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Nel cuore della “muraglia infernalmente viva”

27 mag 2010, di Carlo Caccia
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GRANDE AVVENTURA SULLA PARETE SUD DELLA PUNTA WALKER DELLE GRANDES JORASSES (4206 m, MONTE BIANCO) PER SERGIO DE LEO, MARCELLO SANGUINETI, MARCO APPINO E MICHEL CORANOTTE CHE IL 22 MAGGIO 2010, IN 10 ORE, PROSEGUENDO DIRETTAMENTE DOVE GIAN CARLO GRASSI, RENZO LUZI E MAURO ROSSI NEL 1985 TRAVERSARONO A SINISTRA, HANNO APERTO PLEIN SUD (950 m, VI, WI4+/5 R e M6+)

«La tenevo d’occhio, la curavo da anni. E a fine aprile, dalla Thuile, ho visto che c’era: la goulotte si era formata. In basso, almeno. Per la parte superiore, incassata, non c’era alternativa: bisognava andare a vedere». Così Sergio De Leo, 47 anni, di Aosta, ha fatto sapere ai suoi compagni di tenersi pronti: quel sogno cullato tanto a lungo, quella linea da favola sulla remota parete sud della Punta Walker delle Grandes Jorasses, poteva finalmente diventare realtà. Il momento perfetto sarebbe stato esattamente una settimana fa, tra il 19 e il 20 maggio, ma quando si è dilettanti, obbligati a vivere il proprio tempo come un puzzle, incastrando come per magia una cosa nell’altra, ci si abitua a maneggiare i compromessi. Per cui Sergio, con gli amici Marcello Sanguineti, Marco Appino e Michel Coranotte, ha dovuto rimandare la festa di un paio di giorni e partire dalle baite di Tronchey, in val Ferret, soltanto alle 14.30 di venerdì 21 maggio.
«Troppo tardi – spiega Sanguineti, 42 anni, che il pane quotidiano se lo guadagna facendo il ricercatore all’università di Genova – per rispettare il nostro programma iniziale: raggiungere la parete, salirne subito la prima parte, bivaccare e quindi proseguire lungo il canalone mediano e il camino superiore. In ogni caso la marcia verso l’attacco non ci ha dato problemi. Con il ghiacciaio in ottime condizioni, ben ricoperto e percorribile senza ciaspole (siamo saliti sulla sinistra, ai piedi della parete est delle Aiguilles de Pra Sec), in circa cinque ore siamo arrivati alla crepaccia terminale, trovandola perfettamente chiusa». Che fare? Quasi niente: dare un’occhiata, notare una bella cascata (precisiamo: d’acqua) lungo i primi 100 metri della goulotte e tornare sui propri passi, in attesa del freddo, fino al posto scelto per il bivacco.

22 maggio 2010, sabato: la sveglia dei quattro moschettieri delle Grandes Jorasses (tre italiani e un francese, in verità non proprio nuovo a giochi del genere) suona all’una e 15 minuti e tre quarti d’ora più tardi l’“operazione parete sud” entra nel vivo. Michel con Sergio e Marcello con Marco superano senza problemi la prima parte della via (450 metri su ghiaccio, WI4+/5, conserva “assicurata” escluso l’ultimo salto), raggiungono e risalgono il canale nevoso mediano (250 m, 50°) e alle 7, finalmente, sono all’inizio del grande camino che è ancora un punto di domanda. Già, perché anche dal canale quello che sta sopra non si vede: per svelare il mistero occorre proprio cacciarsi lassù, entrare nel cuore della montagna, ficcarsi in quell’antro orrido e sublime che termina 250 metri più in alto sulla cresta di Tronchey, in corrispondenza della brèche a monte della sua terza torre e, quindi, a circa 200 metri dalla vetta estrema delle Grandes Jorasses.
Avanti, dunque, nel pauroso camino. «Il primo tiro, in quanto a ghiaccio, l’abbiamo trovato proprio magro – racconta Sanguineti -: lo strato era talmente sottile che non c’è stato verso di piantare una sola vite (avevamo anche quelle cortissime). Ci siamo così arrangiati con un paio di friend e dei cordini». E in alto? Cosa attendeva i nostri protagonisti? Pazienza, pazienza: soltanto dopo la “curva” della seconda lunghezza, in crescendo, la montagna ha dato la buona notizia. «Siamo arrivati in una sorta di conchetta – prosegue De Leo – e lì abbiamo visto: quel “coso” continuava, avremmo potuto andare avanti per una linea assolutamente logica. Molto difficile, certo, ma la strada c’era». Ancora Sanguineti: «Il terzo tiro nel camino è quello chiave: i primi di cordata hanno dovuto abbandonare gli zaini. Ghiaccio bello all’inizio, per 7-8 metri, poi più niente: misto impegnativo (M6+) su roccia veramente cattiva, dove le becche entrano ma è un problema proteggersi, con un gran lavoro di ripulitura. Perché c’erano certi bouchons di neve, enormi, che nel massiccio del Monte Bianco sono una rarità: roba più da Delfinato, da vie come La raie des fesses di Boivin sulla Nord del Pic Sans Nom (tecnicamente molto più facile della Sud delle Grandes Jorasses)». Ecco quindi il quarto tiro, con la brèche ormai piuttosto vicina: «Siamo saliti fino a 50 (o forse meno) metri dalla cresta – racconta De Leo –: ci mancava proprio un pezzettino per uscire. Ma non c’è stato niente da fare: le abbiamo provate tutte ma… eh, siamo rimasti con l’amaro in bocca. E non è mancato un bello spavento, quando da sotto i piedi di Michel è partito un blocco… accidenti! C’erano sotto Marco e Marcello: casco e occhiali da buttare, un chiodo di sosta andato… siamo stati fortunati!».

