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La storia in diretta (4)

19 ago 2010, di Carlo Caccia
Noire Ratti Vitali

“LIMONATA E TÈ CON GRAPPA”

Riccardo Cassin: il capocordata. Anzi, no: un capocordata. Perché a Lecco, durante il suo regno (intendiamo gli anni Trenta del secolo scorso), di personaggi particolarmente abili “a portar su la corda” ce n’erano anche altri. Il Boga (al secolo Mario Dell’Oro), ad esempio. O il Cagiada (Vittorio Panzeri), che in libera non era secondo a nessuno. O, ancora, quel Bastianella (Luigi Pozzi) di cui pochissimi si ricordano. E naturalmente Vittorio Ratti, che dopo un tris da favola con re Riccardo – spigolo sud-est della Torre Trieste, parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, parete nord-est del Pizzo Badile -, ribadì con chiarezza di che pasta era fatto ripetendo la Haupt-Lömpel sulla Piccola Civetta (il 18 agosto 1937, con Ginetto Esposito, il “timoniere” di Cassin) e aprendo due capolavori a est e a ovest: il 21 e 22 agosto 1938 sulla parete nord-ovest della Cima Su Alto (2951 m, Civetta) e dal 18 al 20 agosto 1939 sulla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey (3773 m, Monte Bianco). Suo compagno, in entrambe le occasioni, fu un altro talento superiore: quel Gigi Vitali (che all’anagrafe si chiamava Germano) che raccontò le due scalate in altrettanti articoli pubblicati nel 1939 e nel 1940 sulla “Rivista mensile” del Cai. Dalle parole di Vitali emerge tra l’altro che Ratti, nato nel 1916 e quindi più giovane del fidatissimo collega (che era del 1913), fu in testa alla cordata sia da una parte sia dall’altra, dimostrando tra le altre cose “una potenza atletica non comune” (così Riccardo Cassin in un ricordo datato 1968). Fu una meteora, il grande Vittorio, la cui parabola terrena si concluse il 26 aprile 1945. Non sui monti, però, ma in piazza Garibaldi a Lecco, dove l’alpinista partigiano fu “mitragliato a tradimento” (“Rivista mensile” del Cai, 1946) lasciando la moglie e due figli in tenera età. Anche con Vitali, tuttavia, il destino non fu generoso, visto che dopo un grave incidente motociclistico che nel 1948 lo costrinse ad abbandonare l’attività alpinistica, scomparve nel 1962, a soli 49 anni.
Ma oggi vogliamo ricordare uno dei momenti più luminosi della vita di questi due indimenticabili campioni, riproponendo il menzionato racconto della “prima” sull’Aiguille Noire: su quella parete che guarda al sole del tramonto e dove, il 1° agosto 1935, erano già passati Gabriele Boccalatte e Ninì Pietrasanta (che sbucarono però sulla cresta sud assai lontani dalla vetta estrema e, per la precisione, in corrispondenza dell’intaglio a monte della Punta Ottoz, 3586 m, sotto la Punta Bich, 3746 m). Gino Buscaini, della
Ratti-Vitali, scrisse semplicemente: «Scalata grandiosa. Negli anni ‘40 era considerata dal punto di vista tecnico come una delle più difficili delle Alpi Occidentali. Dislivello 650 m. Difficoltà TD+, concentrate nei due diedri superiori: V+ e A2» (Monte Bianco I, Cai-Tci, Milano 1994). In un’altra guida – la “riduzione” della Vallot curata da François Labande e pubblicata nel 1988 dalle Edizioni Mediterranee di Roma – si parla di «ascensione molto bella in un ambiente selvaggio. Il tracciato è elegante e intelligente. L’arrampicata è in libera, a parte una lunghezza in artificiale. È più delicata ed esposta che brutale». In sintesi, citando Gaston Rébuffat che tra il 4 e il 5 luglio 1949 ne compì con Bernard Pierre la prima ripetizione (aprendo una variante alta da allora comunemente seguita), uno «splendido itinerario di roccia» (Il massiccio del Monte Bianco. Le 100 più belle ascensioni, Zanichelli, Bologna 1974). Rébuffat aggiunge poi che «V. Ratti e G. Vitali impiegarono quasi tre giorni per la prima ascensione»: un’affermazione che, se non fa una grinza guardando il calendario, nella realtà non è del tutto corretta visto che, come vedremo, i lecchesi attaccarono dopo le 16 del 18 agosto e arrivarono in cima il 20 nel primo pomeriggio (la relazione originale, oltre che di circa 50 chiodi impiegati di cui 12 rimasti sulla montagna, parla di 46 ore in parete di cui 25 di arrampicata effettiva). Sempre a proposito di tempi: la prima invernale della Ratti-Vitali
, firmata da Angelo Bozzetti (che cadde in discesa) e Luigi Pramotton nel 1967, richiese 4 giorni (31 gennaio-3 febbraio), la prima solitaria fu questione di una giornata (15 luglio 1975) per un lanciatissimo Giorgio Bertone mentre la prima solitaria invernale costò tre giorni di fatica (2-4 febbraio 1982) a Renato Casarotto, che una volta in vetta all’Aiguille Noire non imboccò la discesa incubo dei comuni mortali ma continuò a modo suo, verso un sogno quasi sovrumano.

