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Il vero “fratellone” della famiglia dei Latok

14 mag 2010, di Carlo Caccia
Latok

La consuetudine, qualche volta, riesce ad avere la meglio sulla verità. Si tace per non complicare le cose, per non navigare controcorrente (anche se nel verso giusto) quando tutti procedono tranquillamente, come se niente fosse, dall’altra parte. E purtroppo anche noi, nel nostro piccolo, in un’occasione abbiamo seguito l’onda e fatto un torto alla realtà: niente di grave, sia chiaro, ma tutte le volte che abbiamo parlato dei Latok – l’ultima soltanto due giorni fa -, pur conoscendo la reale gerarchia all’interno della famiglia (promettendoci ripetutamente di fare chiarezza…) abbiamo sempre fatto finta di niente. Ma è ora di smetterla, per dare a Cesare quel che è di Cesare. E Cesare, in tutta questa storia, è quello che tutti chiamano (e continueranno a chiamare…) Latok II, al quale sia la Ortograjiczna Mapa Szkicowa Karacorum (compilata da Jerzy Wala nel 1971) sia la carta del 1990 della Schweizerische Stiftung für Alpine Forschung (“Fondazione svizzera per la ricerca alpina”) assegnano una quota di 7108 metri, di poco inferiore ai 7145 metri attribuiti (da entrambe le fonti) alla montagna vicina, detta quindi Latok I (il Latok III è quotato, rispettivamente, 6956 e 6949 metri).
Il Latok I, amici lettori, è però più basso del Latok II e la scoperta non è dell’altro giorno. La dobbiamo infatti a don Arturo Bergamaschi (cliccate qui per saperne di più su di lui) che nel 1977, guidando la spedizione a cui riuscì la prima ascensione della seconda delle due montagne, effettuò le triangolazioni del caso e stabilì, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il Latok II era (è) 66 metri più alto del Latok I e sopravanzava (sopravanza) di ben 304 metri il Latok III. Bergamaschi, basandosi su un barometro aneroide situato al campo base e tenendo conto della temperatura e dell’umidità relativa, si cimentò inoltre in una stima delle quote assolute, “alzando” il Latok II a 7151 metri e “abbassando” di conseguenza il Latok I e il Latok III a 7085 e 6847 metri. L’intraprendente sacerdote, sulla base di questi risultati, propose di scambiare i toponimi dei due picchi maggiori (si veda ad esempio il trafiletto a pagina 132 del numero 3-4 del 1978 della “Rivista Mensile” del Cai) ma, come si legge anche sull’“American Alpine Journal” (1998, p. 321), «il Latok II ha continuato ad essere chiamato così sulla maggior parte delle pubblicazioni». Dal canto suo, come troviamo scritto subito dopo, la prestigiosa rivista annuale dell’American Alpine Club, pur «riconoscendo il lavoro del professor Bergamaschi, a proposito del gruppo dei Latok continuerà ad usare le denominazioni della mappa del 1990».
E noi, cosa faremo? Come detto all’inizio, per evitare confusione (visto lo stato delle cose), manterremo – con un certo fastidio… – la linea seguita finora: non ci vestiremo da pecore nere e resteremo buoni buoni nel gregge, senza invertire i nomi delle due montagne. E per quanto riguarda le quote? La questione sarebbe semplice se non ci fossero dubbi sui valori assoluti rilevati da don Bergamaschi: basterebbe infatti riportare quelli. Tuttavia, come noto, attribuzioni basate sul barometro non di rado riservano delle sorprese per cui, ogni volta che ci capiterà di menzionare uno dei tre maggiori Latok, ci dilungheremo un po’ ricordando sia la quota indicata sulla carta del 1990 sia quella stimata dal sacerdote-scienziato-alpinista (sulle cui misurazioni relative, ci teniamo a ripeterlo, non vi è invece alcuna ragione di dubitare).

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La montagna indicata nella mappa è il Latok II (7108 m secondo la carta svizzera del 1990, 7151 m secondo le misure di Arturo Bergamaschi)

Foto cover. Il gruppo dei Latok (Panmah Muztagh, Karakorum) da sud-ovest: una parata di giganti che precipitano con pareti e pilastri di 2000 (e più) metri sul Baintha Lukpar Glacier (che confluisce da est nel Biafo Glacier). Da sinistra a destra: il Latok II (7108 m secondo la carta svizzera, 7151 m secondo Bergamaschi) con di profilo il pilastro sud salito dagli italiani nel 1977, il Latok I (7145 m secondo la carta svizzera, 7085 m secondo Bergamaschi), il Latok III (6949 m secondo la carta svizzera, 6847 m secondo Bergamaschi) con la sua inviolata parete ovest e infine il “piccolo” Latok V (6190 m). Più a destra, non visibile, si innalza il Latok IV (6456 m). Foto di M.I. Hayyain (www.summitpost.org)


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