
“UN BARATRO VERTIGINOSO PROFONDISSIMO,
DI UNA RARA SELVAGGIA BELLEZZA”
Dal Sasso Cavallo al Pizzo della Pieve: da una parete al sole, assai esigente ma sempre di moda, ad una parete ombrosa, dove in alcuni tratti si sale di conserva ma dove non si incontra mai anima viva (salvo pochi aficionados). Meraviglie del gruppo delle Grigne, dove gli opposti stanno bene insieme e dove gli antichi maestri – Gino Carugati e Giorgio Ripamonti sul Sasso Cavallo, Eugenio Fasana e Vitale Bramani sul Pizzo della Pieve – hanno lasciato le loro firme. Dei primi due abbiamo già scritto: ora tocca agli altri e alla loro avventura su quella che, con i suoi 800 metri, è la più alta muraglia del gruppo calcareo lecchese. Sia chiaro: non si tratta di un bastione compatto, come il vertiginoso Sasso Cavallo. La grande parete nord-est del Pizzo della Pieve (2257 m) si presenta articolata e complessa, caratterizzata da un’alternanza di poderosi speroni e tetri canaloni che creano un mondo dolomitico violato per la prima volta il 21 giugno 1925. Fasana e Bramani, quel giorno, seguirono la via ideale: quella che, suggerita dalla montagna, fa bella mostra di sé lungo la nervatura centrale puntando direttamente – salvo un logico traverso a circa due terzi del percorso – alla vetta. Una linea, insomma, che senza nulla togliere alle creazioni successive – di gente come Riccardo Cassin, Mario “Boga” Dell’Oro, Nino Oppio e lo stesso Bramani, senza dimenticare i recenti cimenti della “banda” di Lorenzo Festorazzi – è senza dubbio “la via della parete”: un itinerario di grande respiro che, nonostante l’alone che gli sta attorno (roccia cattiva se non pessima, scariche…), non è assolutamente una prova di nervi. Basta avere un po’ d’occhio e una sufficiente dose di quella passione per – ci vien da dire – le cose di una volta, spesso lontane dai canoni attualmente in voga. Tutto questo in estate, quando la montagna è pulita. In inverno, invece, le cose si complicano assai: sull’intera parete (che, come qualcuno saprà, è per tutti la Parete Fasana) e sulla via del 1925 in particolare, dove il gran camino di 70 metri può diventare un ostacolo insuperabile. Ma questa è un’altra storia, tutta da raccontare. Per oggi, rinunciando alla neve e al freddo, il Pizzo della Pieve ci basta in versione estiva: così come appare in questo momento percorrendo la strada della Valsassina all’altezza di Primaluna. Da lì, da quella culla naturale luminosa e accogliente, l’alpinista di un certo tipo non può fare a meno di voltarsi per guardare in alto la scura muraglia e pensare al grande Eugenio Fasana: a quel fantastico personaggio a cui, come in altre occasioni, lasciamo volentieri la parola.
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NELLE PREALPI LOMBARDE
Il versante orientale della Grigna di Moncòdeno
(“Rivista mensile” del Cai, 1927, pp. 131-134)
di Eugenio Fasana
Queste rapide note vogliono essere, sotto il loro aspetto descrittivo ed itinerario, un modesto contributo alla conoscenza alpinistica particolare d’uno fra i più ragguardevoli gruppi dolomitici delle Prealpi Italiane; ed io me ne terrei pago se, col fornire qualche elemento integrativo, queste note saranno, sia pure in piccola parte, per giovare ai valorosi compilatori dell’attesa guida della regione [la prima edizione del volume Le Grigne della collana “Guida dei monti d'Italia” del Cai-Tci, firmata da Silvio Saglio che effettivamente utilizzò le informazioni del Fasana, uscì soltanto nel 1937, ndr].
Il celebre massiccio delle “Due Grigne”, che ci ricorda la vita passata, i tempi remotissimi e favolosi, quando codesti monti erano il fondo di un mare, fino ad una cinquantina d’anni fa poteva dirsi noto soltanto a una cerchia assai ristretta di studiosi; dal geologo investigatore, il quale ci veniva per i suoi petrefatti, al botanico che ne frugacchiava le balze, curioso della sua flora singolare. Ma oggimai il celebre massiccio deve a’ suoi spalti e alle sue guglie di costruzione arditissima la grande notorietà che lo circonda; la quale notorietà si è venuta consolidando via via, e di pari passo, con lo sviluppo sempre crescente dell’alpinismo in tutti gli strati sociali; talché le Grigne, ai giorni nostri, incarnano – per così dire – nella pietra il simbolo dell’alpinismo popolare di Lombardia; del quale io non voglio dire qui né bene né male, perché a questo mondo non c’è bene che non contenga un po’ di male, o male che non contenga un po’ di bene [cliccare qui per saperne di più sugli inizi dell'arrampicata nelle Grigne, ndr].