* * * * * * *

LA DIRETTISSIMA SULLA PARETE OVEST
DELL’AIGUILLE NOIRE DE PEUTÉREY

di Gigi Vitali

Dopo scrupolosi allenamenti effettuati nel gruppo delle Grigne e nelle Dolomiti, alla fine di luglio ci trovammo già pronti per un duro assalto a qualche parete ancor vergine.
Nostra prima intenzione era di tentare la ascensione ad un picco situato all’estero, ma poi, per diversi motivi, dovemmo a malincuore rinunciare a questo progetto. Non per questo, rinunciammo ad altri tentativi.
Infatti, quando il Manipolo Rocciatori di Lecco decise di piazzare le tende alla base del massiccio del Monte Bianco, pensammo subito all’Aig. di Triolet; ma la sera del 16 agosto, incontrammo al Purtud un nostro caro amico, che ci consigliò di tentare la “direttissima” della parete Ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey e risolvere così un problema ben più importante. Siccome noi non avevamo mai visto tale parete, lo pregammo di tracciarcene sulla carta un disegno anche approssimativo, e di segnarvi la via aperta dal compianto Boccalatte, nel 1935. Questo schizzo ci servì assai, come ci servì quello cavallerescamente datoci dall’accademico del C.A.I. Gervasutti il giorno dopo, quando riuscitaci vana la ricerca a Cormaiore [Courmayeur, ovviamente, ndr] di una fotografia, ci recammo da lui a chiedere informazioni.
Finalmente, il 18 mattino, accompagnati dai camerati Carrera e Scaioli, che portavano i nostri pesanti sacchi, partimmo dall’attendamento del Manipolo Rocciatori, situato alla Visaille, e salimmo al Rifugio Gamba.
Mangiammo frugalmente un boccone, indi ci recammo all’attacco della parete. Faticammo assai ad attraversare i seracchi del Ghiacciaio di Frêney, perché avevamo avuto una informazione errata da un alpinista incontrato al rifugio, che ci aveva indicata la traversata del ghiacciaio nella sua parte inferiore, quando invece la via giusta è di attraversarlo dal Colle dell’Innominata.
Giungemmo alla base del canalone ghiacciato scendente dalla Brèche Sud delle Dames Anglaises, e guardammo alla nostra destra: sopra di noi si ergeva verticale, impressionante, la parete alla quale volevamo dare l’assalto. Individuammo l’attacco della “via Boccalatte”, ma, fedeli ai disegni che avevamo in tasca, non arrivammo sino ad essa. Volendo salire direttamente nel centro della parete fino alla vetta principale, è logico che noi dovessimo attaccare una quarantina di metri più in basso. Quando ci legammo alla corda di 50 metri, e Ratti appoggiò le mani sulla roccia, erano di poco passate le 16; il tempo era bello.
Nostra intenzione era di arrampicare fino a notte di bivaccare più in alto possibile. Molti diranno che attaccare a quell’ora è contrario alle regole, ed avranno ragione, ma anche Peters e Maier [il cognome corretto e Meier, ndr] attaccarono nel tardo pomeriggio la parete delle Grandes Jorasses [Rudolf Peters e Martin Meier, in occasione della prima ascensione dello Sperone Croz, lo attaccarono alle 15.30 del 28 giugno 1935 e arrivarono in cima alle 20 del giorno successivo, ndr].
L’inizio mette subito a dura prova l’abilità di Ratti, ma si tratta di pochi metri [così la relazione originale, pubblicata in coda al racconto: “Si supera uno strapiombo di circa 5 metri (diff. 5°)”, ndr], poi le difficoltà diminuiscono e si mantengono sul 4° grado, con qualche breve passaggio di 5° e 6° [relazione originale: “Obliquando leggermente a sinistra, si sale per circa 150 metri sino ad entrare nel grande colatoio che scende nel centro della parete”, ndr]. Dopo circa 150 metri, troviamo un anello di corda, segno che qualcuno è disceso di là (pensiamo trattisi del cordino lasciato da Boccalatte nel suo primo tentativo alla parete): in questo tratto attraversiamo appunto la sua via che, come si sa, si sposta assai verso destra e va a finire sulla cresta Sud-Ovest della Punta Bich. Proseguiamo con passo spedito l’arrampicata, ma, poco più avanti, ci raggiunge la notte: siamo a circa 200 metri dall’attacco. Non fa freddo ed il posto di bivacco è tanto bello che possiamo stare comodamente seduti su una specie di gradino: Ratti russerà per quasi tutta la notte!
