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Titanici ragazzini (2)

10 set 2010, di Carlo Caccia
OK foto 6

PRIMA PALA DI SAN LUCANO (2296 m, DOLOMITI AGORDINE): A TREDICI ANNI DALL’APERTURA, FIRMATA IL 16 AGOSTO 1997 DA IVO FERRARI E GIANPAOLO GALIAZZO, I GIOVANI GABRIELE CANU, LORENZO FANNI ED ETTORE ALBORGHETTI, TRA IL 7 E L’8 AGOSTO 2010, HANNO MESSO A SEGNO LA PRIMA RIPETIZIONE DELLA VIA PER L’ULTIMO ZAR (500 m, VII+ e A3) SUL VERTIGINOSO PILONE CENTRALE “TITAN” DELLA PARETE SUD-OVEST

Prima parte

UN PICCOLO BIVACCO ROSSO. Ci sono bivacchi inutili e bivacchi da sogno: quello dedicato a Margherita Bedin, a quota 2210 metri sulla piattaforma erbosa sommitale della Prima Pala di San Lucano, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ettore De Biasio, nella sua guida, scrive che «a ragione è ritenuto il più bel bivacco delle Dolomiti» mentre Luca Visentini amplia l’orizzonte, inserendolo «tra i bivacchi più belli delle Alpi» (L. VISENTINI, Pale di San Martino, Luca Visentini Editore, Cimolais 2007). Quella graziosa costruzione rossa, voluta dal Gruppo Alpinistico Vicentino e inaugurata nel 1977, è il solo punto d’appoggio in quota nelle Pale di San Lucano: un segno umano raggiungibile anche a piedi, non temete, ma soltanto dopo aver scarpinato un po’. Ma quanto, precisamente? Il «rassicurante accesso principale», da Pradimezzo per la Malga d’Ambrusògn e la Forcella della Besàuzega, richiede almeno tre ore di fatica, che diventano quasi il doppio se si sceglie di salire dall’altra parte, ossia da Forno di Val per il Boràl della Besàuzega. Altri sistemi per arrivare al bivacco, escluso un altro paio di possibilità da uomini evoluti (ossia bipedi), comportano un ritorno alle origini, con il costante e non banale uso degli arti superiori: sono, insomma, faccende per personaggi «ormai inselvatichiti», per quei «rari alpinisti che lassù fuoriescono dalle vie dei fratelli De Biasio e di Lorenzo Massarotto ed Ivo Ferrari». Tra cui, ovviamente, la Via per l’ultimo zar, che al trio Alborghetti-Canu-Fanni ha permesso di apprezzare al meglio tutte le comodità del bivacco Bedin, piccola meraviglia dall’«indovinata funzionale architettura».

ALEA IACTA EST. 7 agosto 2010, sabato. La partita è cominciata: i nostri protagonisti, valicata la Forcella dei Pilói, stanno scendendo verso il fondo del Boràl della Besàuzega. Cenge, cornici, mughi e poi un canale: su per cento metri e avanti a sinistra, fino ai «sorprendenti ruderi di un antico casone» (Visentini) e alle profondità del vallone. Il pauroso Boràl del Mul, che confluisce da sinistra in quello della Besàuzega scendendo dal Passo del Ciodo fra il Monte San Lucano e la Seconda Pala, è una macchina del tempo dove sembra ancora di sentire i passi di Alessandro Gogna, Giovanni Favetti e Flavio Ghio, che l’8 aprile 1974 furono i primi a percorrerlo (in discesa) di ritorno dalla prima ascensione della parete est della Seconda Pala. Lo sguardo, però, non può fare a meno di tendere dall’altra parte, verso la parete sud-ovest della Prima Pala con il pilone “Titan” che pare la prua di un antico e colossale bastimento. Per salire a bordo, senza eccessive tribolazioni, basterebbe ora continuare verso la conca del Bus ma per Ettore, Gabriele e Lorenzo non se ne parla: alea iacta est e via, all’attacco dell’Ultimo zar.

