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Albigna romantica

6 set 2010, di Carlo Caccia
OK tracciati scioretta

CONTINUA LA RICERCA DI GIANNI MANDELLI NELLA SPLENDIDA VALLE SVIZZERA: L’8 AGOSTO 2010, CON IL GIOVANE PAOLO MAGGIONI, L’INSTANCABILE VALMADRERESE HA TRACCIATO UNA VIA DI 400 METRI (VI/VI+) SULLA PARETE EST DELLA SCIORETTA (3046 m)

La notizia, come sempre, l’abbiamo riassunta qui sopra, nell’occhiello. Ma oltre i nomi e i numeri c’è la storia, di cui la via nuova sulla Scioretta è soltanto l’ultimo capitolo. Partiamo dunque dall’inizio, da quel giorno del 1983 quando Gianni Mandelli – classe 1954 – sbucò sulla vetta della Cima di Castello dopo averne salito, con l’indimenticabile Paolo Crippa – che all’epoca aveva 18 anni e talento da vendere -, la difficile Via degli inglesi o Via della speranza. Lo sguardo dei due amici, dopo ore passate a scrutare da vicino la roccia del ripido pilastro centrale della parete sud, poté finalmente stendersi e riposarsi sul mansueto, ghiacciato versante settentrionale della montagna (che con i suoi 3386 metri è la più alta del Masino-Bregaglia) e spingersi attorno, alla scoperta di un mondo nuovo: l’incantata valle dell’Albigna. «Dopo un attimo di smarrimento – racconta Gianni – mi orientai, riconoscendo l’Ago di Sciora e quindi tutte le altre cime della catena, che mi era nota soltanto dal versante opposto». L’esplorazione, guida alla mano, scattò pochi mesi dopo e confermò l’intuizione iniziale: quell’angolo delle Alpi centrali, dove l’alpinismo sembrava essersi fermato (eh, proprio così, cari moderni – e numerosi – frequentatori dell’Albigna…), era un favoloso terreno di gioco, dove grandi muraglie di roccia attendevano ancora di essere salite.

Da dove cominciare? La parete est della Sciora di Dentro (3275 m) sembrava proprio l’obiettivo ideale, offrendo una logica linea di salita tra la via aperta nel 1967 da N. Grass con la guida Peter Nigg e quella, sullo sperone verso l’Ago di Sciora, firmata nel 1979 da Donato Erba, Franco Giacomelli, Giuliano Maresi, Roberto Osio e Renata Rossi. Gianni la attacca il 27 luglio 1986, con il cognato Romano Corti, e dopo 7 ore e mezza è in vetta, fresco autore di una linea di 600 metri con passaggi di V+ e A0. «Era l’itinerario più abbordabile di quelle cime – commenta -, una specie di assaggio: una bella salita di ampio respiro e nel complesso di non elevata difficoltà».
Tre anni dopo, il 24 agosto 1989, tocca all’inviolata parete nord-est del Torrione del Ferro (3235 m), in un angolo ancora oggi «aspro e selvaggio, che riceve rare visite» (così Guido Lisignoli nella recente guida Solo granito). Con Gianni, oltre a Romano, questa volta ci sono anche Paolo Cesana e Franco Tessari – da non confondere con suo fratello Giorgio, quello delle invernali con i mitici Rusconi –, e in 8 ore nasce Wilderness: una linea di 500 e passa metri, completamente in fessura, con difficoltà sostenute di V, V+, VI e A1 che a Gianni e Romano ricorda molto da vicino (con le debite proporzioni, ci tengono ad aggiungere) la celebre Via degli inglesi (by Mike Kosterlitz e Dick Isherwood, 1968) sulla parete est-nord-est del Pizzo Badile (viste le foto, le due vie si assomigliano davvero).

