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Dracula sul Mount Foraker

24 giu 2010, di Carlo Caccia
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GRANDIOSA AVVENTURA DI COLIN HALEY E BJØRN-EIVIND ÅRTUN CHE, TRA IL 13 E IL 15 GIUGNO 2010, HANNO SALITO IN A SINGLE PUSH (31 ORE DI SCALATA ININTERROTTA) UNA VIA NUOVA DI 3200 METRI (M6 R, AI4+ e A0) SULLA PARETE SUD-EST DEL GIGANTE ALASKANO E SONO SCESI NELLA BUFERA LUNGO IL VERSANTE OPPOSTO. UN’IMPRESA DI 71 ORE SENZA DORMIRE, DALL’ATTACCO ALLA VETTA E RITORNO, CHE RIVIVIAMO ATTRAVERSO IL RACCONTO DI UNO DEI SUOI PROTAGONISTI

Nei giorni scorsi avevamo soltanto dei frammenti, tra l’altro non completamente corretti. Oggi, invece, abbiamo tutti i dettagli. Stiamo parlando del recente trip alaskano dell’americano Colin Haley e del norvegese Bjørn-Eivind Årtun che, rimasti 37 giorni nel regno del grande Denali, nonostante l’inclemenza delle condizioni meteorologiche e contro tutte le speranze, hanno realizzato il loro sogno. Quello, per intenderci, che nei mesi scorsi si era meritato il sostegno del Mugs Stump Award: l’apertura, in a single push, di una difficile via nuova sulla parete sud-est del Mount Foraker (5303 m), violando il repulsivo bastione roccioso a sinistra di False Dawn (John Phelan e David Sharman, 1990). Colin e Bjørn-Eivind, soli contro tutto, ce l’hanno fatta: hanno atteso con pazienza, collezionando tra l’altro tre salite del McKinley per altrettante vie diverse – tra cui la Cassin in 17 ore (che sarebbero potute essere meno…) – e poi il 13 giugno 2010 hanno attaccato il Foraker con tutte le loro forze, dando il massimo per 31 ore (tanto è durata la salita dalla base della parete alla vetta) e poi per altre 38 (tanto è durato il tribolato ritorno al campo base). La cordata ha così dato sfogo creativo, su una montagna da sempre per pochi (e che non tutti gli anni viene salita), ad un’esperienza di scalate in velocità che conosce pochi eguali e maturata, per rimanere nelle vicinanze, prima in inverno sul Mount Huntington, poi lungo Denali Diamond sulla Sud del McKinley e sul pilastro nord del Mount Hunter e infine, naturalmente, sull’appena menzionata Cassin Ridge. Cosa aggiungere? In verità vorremmo dire molto ma, questa volta, ci conviene stare zitti. Perché sarà Colin, in prima persona, a farci rivivere in tutti particolari la sua ultima serie di favolose avventure.

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CRESCENDO ALASKANO

di Colin Haley

TRIPLO PRELUDIO SUL DENALI. 13 maggio 2010: arrivati sul Kahiltna Glacier, io e Bjørn-Eivind Årtun, per acclimatarci, abbiamo immediatamente attaccato la prima parte della via normale (West Buttress) del Denali. Abbiamo raggiunto rapidamente il campo a 14.200 piedi (4300 metri) e lì ci siamo fermati alcuni giorni. Il 21 maggio abbiamo quindi tentato di salire (per scenderla con gli sci) la via Orient Express (Pat Morrow e Bernhard Ehmann, 1977, sulla parete sud-ovest a sinistra della West Rib, ndt) ma, di fronte a delle pericolose placche di neve ventata, abbiamo dovuto rinunciare cominciando la nostra sciata a 5300 metri. Il 25 maggio abbiamo quindi raggiunto la cima del Denali per il Messner Couloir (Reinhold Messner e Oswald Ölz, 1976, in salita; Sylvain Saudan, 1972, in discesa con gli sci; sulla parete sud-ovest a sinistra di Orient Express, ndt): un’avventura di 9 ore e 15 minuti (Messner ne impiegò 12, ndt) dal campo a 14.200 piedi alla vetta e ritorno. Il bis in cima lo abbiamo fatto il 29 maggio, salendo la parte superiore della via normale e tornando al campo in 8 ore e 10 minuti.

