrotte di monti” di manzoniana memoria, comincia a sentire un po’ di solletico e ad un tratto capisce che quei quattro, armati di 60 chiodi e 20 cunei ricavati dalle traversine della ferrovia, stanno facendo sul serio. È vero: negli zaini hanno anche un cordino da 100 metri (per un eventuale fuga) ma la grinta e le capacità del gruppo, unite allo studio preliminare di Castino («L’ho “inventata” io, la via. Andavo da quelle parti con i bambini e, guarda e riguarda, pensai alla possibilità di salire quella successione di diedri strapiombanti»), sembrano una più che sufficiente garanzia di successo.
E in effetti le due cordate procedono bene, tanto che alle 19 i primi due diedri sono liquidati e una cengia fin troppo spaziosa, da cui si innalza il terzo, è l’ideale prima per un bivacco da favola e poi, la mattina dopo, per far sicura a Giorgio alle prese col tratto più duro della salita. Ma anche l’ultimo diedro non resiste all’assalto e sopra, sempre con l’aiuto dei chiodi e nonostante qualche masso in bilico, tutto fila per il verso giusto. Ancora Castino: «A quei tempi, con gli scarponi, potevamo spuntarla soltanto in artificiale. Ma artificiale “lungo”, sia chiaro, da ultimo gradino della staffa e quindi faticoso. Senza contare che, di tanto in tanto, Giorgio si imbatteva in qualche blocco pericolante e doveva mettercela tutta per non farlo precipitare sulle nostre teste». Continua Pietro: «Ci pensavo io a tirar giù i massi. E quando sono arrivato alla fine della via ero in condizioni pietose: carico di staffe e con i vestiti a brandelli».
Eccoci dunque sulla grande terrazza: il quartetto – sono le 15 della domenica e sono passate 24 ore esatte dall’inizio dell’avventura – ha vinto la sfida e, traversando a sinistra, raggiunge lo spigolo della parete. Tutto finito? Nossignori: per arrivare al sentiero di discesa bisogna salire ancora, per quel pendio ripidissimo dove l’erba e le rocce sono gli ingredienti di un cocktail non proprio raccomandabile, che Giorgio ricorda bene. «Quel prato maledetto – brontola il capocordata -: era in piedi da matti, con rocce rotte dappertutto. Ho “strozzato” due cordini su delle radicette così…». Avanti piano in salita, quindi, e poi di corsa in discesa ripensando alla via appena nata: a quella linea di gran classe che viene immediatamente battezzata Osa (300 m, VI e A2). Non fraintendete, però: non si tratta di un invito a rischiare, sulle tracce di Gervasutti. Quelle tre lettere, per Giorgio, Antonio, Castino e Pietro, sono soltanto l’acronimo di “Organizzazione Sportiva Alpinisti”: l’associazione valmadrerese, ancora oggi in piena attività, dei nostri baldi giovani. E l’ultima messa della festa? Salito in macchina alle 17, arrivato a casa al massimo un quarto d’ora dopo, Antonio riesce a non arrivare in chiesa in ritardo!

TEMPO AL TEMPO. Passano gli anni – dodici, per la precisione – e soltanto nel 1977 la via Osa viene ripetuta per la prima volta: autori della salita sono i locali Romano Corti, Mosè Butti, Felice Vassena ed Elio Rusconi. Poi, negli anni Ottanta, ecco la seconda ripetizione: questa volta tocca a Marco Rusconi, nipote di Antonio, e a Claudio Crepaldi. In seguito i tentativi non mancano ma è soltanto nel luglio 2004, poche settimane dopo l’apertura della seconda via sulla Nord (Tempo al tempo, 400 m, VI+ e A2, a sinistra della Osa) da parte di Franco Tessari, Gianni Mandelli e Carlo Caccia, che gli stessi Tessari e Mandelli, con Gabriele Crippa, effettuano la terza ripetizione della linea del 1965. Nel 2006 tocca quindi a Ivo Ferrari e Fabio Valseschini (quarta ripetizione) e un mese dopo a Caccia e Giulio Zappa (quinta ripetizione). Da notare che proprio Zappa, con diversi compagni, durante la primavera precedente era riuscito a salire il settore immediatamente a destra della via Osa, firmando la Via del tempo rubato (200 m, VI e A1): un’arrampicata di grande bellezza la cui prima ripetizione porta le firme dello stesso Zappa e di Graziano Sangiorgio.
Il 18 gennaio 2007, ad opera di Fabio Valseschini che decide di cimentarsi su Tempo al tempo (probabile quinta ripetizione), la parete Nord del Moregallo conosce la prima ascensione solitaria (e per di più invernale, anche se “tiepida”) e negli anni successivi fino ad oggi, dopo essere stata dimenticata per quasi otto lustri, la grande parete vede il passaggio di alcune cordate: più o meno una decina su Tempo al tempo, forse cinque sulla Osa e almeno tre sulla Via del tempo rubato. E non mancano gli habitué, come Gianni Mandelli che vanta due salite per ciascuna via, o il giovane Francesco Milani Capialbi, che completa la “collezione” in cordata e poi comincia a covare un’idea strana.

