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Applausi

23 lug 2010, di Carlo Caccia
Broad Peak Nord 1

Qualche volta, per ricordare, non c’è bisogno di anniversari a base di cifre tonde. Ci sono occasioni, come questa, in cui è comunque lecito (si sente il bisogno forte) di tornare al passato, di riportare almeno un po’ di luce su ciò che è stato. Grazie dunque ad Alberto Iñurrategi e compagni, che con la loro recente splendida traversata del Broad Peak, ci autorizzano a parlare di Renato Casarotto e del suo capolavoro (incompreso? probabilmente sì) sulla vetta nord della “cima larga” del Karakorum. «C’era gente sul K2, quel giorno – ci raccontava Goretta -, e quando Renato arrivò in vetta tutti applaudirono, non poterono farne a meno». Gli occhi di chi stava sulla seconda montagna della terra erano rivolti dall’altra parte, verso quello spigolo perfetto che guarda esattamente a settentrione, dove un poeta sui generis aveva completato gli ultimi versi di un canto solitario costato tempo e fatica, cominciato e ricominciato fino al compimento del discorso, fino ai 7550 metri della cima.

28 giugno 1983, ore 18.10: il Broad Peak Nord non è più inviolato. Renato Casarotto, al settimo giorno di scalata senza compagni, con una quindicina di chiodi da ghiaccio e da roccia, due piccozze e una corda da 100 metri, è arrivato dove non c’è più nulla da scalare. Sotto di lui una via di oltre 2000 metri, che presenta notevoli difficoltà su roccia, ghiaccio e misto. È il coronamento di un mese di speranze e di delusioni, di un’avventura cominciata il 22 maggio con l’arrivo al campo base e proseguita durante i primi giorni di giugno con due tentativi a vuoto, bloccati dal maltempo a 6100 e 6350 metri di quota.
«Seguono – e lasciamo la parola ad Andrea Gobetti, citando dalla “Rivista mensile” del Cai (marzo-aprile 1984, pp. 137-140) – parentesi piacevoli, tempo di preparazione di viveri e di materiali, tempo di lunghe discussioni a due (tra Renato e sua moglie Goretta, ovviamente, ndr), di tazze di tè, sorrisi: insolite stanze di vita quotidiana tra i ghiacci del Godwin Austen». Ad un tratto però il tempo pare migliorare e il 22 giugno Casarotto parte: l’obiettivo è quello di raggiungere in giornata la tendina, lasciata a quota 6350, e da lì non mollare fino alla vetta. Il minuscolo riparo, quel giorno, si materializza soltanto alle 23: il tempo in verità è pessimo ma Renato è più forte di ogni ostacolo. Nei due giorni successivi non riesce a guadagnare più di 100 metri ma non importa: ciò che conta è resistere (e sperare).
La svolta arriva col vento: quello, furibondo, che nasce in Cina e che porta con sé il bel tempo. Renato: «Tutta la notte il vento continua a soffiare, sballottando la tenda da tutte le parti: ho dormito pochissimo per l’agitazione che si è impadronita di me… mi alzo in continuazione per verificare il tempo. Il vento è sempre fortissimo ma il cielo è coperto di… stelle!». Così il nostro eroe va avanti e il 28 giugno sferra il colpo decisivo. Scrive Gobetti: «Difficoltà estreme, superiori alle previste, lo rallentano; le nubi celano la parte sommitale della montagna e non è più possibile a Goretta seguire il suo “puntino rosso” sino alle quattro del pomeriggio, quando lo ritrova ormai prossimo alla meta».
Il successo e gli applausi, come detto, arrivano poco più di due ore dopo: troppo tardi, però, per tornare alla tendina. Così a Renato tocca bivaccare all’aperto a 7500 metri, senza neppure il sacco a pelo, stando sveglio per non precipitare: una lotta col sonno e col freddo durata otto lunghissime ore – fino alle 4 del giorno dopo – straordinariamente simile a quella di Hermann Buhl di ritorno dalla vetta del Nanga Parbat. Epica pura, moderna, che lascia Goretta col cuore in gola – alla radio, sulla montagna, nessuno risponde – fino alla visione liberatoria: quel puntino rosso che prima saliva e ora sta scendendo, piano piano, per la via appena superata.
Casarotto è felice, l’ansia che lo opprimeva sta scomparendo. Egli sa che le insidie non sono ancora finite (lo attendono tre giorni di discesa) ma la soddisfazione è enorme, diventata – e lasciamo ancora la parola a Gobetti – «poesia fra i picchi, le nuvole e i seracchi. E anche il demone delle altezze, quello che suggerisce sempre idee così lontane a Renato, si è preso, finalmente, qualche giorno di vacanza».

Questo nel 1983, ventisette anni fa, quando nessun alpinista poteva vantare tutti gli Ottomila in tasca e quando l’alpinismo, quello vero, in fondo non era molto diverso da quello di oggi: nel senso, per farci capire, che ciò che sarebbe stato da Piolet d’Or allora, lo sarebbe tranquillamente anche nel 2010.

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Foto cover. Una lama che divide luce ed ombra: la parte superiore dello spigolo settentrionale del Broad Peak Nord (7550 m), salito da Renato Casarotto in solitaria dal 22 al 28 giugno 1983 (prima ascensione assoluta della montagna). Foto: www.pakistanguides.com


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  • Esalvaterra
    Renato era Grande. Avevo avuto la fortuna di stare ed arrampicare con lui ai corsi di Aspirante Guida nel 1979. Mi ha insegnato molto e me lo porto ancora appresso. Grazie Renato...
  • Ivo_ferrari
    io non direi "incompreso"...sai Carlo, chi doveva e sapeva comprendere....a compreso.
    tutte le salite di Casarotto sonon state comprese....meglio di certe attuali che vanno e vengono con la velocità della connessione a internet....
    chi sa ricorda....il resto? poco conta perchè non sa!
    ivo
  • Sergio
    tanto onore ed un inchino al Grandissimo Casarotto
  • Ivo_ferrari
    Non erano "altri anni"...erano altri UOMINI.
    ivo
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