Ovviamente la storia non è finita: il terzo capitolo, sempre all’insegna della “ferramenta tradizionale” (chiodi a lama, dadi e friend, lasciando in loco poco o niente, come nel caso specifico di Wilderness), è una serie di 15 tiri di corda (500 metri) che mettono a dura prova muscoli e nervi di Mandelli, Adelio Alquà e Gianni Magistris. Il tutto il 29 luglio 1995, in 12 ore, sulla rocciosa, repulsiva e fino a quel giorno invitta parete nord del Pizzo del Ferro Orientale (3200 m), a sinistra dello sperone salito nel luglio 1955 da G.B. Cesana, F. Radaelli, P. Contini e P. Gallotti. La Via per Loredana, come è stata battezzata, raggiunge il suo apice tecnico-mentale in corrispondenza della nona (VI+ e A2) e della decima lunghezza (VII), sulle quali vale la pena dilungarsi. La prima delle due, opera di un Mandelli quanto mai agguerrito, supera un tetto mica da ridere, poi un diedro aggettante a sinistra (grazie a due minuscoli nut, molto psicologici) e quindi una sottile fessura, che va a perdersi desolatamente in un mare di placche: lì, per dieci o dodici metri, non si vede l’ombra di una crepa.
Il capocordata ha poco da stare allegro: il materiale non abbonda – meglio risparmiare per sopra, dove si vede qualcosa, l’unico “extrapiatto” rimasto – e l’idea di una sosta da manuale deve rimanere tale. Così l’alpinismo si rivela per quello che è: non tanto l’arte di evitare gli imprevisti quanto quella di affrontarli con successo, senza perdere il controllo della situazione. Due bei chiodi? Chiodone e due friend? Asola “inglobata”? Le regole dei manuali vanno imparate per dimenticarle e andare oltre: due friend in qualche modo ci stanno, sì, ma il chiodo a prova di bomba resta una pia illusione. Al suo posto, misera consolazione, un lost arrow piantato a metà e strozzato con un cordino e poi… la borraccia starebbe bene in quella fessura! Dentro lì, allora, in attesa del “friendone” rimasto lungo il tiro. Ok: i secondi salgono, la borraccia non dà problemi e quando il terzetto è riunito si passa alla fase due. L’arma segreta è Adelio: 50 chili scarsi e tanti metri di val di Mello, su e su per quelle piode da crisi mistica.
Qui, però, la situazione è ancora più delicata: l’ossuto climber, assicurato dall’assai meno ossuto Magistris (Mandelli, in ogni caso, si è agganciato al compagno, onde realizzare il miglior contrappeso possibile), si rende conto che uno scivolone potrebbe significare molto peggio di una colossale spellatura. Ma il ballo, lentissima passacaglia, è cominciato: piano, piano, un passettino e poi un altro, pochi centimetri alla volta e parole che non si possono ripetere. I dubbi ormai stanno sotto: indietro (a velocità normale, si intende) non si torna. Adelio sa che non può fermarsi, che deve tenere duro fino a quella fessurina e va avanti, avanti… Così per mezz’ora, quaranta minuti: tanti ma non troppi perché alla fine è la liberazione, la salvezza, la porta degli ultimi due tiri prima della cresta sommitale. Retorica? No: alpinismo, quello romantico, in fondo “vero”, che sa forse di follia ma che lascia il segno e si lascia raccontare, dilatandosi nel tempo senza perdere nulla, splendidamente controcorrente. Un sogno, una fucina di sogni, un gioco difficile da spiegare.

