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Ultime dall’Alaska

18 giu 2010, di Carlo Caccia
Denali 3 piccola

SALITA LAMPO SUL McKINLEY (CASSIN IN 17 ORE) E ODISSEA (VIA NUOVA E CONGELAMENTI) SUL FORAKER PER COLIN HALEY E BJØRN-EIVIND ÅRTUN

Dal Mount Hunter (4441 m), di cui abbiamo parlato proprio ieri, ai suoi due maggiori vicini: il McKinley (6194 m) e il Foraker (5303 m). Oggi, però, non andremo a schedare le maggiori realizzazioni del 2009: abbiamo notizie recenti, in verità ancora da approfondire, con protagonisti l’americano Colin Haley e il norvegese Bjørn-Eivind Årtun (che abbiamo menzionato anche ieri). Sulla parete sud del McKinley, dove esattamente tre anni fa (17-18 giugno 2007), con Mark Westman, Colin fece sua in 45 ore 40 minuti la proibitiva Denali Diamond (Bryan Becker e Rolf Graage, 1983), i due amici hanno salito in un lampo, ossia in 17 ore nonostante la tanta neve (e il fornelletto fuori uso), la classica Cassin (Riccardo Cassin, Luigi Airoldi, Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi, 1961), avvicinandosi alle 15 ore impiegate nel 1991, in solitaria, dall’indimenticabile Mugs Stump (che, partito dal campo medico a 4300 metri sul West Buttress, vi rimise piede dopo neppure 28 ore).
Significativo in proposito il commento del lecchese Eugenio Manni, che la Cassin l’ha salita l’anno scorso, in seconda ripetizione italiana: «Un gran tempo, senza dubbio. Ma in fondo su una via del genere, con quelle caratteristiche, per degli specialisti/professionisti non mi meraviglia più di tanto. Pensiamo a quello che ha fatto Ueli Steck… Ovviamente per riuscire in cose del genere bisogna ridurre il materiale al minimo, facendo testa o croce con la fortuna: se ti va bene torni a casa a raccontare, altrimenti… Velocità significa tanta conserva, tanti tratti slegati. Sono scelte che dipendono dalla propria scala di priorità: io volevo tornare a casa, con tutte le dita integre, per continuare a scalare e abbracciare i miei figli».
Haley e compagno, invece, dopo la corsa sulla
Cassin si sono spostati sul vicino Foraker – che si innalza sul fianco occidentale del Kahiltna Glacier, proprio di fronte al Mount Hunter – e nei giorni scorsi, a quanto pare, vi hanno aperto una difficile via nuova: le informazioni sono ancora indirette e frammentarie ma, viste le loro intenzioni iniziali, potrebbero aver salito in prima assoluta la parete sud-est della montagna. Un’avventura, tuttavia, per nulla piacevole, conclusa in notevole ritardo rispetto a quanto previsto con un’allucinante discesa nella tempesta: un’impresa durissima che, per fortuna, non si è trasformata in una tragedia. Attenzione, però: se Bjørn è arrivato al campo base che sembrava uno scheletro, per Colin si parla di gravi congelamenti alle dita dei piedi. Nei prossimi giorni, comunque, cercheremo di capire meglio l’accaduto.

* * * * * * *

La montagna indicata nella mappa è il McKinley

Foto cover. Il McKinley (Denali) ripreso dai pressi di Talkeetna (ossia da sud-est). Al centro la cima merdionale (la principale, 6194 m) con la parte superiore della parete sud e della “Cassin Ridge”; arretrata, a destra, la cima settentrionale (5934 m). Tra le nuvole, a coprire la parte inferiore della parete sud, si intravede il colossale bastione del South Buttress, con il suo quasi orizzontale e lunghissimo (circa 6 chilometri) crinale. La massa di nubi sulla sinistra nasconde la mitica “Ridge of no Return” di Renato Casarotto, che termina sul South Buttress in corrispondenza di quel rilievo (4570 m) a sinistra del quale lo sperone si abbassa verso l'East Fork del Kahiltna Glacier (che si allunga, verso la parete sud, dall'altra parte del South Buttress). Foto: www.commons.wikimedia.org


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  • Carlo Caccia

    A breve, con tanto di immagini, il racconto in prima persona di Colin Haley della sua incredibile creazione ("Dracula", 3200 m, M6 R, AI4+ e A0), aperta in 31 ore "in a single push", sulla parete sud-est del Foraker. Fortunatamente il congelamento di Colin non è così grave come precedentemente annunciato.

  • Quanto Mark Francis Twight, insieme a Scott Backes, tracciò Deprivation sul Mount Hunter, all'epoca definita dagli autori come our new psycho-mixed climb, nel gioco di parole che sta tra depravazione e privazione, mescolò lucidamente gli argomenti del rischio consapevole e dell’etica.
    Più che per una deriva punk verso il nichilismo assoluto, forse più semplicemente per un’esaltazione verso la disciplina machista che ricorda Mishima, applicò allo stile, la volontà di accettare una notevole dose di azzardo, cioè di salire e non fermarsi durante la tempesta e di essere così veloci al punto di dover rinunciare ad abbastanza cibo (deprivation), calcolato al minimo e razionato per due soli giorni, alla tenda e ai sacchi a pelo.
    Io non consiglio il nostro stile di scalata ad altri alpinisti, è solo un modo di fare le cose.
    Sono disposto ad accettare delle necessarie "privazioni" e del rischio. Ma non è per tutti. Detto questo, la mia opinione è che questo stile rappresenti il futuro dell’arrampicata in Alaska. Credo che molti grandi pareti possano essere salite non-stop a patto che gli scalatori siano disponibili ad aspettare le condizioni perfette della montagna e ad accettare il fallimento non dipendendo dalla vittoria o dalla cima come una definizione di successo.
    Coming home alive is succeeding: the summit is a gift.
    Good, hard climbing and man striving for his utmost perfection should be the
    definition of a successful Alaskan adventure.

    Così scriveva, e sono parole attuali e di una vitalità sorprendente, nel 1994.

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