La sera del 6 giugno abbiamo così lasciato il campo a 14.200 piedi per tentare, con zaini leggeri, la Cassin: la nostra speranza era quella di battere il record di velocità stabilito da Mugs Stump nel 1991 (15 ore per la Cassin e 27 ore e mezza complessive dal campo a 14.200 piedi all’attacco, alla vetta e ritorno). Le previsioni meteorologiche non erano il massimo e nei giorni precedenti le nevicate non erano mancate. Tuttavia eravamo stufi di aspettare la finestra di bel tempo. Dal campo, al posto di scendere all’attacco seguendo integralmente la parte inferiore della West Rib, abbiamo deciso di percorrere una sua variante: la Seattle ‘72 Ramp salita nel 1972 da Alex Bertulis, Jim Wickwire, Robert Schaller, Tom Stewart, Charlie Raymond e Leif-Norman Patterson. Una soluzione eccellente, che in breve ci ha portati a sciogliere la neve sui fornelletti all’inizio della Cassin.
Alle 22.40, superata la crepaccia terminale, abbiamo cominciato la scalata lungo il Couloir dei Giapponesi. Sopra la Cassin Ledge abbiamo perso per un tratto la via, ritrovandoci a salire un camino di misto più difficile del necessario. Eravamo lungo la prima fascia rocciosa quando il tempo ha deciso di peggiorare: il cielo, già quasi del tutto coperto dalle nubi, si è completamente nascosto, lasciando cadere i primi fiocchi. Fino al termine della terza fascia rocciosa, a 5200 metri, la neve era in condizioni decenti (sebbene il ghiaccio duro fosse più del solito) ma più in alto ci siamo ritrovati a sguazzare in un manto profondo di roba fresca. Così, dopo essere arrivati lassù – a 5200 metri – nell’ottimo tempo di 11 ore, fiduciosi di battere il record, la nostra speranza si è disintegrata: avanti, con la neve in qualche momento fino alla cintola, lungo il fianco sinistro (occidentale) della cresta. Nei pressi del crinale sommitale le condizioni sono addirittura peggiorate, tanto che abbiamo impiegato più di 3 ore per superare gli ultimi 300 metri prima della cima (raggiunta alle 15.43, 17 ore e 3 minuti dopo aver attaccato). Abbiamo controllato il tempo anche in discesa, lungo il West Buttress, e quando abbiamo rimesso piede al campo a 14.200 piedi erano passate 28 ore dal momento in cui l’avevamo lasciato. Avevamo con noi uno spezzone di corda da 20 metri (per l’avvicinamento) ma lungo la via ci siamo sempre mossi slegati.

TOCCATA E FUGA SUL FORAKER. Dopo la salita della Cassin, smantellato e impacchettato il nostro campo a 14.200 piedi sul West Buttress, siamo scesi al campo base sul Kahiltna Glacier. Dal nostro arrivo sul ghiacciaio non c’erano mai state finestre di bel tempo e le previsioni continuavano ad essere cattive. Sembrava così improbabile che saremmo riusciti a tentare l’obiettivo principale della nostra spedizione: una via nuova sulla parete sud-est del Mount Foraker. Ma dopo qualche giorno di attesa, finalmente, i meteorologi hanno annunciato un giorno di alta pressione e così, zaini in spalla e sci ai piedi, siamo partiti alla volta della parete, giusto per dare un’occhiata e valutare il da farsi. Abbiamo effettuato l’avvicinamento in condizioni di whiteout e quel giorno, nemmeno per un istante, siamo riusciti a vedere la montagna che speravamo di scalare. Abbiamo montato la tenda sotto una nevicata, dando per scontato che la mattina dopo non avremmo potuto fare altro che tornare al campo base. Alle 4 del 13 giugno, però, il cielo era limpido e così, senza pensarci due volte, ci siamo lanciati.

