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Il gioco degli Ottomila (2)

22 lug 2010, di Carlo Caccia
Broad Peak

RIUSCITA AD ALBERTO IÑURRATEGI, DAL 15 AL 18 LUGLIO 2010, LA TERZA TRAVERSATA DELLE TRE CIME DEL BROAD PEAK: UN’AVVENTURA IN BELLO STILE, ALL’INSEGNA DELLA DETERMINAZIONE, CHE VOGLIAMO RILEGGERE ALLA LUCE DELLA STORIA

Luglio 1997: Alberto e Félix Iñurrategi attaccano a modo loro il Broad Peak (8047 m). Lasciano da parte la via normale sulla parete ovest, che punta direttamente alla vetta, e prendono la questione molto più alla larga, attaccando in stile alpino la lunga e inviolata cresta meridionale (a destra della parete dove, nel 2005, Denis Urubko e Serguey Samoilov avrebbero firmato il loro capolavoro). I due fratelli, però, devono rinunciare: una difficile fascia rocciosa, a 7200 metri, li costringe alla ritirata e a ripiegare sulla via dei primi salitori, scalata in un giorno e mezzo dal campo base alla vetta. Nelle settimane successive la “cresta dei baschi” finisce quindi nel mirino del britannico Rick Allen e dell’australiano Andrew Lock ma anche per loro, a quota 7200, l’ostacolo da superare è troppo difficile. In tempi più recenti il Broad Peak è stato teatro di alcune linee nuove (quella già ricordata dei kazaki, quella del 2008 di Valery Babanov e Viktor Afanasief e quella del 2009 degli iraniani) ma la grande cresta è rimasta inviolata.

Luglio 2000: con il Broad Peak dietro l’angolo, i fratelli Iñurrategi esultano insieme sulla vetta del Gasherbrum II (8035 m). Si tratta, per entrambi, del dodicesimo Ottomila. In discesa, però, ecco la tragedia: Félix, classe 1967 – il fratello è invece del 1968 -, precipita senza speranza. Il dramma è terribile ma la via d’uscita, dopo mesi di riflessione, per Alberto è una soltanto: non mollare e continuare ad andare in montagna, sulle grandi montagne. Nel 2001 tocca così al Gasherbrum I (8068 m) e subito dopo all’Annapurna (8091 m), con cui il fuoriclasse basco diventa il decimo uomo al mondo (il quarto senza aver mai usato l’ossigeno supplementare) ad aver salito tutti i 14 Ottomila. Un traguardo? Nossignori: quasi un punto di partenza, dal quale Alberto si lancia prima sul Gasherbrum III (7952 m) mettendone a segno la seconda ascensione assoluta (2004), poi sulla nord dell’Everest (8848 m) tentando la via tracciata dai giapponesi nel 1980 (2006), quindi sul Gasherbrum IV (7925 m) salendone la cresta nord-ovest fino alla cima nord (2008) e ancora sul Makalu (8463 m, tentativo sul pilastro sud-ovest, 2009) e sull’Everest (secondo tentativo sulla parete nord, 2009). Nel 2010, infine, il ritorno al Broad Peak, prendendo ancora la questione alla larga. In che senso? Ora vi raccontiamo tutto.