La Grigna di Moncòdeno o Grigna Settentrionale – detta dagli alpinisti lombardi “Grignone”, e chiamata in luogo “Grigna pelata” per la sua nudità – è la vetta più alta dell’interessantissimo massiccio; ma la fama della sorella minore, Grigna Meridionale o “Grignetta”, l’ha tenuta alquanto nell’ombra.
Di fatti, la più parte dei “crodaioli” lombardi – ed ormai anche d’altre regioni dell’Alta Italia – si contentano, la domenica, di far la coda, come in una festa da ballo, dinanzi ai torrioni e agli aghi del monte-palestra (parlo della “Grignetta”). Belle scalate, non c’è che dire; ma “fatte” e “rifatte” le cento volte [le parole del Fasana sono ancora attualissime, ndr]; così che vien da domandarsi se tal frenesia non abbia, a volte, assunto un carattere epidemico e contribuito ad abbassare, soprattutto nei giovani alpinisti di buone promesse, quella facoltà dello spirito che suscita il desiderio di nuove conoscenze.
Sovente io pensai a questo.
Era stano, infatti, che un massiccio come quello di cui si discorre, frequentato da un visibilio di alpinisti, interi e in sedicesimo, da vere folle domenicali, avesse a presentare ancora lati assolutamente ignorati ai più pochi esperti (e ce ne son tanti), fuori dal Carugati [il riferimento è di sicuro alla salita del 1910 sul Sasso Cavallo, ndr] e qualche altro, avendone esteso lo studio e l’azione oltre i limiti imposti dalla moda.
Per esempio, non poteva dirsi che il “Grignone” fosse stato vinto da ogni lato. Se questo monte non offriva vere incognite, esistevano tuttavia pareti non ancora mansuefatte dall’alpinista ed altri interessanti problemi di roccia da risolvere.
Mi bastò considerare, una dozzina di anni fa, il suo versante orientale, per convincermi come fosse possibile ricercare nuove vie meritevoli degli sforzi dei provetti alpinisti e che minacciavano di rimanere ancora intentate. E per prima cosa misi gli occhi sulla formidabile parete nord-orientale del satellite Pizzo della Pieve [che, di fatto, è l'estremo rilievo settentrionale della cresta che si stacca in direzione nord-est dalla cima principale, ndr] per la quale si sarebbe potuto far passare una nuova e certamente interessante via al “Grignone”.
Ma, a distrarmi da’ miei disegni di… scoperta, venne la guerra e fui chiamato dove sapete.
Finita la guerra, quella parete tornò a sorridermi più che ogni altra del gruppo per la sua possente architettura. Non di meno, per diverse circostanze, solo l’anno scorso [nel 1925, ndr] potei salirla ed avere precisa conferma di alcuni miei anticipati convincimenti [...].
NOTA. L’articolo prosegue con la relazione della prima salita della parete sud-est della Cima del Palone (meno di un chilometro a nord-ovest del Pizzo della Pieve): “buona gita d’allenamento su roccia” effettuata dal Fasana in solitaria il 19 ottobre 1924. Segue quindi il racconto-relazione (assai preciso e validissimo per una ripetizione) dell’ascensione della Parete Fasana, che riportiamo pressoché integralmente.
Ho compiuto questa salita col mio baldo compagno Vitale Bramani (Sezione di Milano), il 21 giugno 1925.
Cito alcuni dati necessari per l’orientamento.
La parete in oggetto si eleva dalla zona erbosa superiore della Val di Contra, ed arieggia, stranamente, per la sua configurazione, la celebrata parete N.E. del Sasso Lungo [sic].
Delimitata a S.E. da una specie di spigolo che la separa da un’altra porzione più meridionale di parete rivolta alla regione di Piattè, e a N.O. dal contrafforte che divide la Val di Contra dalla Cagnoletta [il toponimo corretto è Cügnoletta, ndr], questa parete presenta alla base un vasto zoccolo di roccia cosparso di detriti e con tracce d’erba e frùtici; e sopra di esso si osserva una larga cengia coperta da neve di valanga fino a tarda stagione. Dopo la cengia, ha principio la vera parete, nella quale subito si nota una faccia inferiore orizzontale di rocce inclinatissime quasi lisce, alte da 60 a 80 m., e su cui vengono a perdersi due grandiosi burroni, pressoché paralleli, che squarciano superiormente la parete dall’alto al basso per circa due terzi della sua altezza.