Dal campo sul ghiacciaio abbiamo raggiunto la base della montagna e, tolti gli sci, li abbiamo nascosti al sicuro sotto un pilastro roccioso a quota 2050 metri. La sezione inferiore della parete, dove siamo saliti seguendo la via False Dawn (John Phelan e David Sharman, 22-27 maggio 1990, ndt) è minacciata dai seracchi per cui, subito dopo aver lasciato gli sci – erano le 6 del mattino – siamo partiti slegati più in fretta che potevamo. Abbiamo salito di corsa uno stretto couloir (tratti di AI3) a sinistra del seracco principale – eravamo comunque nel mirino di un seracco della Cresta dei Francesi (è la cresta sud-sud-est del Foraker, che chiude a sinistra la parete sud-est ed è stata salita nel 1976 da Henri e Isabelle Agresti, Jean-Paul Bouquier, Gérard Créton, Jean-Marie Galmiche, Hervé Thivierge e Werner Landry, ndt) – e soltanto dopo aver effettuato un traverso a destra, giungendo così sopra il seraccone, abbiamo potuto tirare un sospiro di sollievo. Un’occhiata all’orologio: 2 ore e 10 minuti dall’attacco, lungo un tratto che continuo a considerare pericoloso anche se, in verità, da quei seracchi non abbiamo mai visto staccarsi nulla.
Siamo quindi andati avanti su un nevaio sospeso fino al punto in cui, lasciando False Dawn a destra, ci siamo diretti verso la base di quel poderoso bastione a forma di diamante che era il nostro sogno. Prima di attaccare il “muro” ci siamo fermati a riposare, a mangiare e a preparare qualcosa da bere. Fuori le corde e via, lungo quei 1000 metri caratterizzati da due notevoli sistemi di rampe: il primo ascendente a sinistra e il secondo ascendente a destra. Il tutto all’insegna di numerosi stretti budelli ghiacciati, alcuni difficili assaggi di misto e roccia (granito) perlopiù buona, anche se il tratto chiave lo abbiamo trovato friabile (M6 R).
Pensavamo, una volta raggiunta la sommità della parete rocciosa, di fermarci per una pausa tè. Lassù, però, non c’era l’ombra di una cengia degna di tal nome: nessuna possibilità di ricavare un posticino per i nostri culetti. Così non abbiamo potuto fare altro che continuare a salire, al buio, lungo gli interminabili pendii ghiacciati a 60° fino all’intersezione con la Cresta dei Francesi. La scalata notturna e la notevole disidratazione mi hanno procurato dei congelamenti agli alluci.
Una volta raggiunta la cresta, alle prime luci dell’alba, abbiamo potuto finalmente tirare il fiato, fermandoci a sciogliere un po’ di neve. Siamo quindi ripartiti, cominciando – già piuttosto stanchi – la lunga lenta “ravanata” che, traversando sotto la cima meridionale, ci avrebbe portati sull’altra: la vera vetta del Mount Foraker. E finalmente, all’una del pomeriggio del 14 giugno, 31 ore dopo aver lasciato gli sci alla base della parete, abbiamo messo piede sul punto più alto. Il cielo si stava tuttavia rannuvolando per cui abbiamo levato quasi subito il disturbo, dandocela a gambe lungo la cresta nord-est.