AZIONE. I primi tiri toccano a Ettore che, nonostante quel gran strapiombo sopra la testa, non si lascia impressionare e sale da par suo: la via è logica, la roccia ok e tutto fila per il verso giusto. Così i nostri, che per oggi puntano a quella cengia ingombra di mughi alla fine della decima lunghezza di corda, dove un bivacco non dovrebbe essere male, riescono come sempre a divertirsi. A segnare il percorso, come annunciato dalla relazione, un unico chiodo ornato con un cordino: timida presenza, ricordo dei primi salitori, a quasi duecento metri da terra. Per cui bisogna arrangiarsi, con il martello o senza, per scongiurare in caso di errore un catastrofico ritorno nella tetra pancia della Besàuzega. Nessun problema, però: Ettore, giovane cacciatore di incognite (leggi pareti isolate e selvagge), è nel suo ambiente e come i suoi compagni è felice di «vivere dei momenti di un’intensità sconvolgente».
La via piega a destra – «Salire 3 m all’estremità destra della grotta, quindi per un’esile lista nera si traversa a destra delicatamente fino ad un terrazzino (20 m, VI, V, IV+)» -, poi dall’altra parte – «Alzarsi 2 m per una lama, quindi obliquando a sinistra con crescenti difficoltà sempre su placche si giunge ad una nicchia, sopra il grande tetto (30 m, V+, VI-, VII, V+, VI)» – e dopo un’altra lunghezza il crescendo è concluso: il fortissimo è raggiunto e promette di durare assai. Prima sul muro di venticinque metri che sta proprio davanti al naso degli eroi – che vedono tutto giallo, uguale e friabile – e poi per una protuberanza a cui, per adesso, è meglio non pensare.
Il peggio (o il meglio?) tocca a Gabriele che, dopo un’occhiata alla sosta (che non è il massimo nonostante il chiodo di Ivo e Gianpaolo: il secondo segnale di rotta), parte. Ma anche Lorenzo ed Ettore, a modo loro, partono: un viaggio mentale non indifferente, osservando l’amico che per un’ora e mezza è in spasmodica ricerca del bandolo della matassa tormentato da quel «salire verticalmente» della relazione che lì significa tutto e niente. Perché la roccia fa paura, del proverbiale “facile nel difficile” non c’è neppure l’ombra e nulla, manco un misero chiodino precario, giunge a consolare il ragazzo, a sussurrargli “bene, avanti così” o qualcosa del genere. Gabriele: «Un mare di gialli, un mare di nicchie, un mare di strapiombini. Sembra tutto facile, tutto difficile. Non c’è una fessura, non c’è un diedro: c’è soltanto un mondo da scoprire. Un mondo in venticinque metri».
Una protezione decente? Utopia pura: bisogna cavarsela con soluzioni molto psicologiche. Così ad un tratto, mentre lo sguardo si perde nel vuoto a cercare qualcosa senza sapere cosa, i nervi stanno per saltare e bisogna “staccare”: chiudere gli occhi, respirare, sentire i compagni vicini e guardare meglio. Gli occhi si riaprono e, come per magia, ora vedono. Alla fine la sosta è buona, “appesa” ma buona. Gabriele però ha la sensazione che manchi qualcosa… un attimo di silenzio e poi, da sotto: «Ga, riguardala bene, ma se dici che è ok ci fidiamo! Prenditi il tempo che ti serve, controllala ancora, e poi ti raggiungiamo!». Ecco quello che ci voleva: ora la sosta è perfetta, una delle migliori mai viste, capace di tenere un tir.
I compagni salgono, commentano il tutto con gli sguardi e Gabriele riparte: A3, che potrebbe significare “appesi in tre”, e quindi attenzione. Ma un friend messo così così non regge e, bum!, il capocordata si ritrova appeso ad una “lametta” che, per fortuna, non tradisce. Per gli altri due terzi della comitiva, in ogni caso, lo spavento è di quelli da antologia. Ancora silenzio, cliff, silenzio… e adesso? Tiene! Una buona protezione e i nostri sentono qualcosa dentro… gioia, certo, la faccenda promette bene: i mughi del bivacco non sono più così lontani, la roccia è tornata sincera e domani si vedrà.

HOTEL TITAN. Una cosa favolosa: Gabriele, Ettore e Lorenzo non pensavano a nulla del genere. Ci sono due stanze, una singola e una doppia, dove si sta davvero bene: due nicchie di gran lusso dove i nostri, a cinque tiri dal traguardo, possono dormire sonni tranquilli. La vista, poi, è di quelle che valgono la spesa: dove, al mattino, il mondo si risveglia così? Pensieri si rincorrono: il boràl, la roccia compatta dei primi tiri, quella ballerina delle lunghezze chiave, i quattro chiodi e la meraviglia del presente, di un universo chiuso tra due piani – le nubi e il cielo – dove sembrano esistere soltanto le montagne, vascelli carichi di sogni sfiorati dai primi raggi del sole. E proprio di fronte, con la sua ancora buia parete nord-ovest che racconta di Bruno Detassis ed Ettore Castiglioni, di Lorenzo Massarotto e compagni ma anche di Ivo Ferrari e Fabio Valseschini, ecco lo Spiz della Lastia: la cima dove lo Zar, davanti alle sue Pale, ha cantato una filastrocca che gli è rimasta nel cuore, quella Stella stellina di commovente bellezza che qualcuno, sensibile a queste cose, ora vorrebbe conoscere.

ANCORA IL PICCOLO BIVACCO ROSSO. Si riparte: ora tocca a Lorenzo condurre le operazioni. La direzione è chiara, suggerita dalla montagna e dalla memoria che passa in rassegna le immagini della guida di De Biasio: su per il grande diedro (splendido), quindi a destra e ancora avanti. Cengia, placca, cengia, placca e poi i mughi: quelli, finalmente, sulla sommità del pilone, «a poche decine di metri dal sentiero che porta in breve al Bivacco Bedin». 8 agosto 2010, domenica: è mezzogiorno ed è fatta, finita, non c’è più niente da scalare. I nostri vorrebbero esultare con più grinta ma la stanchezza glielo impedisce. Raggiungono la piccola scatola rossa, «il più bel bivacco delle Dolomiti» – per loro, forse, del mondo – e si sdraiano sul prato che lo circonda, su quei «terrazzi di fine erbetta» che sanno di paradiso.
Una ridda di pensieri affolla la mente e il cuore, in un pieno di emozioni difficile da trasformare in parole. Gabriele comunque ci prova, a ricordi ormai fermi (più o meno), e parla semplicemente di «levataccia, avvicinamento bellissimo, visioni da fiaba dalle grotte del bivacco, un ambiente che non ammette vie di mezzo: o ti innamori e senti il bisogno di tornarci, per forza, oppure ti spaventi e gli dici addio, per sempre. E poi la via: stupenda, logica e difficile. Ivo e Gianpaolo, in quel caos giallo, sono stati davvero eccezionali».

Foto cover. Prima Pala di San Lucano, parete sud-ovest, pilone centrale “Titan”: l'arrampicata è sempre difficile ma il peggio è passato. Gabriele Canu oltre il tratto chiave, sul tiro che porta alla cengia del bivacco, lungo la “Via per l'ultimo zar”. Arch. Gabriele Canu


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  • Di ritorno dalla Cordillera Blanca quale migliore accoglienza di questa splendida ripetizione e del suo esemplare racconto. Complimenti ai ragazzi e al "vecchio" compagno di cordata Ivo Ferrari.

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