Ma osservando l’imponentissima muraglia, quasi al centro di essa si scorge a prima vista un formidabile sperone che sembra sulla direttrice della vetta e verso questa s’inalzi quasi simile a colonna vertebrale formando, dopo circa 300 m., come una grande torre ben visibile dall’attacco e sui fianchi vertiginosi della quale hanno trovato modo di vegetare larghe chiazze d’erba e qualche grosso pinastro [sulla “grande torre”, il 15 luglio 2006, Lorenzo Festorazzi, Francesco Galperti, Franco Melesi e Silvano Arrigoni hanno aperto Andrea Doria: una variante mediana alla via del 1925, ndr].
Ora, questo spigolo serve d’orientamento, come si vedrà nella descrizione tecnica della scalata; la quale ha il difetto di una qualità, essendo lunga e laboriosa (quasi 1000 m. di dislivello); e, se pure non offre lo stillato delle difficoltà, alcuni tratti di essa, nella parte inferiore, sono tecnicamente degni di nota [IV grado con un passaggio più impegnativo, attorno al V grado, all'inizio del camino di 70 metri, ndr].
Sulla parete, osservata di lontano in pieno lume, quasi non vien di discernere articolazioni di piani; sembra salga d’un sol getto, mentre i piani sono tre. Bisogna quindi distinguere tre fasi consecutive di salita, per le quali si passa, gradualmente, dal relativamente difficile della prima fase al facile dell’ultima.
Dalla Capanna Pialeral, seguendo il sentiero “Solivo” […] in ore 1,10′ si giunge alla base del grande sperone centrale già menzionato, e lo si attacca, a destra, per facili rocce arrotondate (nella nostra salita, compiuta ad inizio di stagione, trovammo a questo punto una proda di neve dura accumulatavi, la quale ci dette parecchio da fare a causa della profonda trincea di distacco esistente fra la neve e la roccia).
Segue una parete quasi verticale di circa 40 m. e leggermente concava alla base, la quale si attacca da destra a sinistra mediante una stretta cengia e poi si supera verticalmente per una screpolatura interrotta da lastroni. Si arriva così ad un piccolo campo erboso (ometto), che porta ai piedi di un lungo camino (60 m.) di roccia tondeggiante.
Successivamente si percorre un canale incassato e cosparso di grossi massi, il quale fa capo ad una specie di ripiano chiuso fra alte pareti. Si monta allora per la parete di sinistra, inalzandosi diagonalmente lungo di essa fino alla base di un secondo alto camino, ben visibile di fronte.
Questo camino (70 m.), è interrotto, nella sua parte inferiore, da un primo salto netto (3 m., eventualmente passaggio di spalla), e poi da un lastrone (10 m.) con radi e minuti appigli. Nella parte superiore il camino si restringe, e lo si sale d’adesione sormontando alcuni massi incastrati [questo camino, a metà del quale si sosta, è il tratto più entusiasmante della salita, ndr]. Dopo (ometto), si apre una profonda gola che sbocca in uno stretto circo a imbuto dominato da altissime muraglie (neve).
Qui ha termine la prima fase della scalata; e la seconda s’inizia salendo per le rocce situate a sinistra dello stretto circo a imbuto. In tal modo si perviene a S.O. della grande torre intraveduta dal basso e che ora si rivela come un semplice risalto del formidabile sperone centrale. Raggiunto pertanto il tagliente dello sperone (dove l’occhio piomba in un baratro vertiginoso profondissimo, di rara selvaggia bellezza [qui, dove si trovano i resti della croce metallica in ricordo di Bruno Cattaneo e Severino Veronelli, termina la variante Andrea Doria, ndr]), si rimonta, ora tenendosi sul filo ora scalando di poco sul versante N.O., il grande sperone per circa 300 m. (2 ometti). In questo tratto si susseguono spacchi, brevi camini e cenge in un continuo e divertente alternarsi; e così si arriva a breve distanza dal punto d’incontro del grande sperone con una specie di cresta secondaria discendente a N.
Si percorre allora, a destra, una lunga [circa 70 metri, ndr] e inclinata cengia erbosa, guadagnando certo intaglio della cresta presso una caratteristica serie di spuntoncini acuti. Da qui si passa all’opposto versante calandosi, per un salto (10 m.) di roccia poco sicura, in un canale (neve) che, dopo qualche diecina di metri, riporta sul filo del grande sperone; dove finisce la seconda fase della salita e ha principio l’ultima, più breve dell’altre, e durante la quale si segue ancora, per circa 200 m., il grande sperone ormai appiattito e composto di roccia e frantumi.