L’obiettivo di Iñurrategi, per l’ennesima volta in compagnia di Juan Vallejo e Mikel Zabalza, è quello di compiere (in stile alpino) la traversata della montagna, passando per la cima nord (7550 m), la cima centrale (8016 m) e la cima principale (8047 m): una cavalcata da favola riuscita in precedenza, sempre in stile alpino, soltanto a Jerzy Kukuczka e Wojciech Kurtyka (13-18 luglio 1984) e a Toru Hattori, Toshiyuki Kitamura e Masafumi Todaka (15-21 luglio 1995).
I polacchi, in quell’occasione, non effettuarono soltanto la prima traversata della montagna violando la cresta che collega le tre cime. Furono anche i primi, badate bene, a raggiungere la vetta principale del Broad Peak per una via diversa da quella di Hermann Buhl e compagni (1957), i secondi (per una via nuova lungo la cresta nord-ovest) a raggiungere la cima nord – violata in solitaria il 28 giugno 1983, per lo spettacolare spigolo nord, da Renato Casarotto – e i secondi (dopo i loro connazionali Kazimierz Głazek, Marek Kęsicki, Janusz Kuliś, Bohdan Nowaczyk e Andrzej Sikorski, in vetta il 28 luglio 1975) a toccare la cima centrale.
Dei giapponesi, invece, dobbiamo dire innanzitutto che Todaka era in viaggio di nozze (la moglie rimase in attesa al campo base…) e poi che ripercorsero integralmente le tracce di Kukuczka e Kurtyka. Salirono quindi la cresta nord-ovest della cima nord (la via era già stata ripetuta nel 1990, con 1000 metri di corde fisse, da una spedizione spagnola: il punto più alto fu raggiunto il 25 luglio da Óscar Cadiach, autore quindi della terza ascensione assoluta di quella vetta), traversarono poi alla cima centrale (quarta ascensione assoluta della stessa dopo le polacche del 1975 e del 1984 e quella, per una via nuova da est, firmata nel 1992 dall’appena citato Cadiach con i connazionali Enric Dalmau, Lluís Ráfols e l’italiano Alberto Soncini), quindi alla cima principale e poi scesero per la via del 1957.

Ma eccoci, finalmente, all’ultima avventura di Iñurrategi, Vallejo e Zabalza. Il terzetto, attaccato (8 luglio 2010) il fianco occidentale della cima nord per una linea inviolata (verosimilmente a destra di quella di Kukuczka e Kurtyka), il giorno successivo ha raggiunto il colle (7350 m) tra la cima nord e la centrale e quindi, salendo brevemente a sinistra, la prima vetta (quarta ascensione assoluta della stessa). Il 10 luglio, dopo un bivacco al colle, il vento ha però imposto la ritirata. Tutto finito? Per nulla: il 15 luglio alle 4.30, viste le buone previsioni meteorologiche, Iñurrategi e compagni hanno nuovamente lasciato il campo base (4900 m) e in fretta, in poco più di 5 ore, hanno ripercorso fino a quota 6400 la via aperta nei giorni precedenti. Da lì, il 16 luglio, sono ripartiti alla volta del colle tra la cima nord e la cima centrale e dal valico Iñurrategi è tornato da solo a quota 7550.
Alle 3 del mattino del 17 luglio, dopo un bivacco al colle (7350 m), la cordata ha attaccato la cresta nord della cima centrale, pensando di arrivare in punta (8016 m) entro le 9 e al colle successivo (7800 m, tra la cima centrale e la principale lungo la via normale di quest’ultima), entro mezzogiorno. La faccenda, dopo i primi 400 metri saliti in un paio d’ore, si è però rivelata molto più complicata del previsto: gli ultimi 300 metri hanno richiesto addirittura 10 ore di fatica, senza contare le 2 ore necessarie per attraversare la larga sommità e cominciare finalmente la discesa. Racconta Zabalza: «Un tratto di 50 metri di dislivello ci ha impegnati per 5 ore. Mai, nella nostra vita, ci era capitato di incontrare neve così cattiva. Il pendio era ripido e si affondava fino alla vita… spaventoso!».
Toccata la cima centrale (quinta ascensione assoluta della stessa) e sceso al colle che la divide dalla principale, il terzetto ha cambiato programma e ha continuato fino al campo 3 (7100 m) della via normale, arrivando alle tende alle 20. Lì, alle 3 del 18 luglio, Iñurrategi ha trovato l’energia per tornare sui propri passi e come un leone, nonostante i tre giorni di sforzi alle spalle, in sole 6 ore ha guadagnato i quasi 1000 metri che lo separavano dalla vetta estrema del Broad Peak. Anche la discesa verso la sicurezza del campo base è stata rapidissima: un tuffo di 4 ore e qualche minuto (per superare 3200 metri di dislivello) che è stato il gran finale di un’autentica odissea, di un viaggio sognato che il fuoriclasse basco – uomo dai pensieri profondi – ha mirabilmente saputo trasformare in realtà.


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Foto cover. Il Broad Peak da sud-ovest con, da sinistra, la cima nord (7550 m), la cima centrale (8016 m) e la cima principale (8047 m). Foto di Josef Nezerka (www.gasherbrum2007.wz.cz)


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