Ci siamo abbassati velocemente di 1500 metri, fermandoci poi in un comodo crepaccio per rifocillarci al riparo dal vento. Pensavamo di continuare la discesa lungo la Sultana Ridge (non difficile ma lunghissima via, salita integralmente nel marzo 1979 da Roger Cowles, Brian Okonek e David Johnston che in quell’occasione firmarono la seconda invernale assoluta della montagna, ndt) ma, una volta usciti dal crepaccio, siamo stati accolti dal whiteout e dal vento a 80 chilometri l’ora. Dopo un timido tentativo di continuare lungo la cresta abbiamo dovuto fare dietrofront fino al nostro riparo e anche un secondo tentativo, poco dopo, si è risolto con un nulla di fatto: con quelle condizioni, nella tempesta, non c’era nessuna possibilità di proseguire lungo la Sultana Ridge.
Riparati nel crepaccio abbiamo valutato il da farsi. Ci restavano una mezza bomboletta di isobutano e una manciata di barrette energetiche. Ed eravamo senza tenda, sacchi a pelo e materassini. Per cui una cosa era certa: dovevamo squagliarcela in fretta. Passata la notte seduti nel crepaccio, battendo di denti e sperando che il tempo migliorasse, la mattina seguente abbiamo visto che la situazione era proprio brutta: non ci restava quindi altro da fare che scendere il versante nord-est per la via aperta dai giapponesi nel 1966 (vetta raggiunta il 7 luglio da Hideo Nishigori, Yasuhiko Iso e Yuuzo Samura, terza ascensione assoluta del Mount Foraker, ndt) meno esposta ai venti della Sultana Ridge. Non sapevamo nulla di questa via: da quanto tempo nessuno la percorreva, o in salita o in discesa? Quante cordate l’avevano ripetuta nell’ultimo decennio? Due o tre al massimo… o forse nessuna (proprio così: nessuna, ndt).
Abbiamo così cominciato la nostra lenta battaglia lungo la via del 1966 che, più in basso, va a finire in una seraccata estremamente tormentata. Per cui, ritenendo più sicuro mantenerci su una costola laterale, abbiamo cominciato a calarci direttamente lungo un inviolato pilastro roccioso: una soluzione qualche volta piuttosto complicata, con un paio di doppie completamente nel vuoto, ma che alla fine ci ha permesso di raggiungere il ghiacciaio. Abbastanza lontani dalla parete, sentendoci ormai al riparo dalle valanghe, ci siamo fermati ancora una volta per sciogliere un po’ di neve e abbiamo quindi cominciato la lunga sessione di post-holing (camminata nella neve alta senza racchette ai piedi, sprofondando quindi ad ogni passo, ndt) fino al campo base dove siamo arrivati parecchio allucinati, visto che erano più o meno 71 ore che non chiudevamo occhio.
Le mie dita, congelate durante la salita, durante la discesa si erano riscaldate, con conseguenti, quasi costanti, atroci dolori. E anche se al campo base non ho potuto indossare gli scarponi, lasciando a Bjørn-Eivind e a Chris, un amico del Colorado, l’incombenza di andare a recuperare gli sci e il resto all’attacco della via, a quanto pare tutto si sistemerà perfettamente (per un po’, diciamo un paio di settimane, dovrò rinunciare alle scarpette da roccia!).

Per concludere: l’avventura sul Mount Foraker, con la prima ascensione di Dracula (3200 m, M6 R, AI4+ e A0) e la successiva discesa, è stata davvero molto pesante. Una mazzata per niente paragonabile alla Cassin che, in confronto, ci è sembrata una piccola cosa, non impegnativa.

(Traduzione di Carlo Caccia)

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Qui, qui e qui altre immagini della salita della parete sud-est del Mount Foraker

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English version

Foto cover. Dracula sul Mount Foraker: il settore sinistro della parete sud-est del colosso alaskano con la nuova via di Haley e Årtun. Foto di Colin Haley


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  • Un single push eterno per arrivare a 71 ore senza chiudere occhio.

    La paura del vampiro o l'insomnia di quelle latitudini?
    Di certo qualcosa di estenuante se in confronto la Cassin Express è risultata una piccola cosa.

    Complimenti per la traduzione, anche per certi neologismi tipo il dolce post-holing, attività così poco romantica almeno quando vien pronunciata da noi

    S.

  • Alberto Peruffo

    Carlo! Grande via. E grande te a sottolineare ciò che è accaduto, nonché a recuperare il racconto di Colin. Grazie dell'articolo. E una forte stretta di mano a Colin e a Bjørn-Eivind.

    [problemi con i link-commenti... oggi]

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