Raggiunta così la cima del Pizzo della Pieve, si guadagna la vetta della Grigna di Moncòdeno per la lunga facilissima cresta N.E.
Orario: dalla Capanna Pialeral all’attacco della parete: ore 1,10′; dall’attacco al Pizzo della Pieve: ore 6,20′; Pizzo della Pieve-Grigna vetta: ore 0,50′ – Totale ore effettive (comprese piccole fermate) 8,20′.
N.B. – Il punto d’attacco si può raggiungere anche da Primaluna, così per l’Alpe Piattè come per l’Alpe Guzzafame (Val di Contra), in circa 2 ore e mezza.
Faccio seguire qualche considerazione.
È consigliabile compiere questa salita a stagione piena, in quanto la parete, per la sua orientazione, si spoglia tardi dalla neve, presentando pericolo di cadute di sassi nel tratto inferiore.
A noi, il frequente ritorno di nebbie, con minacce di brutto tempo, non permise di compiere un’esplorazione a fondo della grandiosa parete; ma, a conferma di quanto già accennato più indietro, è certo che ad orientare la scalata serve egregiamente il grande sperone, che ne segna, per così dire, la linea direttrice.
Inoltre, a noi non occorse (ma la cosa non è da prendersi in senso assoluto) l’impiego di chiodi di sicurezza anche nei tratti più esposti della prima fase [i ripetitori, almeno non tutti, non seppero fare altrettanto, visto che oggi i chiodi lungo la via – anche se non molti – non mancano, ndr]; però dovemmo ricorrere due volte alla traslazione, col sistema funicolare, dei sacchi e delle scarpe chiodate, che precauzionalmente avevamo portate con noi.
E concludo. Dal prologo (attacco parete) all’epilogo (vetta “Grignone”) corrono oltre 1100 m. d’altezza, occupati per 4/5 dalla parete del Pizzo della Pieve, per la quale si svolge quindi la più lunga e la più varia scalata di roccia delle Due Grigne.
Come volevasi dimostrare.
NOTA. L’articolo si conclude con una lunga serie di Note orografiche alpinistiche che ora preferiamo tralasciare ma su cui, in futuro, potremmo ritornare.
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Foto cover. La poderosa “Parete Fasana” del Pizzo della Pieve (2257 m): con i suoi circa 800 metri di dislivello, la più alta muraglia del gruppo delle Grigne. Proprio al centro dell'immagine si nota il camino di 70 metri, il “cuore” della via aperta nel 1925 da Eugenio Fasana e Vitale Bramani. Foto di Carlo Caccia
Foto 1. La parete con il tracciato della via “Fasana-Bramani” (la parte inferiore non è purtroppo visibile). Foto di Carlo Caccia
Foto 2. La Nord-est del Pizzo della Pieve in una foto di Eugenio Fasana, con la didascalia originale dell'autore come appare sul retro dell'immagine. Le vie, evidenziate dallo stesso Fasana, da sinistra a destra sono: la “Fasana-Bramani” (Eugenio Fasana e Vitale Bramani, 21 giugno 1925), la “Bramani-Flumiani” più nota come “Via dell'Inglese” (Cornelio Bramani e Luigi Flumiani, 2 settembre 1928) e la “Bramani-Burchiani-Corti” (Vitale Bramani, Nelio Burchiani e Nino Corti, 2 settembre 1928). Foto arch. Fasana, per gentile concessione della signora Colomba Fasana (figlia dell'alpinista)
Foto 3. La parte inferiore della parete (sperone centrale, dove si svolge la via del 1925) con la neve che evidenzia il primo camino e il canale che lo segue (in basso a destra) e la base del secondo camino, ossia quello di 70 metri (al centro, a destra del torrione dove dal 2006 esiste la variante “Andrea Doria”. Foto arch. Fasana, per gentile concessione della signora Colomba Fasana (figlia dell'alpinista)
Foto 4. E per finire: il camino di 70 metri in splendida veste invernale (febbraio 2010) dopo una nevicata. Foto di Carlo Caccia
Foto cover. La poderosa “Parete Fasana” del Pizzo della Pieve (2257 m): con i suoi circa 800 metri di dislivello, la più alta muraglia del gruppo delle Grigne. Proprio al centro dell'immagine si nota il camino di 70 metri, il “cuore” della via aperta nel 1925 da Eugenio Fasana e Vitale Bramani. Foto di Carlo Caccia
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