13 OTTOBRE 2010, mercoledì, ore 8.15. Lasciata l’automobile in uno degli spiazzi a lato della vecchia strada lungo il lago, con uno zainotto piuttosto pesante, Francesco comincia la faticosa (ma non lunga, per fortuna) scarpinata per raggiungere l’attacco della Osa. Chi c’è con lui? Forse l’amico Stefano, con cui un mese prima ha aperto una via sulla Punta Stoppani del Resegone? No: Francesco, questa volta (come altre), vuole fare tutto da solo.
Il sentiero risale il ripido fianco del Moregallo: il lago si allontana e la parete, incombente, si avvicina. Ecco l’attacco di Tempo al tempo, dove qualcuno ha inciso sulla roccia il nome della via, e più su il canale detritico che porta alla partenza della Osa. Tutto bene? Sì e no. Perché Francesco è determinato ma la muraglia, purtroppo, non è propriamente asciutta. Rimandare, allora, tornare un’altra volta? Non ci sarebbe nulla di male… E invece no: Francesco, saranno le 9.30, decide di attaccare. Più in alto si vedrà.
Il primo tiro, sempre umidiccio, potrebbe riservare qualche sorpresa ma il nostro lo supera di slancio, slegato. Poi ecco il traverso erboso e il vero inizio della lotta che, vista la roccia fradicia, si annuncia ancora peggiore del previsto. Partenza e avanti: un chiodo dopo l’altro, cercando di non combinare pasticci. Tutto ok lungo il primo diedro, tutto quasi ok (a parte un volo a causa dello “slittamento” di un piede) lungo il secondo e, dopo una comunicazione telefonica con Mandelli che è l’unico che sa del tentativo, anche il terzo diedro è risolto. Tocca quindi al “tiro giallo” che, se in condizioni normali è il più semplice della serie, per Francesco è doppiamente il più semplice, in quanto è meravigliosamente asciutto!
Occhio alla sosta, dove un chiodo a “U” resta in mano al nostro protagonista che lo regola con una buona dose di martellate, e ancora avanti. Su e su, fino alla sosta successiva. Poi giù e quindi nuovamente su, dando vita a quel movimento pendolare obbligatorio quando si sale da soli in autoassicurazione. Se poi si decide di fare come Francesco, ossia di rinunciare alle maniglie jumar («La Osa in fondo non è lunga e ho voluto arrampicarla due volte, da primo e da secondo…»), la faccenda diventa ancora più interessante. Ma diventa anche, viste le caratteristiche della via (molto faticosa, sia che si tenti la libera sia che si opti per l’artificiale), anche assai più stancante.
Così, quando alle 17.05 il nostro eroe termina l’ultimo tiro, è abbastanza provato: molto felice della possibilità di calarsi in doppia lungo la Via del tempo rubato, evitando così la scabrosa uscita verso l’alto, sugli insidiosissimi “prati verticali” oltre lo spigolo. È fatta, sì, ma non del tutto: le calate sono esposte, ci vuole attenzione per non rovinare la festa. E soltanto quando rimette piede nel canale, in quel postaccio a cui bisogna un po’ abituarsi, dominato com’è da un muraglione strapiombante che a due passi da Lecco è tutto un altro mondo, Francesco si sente veramente libero, soddisfatto per aver realizzato qualcosa che sognava da tempo. Per aver raggiunto un obiettivo che, alla nostra domanda “perché”, è rimasto apparentemente inspiegabile. Un sogno, un traguardo, la volontà di raggiungerlo: tutto qui, semplicemente. Un’avventura vera e silenziosa, dietro l’angolo eppure lontana da tutto e da tutti, che ora fa parte di una lunga – grande o piccola non importa – umanissima storia.

Foto cover. La parete nord del Moregallo salendo all'attacco della via “Osa”. Nel riquadro, Francesco Milani Capialbi in sosta alla fine dei diedri durante la solitaria del 13 ottobre scorso. Foto di Carlo Caccia e Francesco Milani Capialbi


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  • Ivo_ferrari

    il "nuovo che avanza"
    bravo

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