Fucina di sogni: già. Tanto che è proprio dalla vetta del Pizzo del Ferro, dopo la grande avventura, che il terzetto “sopravvissuto” nota laggiù a sinistra, oltre le “grandi” Sciore, la “piccola” Scioretta (3046 m). La “guida grigia” del Cai la definisce, con non poca presunzione da tavolino, «di limitatissima importanza alpinistica». Ma sarà vero? Mandelli e compagni si prendono la briga di verificare e partono alla scoperta, imbattendosi in una via di quelle “che chiamano”: un diedrone che solca per intero la parete est della Scioretta, una linea bella pronta, tutta da salire fino in cima. E i nostri eroi (Mandelli, Alquà e Magistris) la salgono davvero, l’11 agosto 1997, superando 12 tiri (400 metri, IV con un passaggio di V) dopo i quali, già alle 11 del mattino, trovano la vetta e l’inizio della non banale discesa. Una volta a valle, messa in cascina anche la 50° Fior d’Alpe (probabilmente l’unica via dei valmadreresi sulle cime dell’Albigna ad aver visto dei ripetitori in azione), Magistris non riesce a leggere nel pensiero dei suoi compagni. I loro sguardi, però, sono come un libro aperto dove sta scritto: «C’è ancora parecchio da fare, ritorneremo».

Ritorneremo, certo. Ma quando? Passano gli anni, addirittura tredici, e arriva l’ultima estate. L’8 agosto 2010, domenica, l’instancabile Gianni Mandelli è ancora lassù: con lui c’è il giovane Paolo Maggioni, la cui età moltiplicata per due fa quella del compagno. L’obiettivo? Ancora la parete est della Scioretta ma, questa volta, per il pilastro a sinistra del diedro della 50° Fior d’Alpe, che ancora nessuno ha pensato di salire. Per quale ragione? Mistero: forse perché quella parete, assai timida, non si lascia vedere se non quando le si è vicini. Meglio, comunque, per i nostri protagonisti, che partono pimpanti e si trovano subito piuttosto impegnati, alle prese con un risalto verticale-strapiombante di una cinquantina di metri. Neanche il tempo per scaldarsi quindi: la Scioretta cerca immediatamente di difendersi, non riconoscendo forse la vecchia conoscenza. Ma poco sopra, per un paio di lunghezze, la situazione si fa più tranquilla, regalando a Gianni e a Paolo momenti di splendida arrampicata in scioltezza su un granito eccezionale (in barba alla «limitatissima importanza alpinistica» di cui sopra).
Un altro tiro bizzoso fa alzare le antenne e poi sono placche e lame da favola: i chiodi entrano ed escono, come se fossero dadi e friend (che comunque fanno il loro gioco) e alla fine, ad avventura conclusa, il “regalo” per gli aspiranti ripetitori sono soltanto quattro ferri, giusto per dire “per di qua, signori, si accomodino che c’è posto per tutti”. Bella, bellissima, ci dice Gianni: 400 metri dove il VI/VI+ non manca (stiamo parlando delle due lunghezze “cattive”) ma dove ci si può anche guardare attorno, lasciandosi catturare dalla meraviglia e scoprendo che l’Albigna romantica, quella degli antichi sognatori in perenne ricerca del nuovo, è ancora in ottima salute.

Morale della favola? Lasciamo la parola a Gianni Mandelli: «Non abbiamo attrezzato vie per altri alpinisti. Abbiamo compiuto una ricerca, un’attività esplorativa cercando di non alterare il terreno di gioco: i ripetitori incontreranno situazioni del tutto simili a quelle incontrate dai primi salitori. Abbiamo preferito le vie logiche a quelle ardite, limitando il più possibile l’uso dei mezzi artificiali. Si tratta, è vero, di scelte che non permettono di alzare più di tanto il limite delle difficoltà ma che, senza dubbio, contribuiscono al mantenimento dell’integrità di ambienti come il bellissimo circo dell’Albigna».


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Foto cover. La parete est della Scioretta (3046 m) con le linee di Mandelli e compagni: a sinistra la recente via dedicata a Luca Magistris (G. Mandelli e P. Maggioni, 8 agosto 2010), a destra la “50° Fior d'Alpe” (G. Mandelli, A. Alquà e G. Magistris, 11 agosto 1997). Foto di Gianni Mandelli


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  • Lorcate
    Ho conosciuto Gianni Mandelli quest'anno nell'ambito del corso INA ed e' certamente una delle persone che piu' mi ha positivamente colpito. Per certi versi mi ricorda un altro accademico quasi coscritto di quelle zone ;-)
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