
Sveliamo subito il mistero: il “mostro” del titolo è il Chang Himal, chiamato anche Ramtang Chang o Wedge Peak, che si innalza in Nepal a due passi dal Kangchenjunga. Alto 6812 metri, è stato salito due volte – nel 1974, per la cresta sud-ovest, dagli sloveni Janez Gradišar, Bojan Pollak e Miha Smolej, e nel 2009, per la parete nord, dai britannici Nick Bullock e Andy Houseman – e proprio grazie al secondo successo, finito sotto i riflettori all’ultima edizione dei Piolets d’Or, ora è una cima relativamente famosa. Ma la sua parete nord, a cui Bullock e Houseman sono arrivati grazie ad un articolo pubblicato sul numero 4 (autunno 2003) di Alpinist, era già stata notata dai pionieri – anche Vittorio Sella, nel 1899, le passò accanto – e soprattutto magnificamente descritta da Francis Sydney Smythe (1900-1949) all’inizio del decimo capitolo del suo The Kangchenjunga Adventure (Gollanz, London 1930): il volume che racconta la spedizione Dyhrenfurth del 1930, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, alla terza montagna della terra. Smythe, alpinista di razza, fu assai colpito dall’appicco settentrionale del Chang Himal (che lui chiama sempre Wedge Peak) e le parole che gli ha dedicato – non sapendo se, come e quando quella parete sarebbe stata salita – rilette a 80 anni di distanza e dopo la recentissima impresa dei campioni britannici, suonano più che mai interessanti. Eccole quindi, in traduzione italiana, come un piccolo regalo per chi ama osservare il presente attraverso la lente del passato e, inoltre, rivisitare il passato alla luce del presente.
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IL WEDGE PEAK
di Francis Sydney Smythe
«Di fronte al campo base, con balzo di 8000 piedi (stima eccessiva, pari a 2400 metri contro i reali 1800, ndr) dal Kangchenjunga Glacier, si innalza il Wedge (“Cuneo”, ndr) Peak. Il nome gli calza a pennello: se alcune montagne sono simili a zanne e altre a mucchi di zucchero, il Wedge Peak da nord non è altro che un gigantesco, primordiale cuneo. Montagna brutale, non possiede né la compattezza strutturale del Kangchenjunga né l’eterea, fiabesca lontananza del Siniolchun (6888 m, meravigliosa cima del Sikkim, una ventina di chilometri a est del Kangchenjunga, immortalata da Vittorio Sella nel 1899 in una fotografia di sublime bellezza che la rese celebre, ndr) chiamato “la materializzazione dell’inaccessibilità”. Ma come pensare al Siniolchun, troppo bello per essere contaminato dall’uomo (fu scalato nel 1936 da una piccola spedizione tedesca composta da P. Bauer, K. Wien, S. Hepp e A. Gottner, ndr), in termini di accessibilità o inaccessibilità? Il Wedge Peak è diverso: la sua incredibile grinta sfida l’alpinista, lo chiama al duello. Ma chi potrebbe accettare una simile provocazione? Lo stavo osservando, mentre l’aria del mattino tremava ancora per il colpo sordo di una valanga, e lo vidi gettare in basso un ghiacciato guanto di sfida. Guardatelo col binocolo, se volete, e cercate una via lungo i suoi appicchi granitici. Ma quando il vostro sguardo sarà giunto oltre, dovrà fermarsi sbigottito sui pendii di ghiaccio superiori. Persino l’immaginazione inorridisce al pensiero di scalare quella roba, intagliando gradini su gradini per ore e ore e, alla fine, non arrivare da nessuna parte. Persino l’immaginazione viene meno, come scaraventata lungo la parete. Ed ecco la skyline, dove il ghiaccio non è comune, fatto a spigoli continui ed affilati, ma è torturato e devastato dal vento, aggrappato alle creste: ecco scaglie sottili trapassate dal sole, che brillano come un fuoco freddo; poi pinnacoli di fiabesca delicatezza e seni eleganti; ancora audaci minareti, funghi stravaganti e una strana processione di spiritelli maligni, ubriachi e barcollanti, congelati durante la loro marcia in discesa».
Foto cover. La parete nord del Chang Himal (6812 m, noto anche come Wedge Peak o Ramtang Chang): il “gigantesco, primordiale cuneo” che si impenna per 1800 metri dal Kangchenjunga Glacier e che tanto colpì Francis Sydney Smythe durante la spedizione Dhyrenfurth del 1930
Foto cover. La parete nord del Chang Himal (6812 m, noto anche come Wedge Peak o Ramtang Chang): il “gigantesco, primordiale cuneo” che si impenna per 1800 metri dal Kangchenjunga Glacier e che tanto colpì Francis Sydney Smythe durante la spedizione Dhyrenfurth del 1930
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