Alle 5 del mattino seguente ripartiamo. Il tempo non è più sereno e questo ci preoccupa, ormai però ci siamo prefissi di non ritornare se non in caso estremo, e quindi continuiamo la nostra salita. L’inizio della seconda giornata non è faticoso; procediamo abbastanza veloci su placche e fessure le cui difficoltà si aggirano sempre sul 4° grado superiore. Verso le 9 la nebbia si dirada: voltandoci indietro, possiamo così godere la vista del Monte Bianco. In questo momento udiamo chiamarci dal Colle dell’Innominata: sono i nostri camerati che vengono a darci l’augurio ed il saluto, prima di scendere al campo; gridiamo loro che tutto procede per il meglio.
Siamo a circa metà parete, ed ancora non abbiamo incontrato le difficoltà descritteci da Gervasutti. Presto, però, troviamo il pane per i nostri denti [relazione originale: “Si sale per altri 50 metri circa sino a raggiungere un comodissimo posto di fermata, dal quale hanno inizio le vere difficoltà della parete”, ndr]. Infatti, poco sopra, notiamo una fessura strapiombante, chiusa da un tetto: per superarla Ratti è messo a durissima prova, ma la sua volontà, unita alla forza ed all’audacia, hanno ragione dell’ostacolo [relazione originale: “Si attacca una fessura che nel centro della parete scende dalla vetta e che dopo circa 60 metri (diff. 6° sup.), viene ostruita da un tetto che viene superato con chiodi e staffe (diff. 6° sup.)”, ndr]. In questo tratto, ho visto il mio compagno salire lentamente, centimetro per centimetro, adoprando tutti i mezzi della tecnica moderna: per superare il tetto fa uso, oltre che di chiodi, anche di due staffe e quando mette i piedi in queste, il suo corpo penzola completamente nel vuoto. Duro è il passaggio, ma ancor più duro è il mio compagno che sta per vincerlo: solo dopo più di un’ora, riesce a metter piede su un piccolo ballatoio e, piantato un solido chiodo di sicurezza, mi grida che posso raggiungerlo. Per essergli vicino affatico molto adoprando tutta la mia forza: ogni qualvolta levo un chiodo per ricuperarlo, faccio un volo nel vuoto e Ratti deve reggermi solidamente. Finalmente metto piede a fianco di lui.
Segue poi un tratto di arrampicata meno dura ove ci sembra di passeggiare in confronto al tetto di prima. Ma presto, dovremo trovare il tratto più duro della salita, tratto che possiamo definire la chiave del problema da risolvere.
Si tratta di superare uno strapiombo di una ventina di metri, terminante con un tetto ben più sporgente del primo [relazione originale: “Dopo una ventina di metri in un diedro, si arriva al citato tetto che, con l'uso contemporaneo di due staffe e chiodi, si supera giungendo ad un discreto posto di fermata” (diff. 6° sup.), ndr]. Mentre Ratti attacca, le nuvole lasciano cadere una pioggerella che ci intirizzisce le membra: ringrazio il tetto e lo strapiombo che abbiamo sopra le nostre teste, perché mi riparano dall’acqua, ma di egual parere non è il mio compagno, che dovrà impegnarsi come non mai, in un supremo sforzo.
Difatti, egli supera lo strapiombo a furia di chiodi sino a portarsi sotto il tetto, vinto poi dopo un estenuante lavorio di chiodi, corde e staffe. Appena fuori da questo risalto di roccia, Ratti si lamenta della pioggia, che nel frattempo si è tramutata in nevischio, che gli bagna le spalle. Dopo aver fatto anch’io la mia parte di lavoro, eccomi a fianco del mio compagno. Siamo lieti della difficoltà vinta, ma dobbiamo anche pensare che, superato questo tetto, ci siamo tagliata ogni possibilità di ritirata.
L’orologio si è rotto, ma, a giudicare dalla poca luce, ci sembra assai tardi; supponiamo siano le 18. Ratti tenta di proseguire in cerca di un posto adatto per bivaccare, ma il nevischio portato dal vento lo acceca e lo ributta sui suoi passi.
Non c’è più niente da fare: bisogna adattarsi su quell’esiguo terrazzino inclinato nel vuoto ed attendere il giorno dopo. In breve siamo completamente bagnati. Piantiamo solidi chiodi di sicurezza, ci leghiamo alla parete, e ci copriamo col sacco; questo però si è rotto e lascia passare acqua e freddo.
È una notte atroce che ci fa soffrire molto: continuiamo a scaldare limonata e tè con grappa per infondere un po’ di calore alle nostre membra intirizzite. Eterne ci sembrano le ore, tanta è la nostra ansia di riprendere la salita e superare il tratto che ci separa dalla vetta e che ci auguriamo poco difficile date le condizioni della montagna.
Invece no: ancora altri strapiombi ed un susseguirsi di placche lisce e bagnate, le cui difficoltà reputo tutte di 6° grado [relazione originale: “Si sale ancora direttamente nella fessura per circa altri 100 metri (diff. 6°), sino ad arrivare sotto ad un altro tetto”, ndr].