«Il fatto è che lassù – spiega Sanguineti – di fatto il camino finisce: perde, per così dire, la sua faccia destra. Si abbatte un po’ trasformandosi in placca. Da sotto sembra che tutto arrivi in cresta ma la goulotte, in realtà, termina leggermente più in basso. Non credo che lungo quegli ultimi metri si possa mai incontrare del ghiaccio. Così, poco dopo mezzogiorno, abbiamo deciso di buttare le doppie (tutte su chiodi, dadi e un friend) per raggiungere la crepaccia terminale, che si era leggermente aperta, alle 18.30». De Leo, a proposito della discesa, non ha dubbi: «Abbiamo rischiato e ci è andata di lusso! In effetti, ad un certo punto, avremmo potuto fermarci, aspettare e scendere più serenamente durante la notte… Anzi: a me sarebbe piaciuto bivaccare e, il giorno dopo, salire la parte superiore della via di Grassi e compagni, sicuramente in buone condizioni. Così, giusto per concludere qualcosa… Insomma: io volevo arrivare in cima. Certo: abbiamo tracciato una linea bellissima, logica e impegnativa in un posto fuori dal mondo ma, nella mia ottica, non riesco a non pensarla come un tentativo, una cosa da finire. Le abbiamo dato un nome, Plein Sud, perché se lo merita – sono sempre 950 metri, no? – e perché pensavamo che Grassi, Luzi e Rossi, nella parte inferiore, fossero saliti più a sinistra, come (erroneamente) indicato nelle guide. Io, in effetti, ho tenuto d’occhio per tanto tempo le stesse goulottes superate nel 1985… Insomma: soltanto dopo la salita abbiamo scoperto che per 450 metri (e non per 250, come pensavamo), ossia fino alla crestina nevosa all’inizio del canalone mediano, abbiamo ripercorso la “Via in memoria di Gianni Comino” che da quel punto traversa lungamente a sinistra».

In ogni caso una grandissima avventura: un viaggio in parete che non ha pochi punti in comune con quello di venticinque anni fa e che, a quanto pare già tentato o almeno sognato da gente piuttosto in gamba, non è assolutamente detto che verrà ripetuto troppo presto. Perché in quel posto incredibile, le cui incognite sono state quasi una molla, una fonte di energia e di voglia per De Leo, Sanguineti (che ringrazia Trangoworld per il materiale fornitogli), Appino e Coranotte, il «momento magico che bisogna saper interpretare, che non è difficoltà e basta ma che coinvolge la conoscenza dell’architettura della parete e delle possibilità che essa ci suggerisce», come insegna Gian Carlo Grassi, può farsi attendere per anni.

* * * * * * *

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Foto cover. Nel cuore della “muraglia infernalmente viva”: in apertura lungo l'orrido camino superiore della parete sud della Punta Walker delle Grandes Jorasses. Arch. Marcello Sanguineti


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  • Luca Maspes
    complimenti per l'avventura e per la lealtà del racconto... il genere di salite che ci sono solo due o tre giorni all'anno* penso siano il massimo dell'espressione di "ricerca"... ed è bello che il grande alpinismo riesca ancora a vivere di questa ricerca...

    pochi ma buoni

    ciao
    luca
  • Tra le pieghe della parete come direbbe Paola Favero o ancora, soprattutto per noi dell’est nel vedere certe forre e camini, come direbbe Rudatis:
    "...la prima impressione è di una vaga penombra.
    Ma ben presto vedo che tutto è quietamente illuminato dalla luce diffusa dalle pareti interamente bianche e ripulite, quasi translucenti...
    Più in alto scorgo una lama di luce che mi fa pensare alla spada fiammeggiante del cherubino all'ingresso del Paradiso Terrestre.
    Io però non mi sento dentro il Paradiso Terrestre, e nemmeno mi sento fuori.
    Mi pare di essere in un tempio esoterico dentro la montagna"


    Mica sono pivelli De Leo e Sanguineti hanno già dimostrato di vendere cara la pelle in Le Réveil de l'Ours in Brenva dal finale cattivo e pericolosissimo.

    Qui, insieme ad Appino e Colanotte, hanno lasciato il marchio di fabbrica nonostante l’incompiutezza dei soli 50 metri che li separavano dalla cresta di Tronchey, un quieto bivacco e quella che sarebbe stata una discesa molto più tranquilla, intascata la cima della Walker. E hanno fatto bene: un nome che significa più di 900 metri di via bella e logica. Di una logica che c’è da chiedersi perché già Grassi non avesse tirato su dritto pure lui, invece di quella lunga traversata a sinistra. Di certo non per motivi tecnici o di coraggio; più probabile che lì di ghiaccio non ce ne fosse proprio perché è una parete difficile e raramente in condizioni.

    complimenti!

    Bravo anche a Carlo Caccia: report puntuale e come sempre ricco di spunti.
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