Facciamo le prime due lunghezze di corda sotto il nevischio, poi questo cessa, ma la montagna rimane spolverata di neve fresca che ci obbliga ad un delicato lavoro di equilibrio; siamo bagnati sino alle ossa e sentiamo molto freddo, ma oramai la vetta non può essere troppo lontana.
Ancora qualche cordata [relazione originale: “Da qui si sale direttamente alla vetta per altri 150 metri, di massima difficoltà con qualche passaggio di 5°”, ndr] e poi odo un grido: è il grido di vittoria lanciato da Ratti che ha raggiunto la vetta. In breve gli sono vicino. Ci guardiamo con occhi stanchi, ma brillanti di gioia per la nuova conquista data all’alpinismo italiano.
Nuovamente il nevischio ci avvolge, ma in questo momento nulla sentiamo. Ci guardiamo d’intorno: nulla si vede oltre un palmo dal naso. In un primo momento, pensiamo di fare un piccolo spuntino consistente in un po’ di miele, marmellata e zucchero, stimando essere già trascorso il mezzogiorno, ma poi decidiamo di scendere al rifugio della Noire, perché, non conoscendo la via di discesa e con quella pochissima visibilità, c’è il rischio di essere costretti ad un terzo bivacco, punto augurabile.
Più di una volta sbagliamo il giusto itinerario e perdiamo molto tempo [discreta consolazione per i moderni alpinisti “della domenica”, per i quali la discesa dall'Aiguille Noire resta uno dei peggiori spauracchi, ndr], finché, verso l’imbrunire, arriviamo in vista del rifugio che presto raggiungiamo. Ci rifocilliamo con il poco cibo rimastoci e, dopo esserci spogliati completamente dei panni bagnati, ci avvolgiamo nelle coperte di lana e ci abbandoniamo al meritato sonno, durato sino a tardo mattino. Verso le dieci ci alziamo: piove ancora. Stiamo preparando tutta la nostra roba quando udiamo chiamarci: sono le guide che i nostri camerati, già inquieti per la prolungata nostra assenza, avevano mandato in nostro soccorso. Con esse scandiamo al Purtud, terminando così la nostra grande fatica.

Foto cover. Una splendida, quasi commovente immagine di Vittorio Ratti (a sinistra) e Gigi Vitali alla Visaille (val Veny) nel 1939, presumibilmente dopo l'impresa sulla parete ovest dell'Aiguille Noire de Peutérey (arch. famiglia Vitali, www.modisca.com)


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  • bellissimo articolo, ma se volessi delle informazioni più dettagliate di questa via dove le potrei trovare???
    grazie
    Stefano

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