
18 giugno 1985: Gian Carlo Grassi, Renzo Luzi e Mauro Rossi, dai casolari di Tronchey, raggiungono in cinque ore la base della parete sud della Punta Walker delle Grandes Jorasses. Hanno risalito il ghiacciaio di Pra Sec, incassato tra la cresta omonima a sinistra e quella di Tronchey a destra, e ora sono lassù, al cospetto di quella che con i suoi 1400 metri è la più alta parete del massiccio del Monte Bianco: quella «muraglia infernalmente viva» che «sembra opposta allo sforzo dannato del ghiaccio che vuole entrarle nel cuore» (così Guido Alberto Rivetti, nel 1926, sulla “Rivista mensile” del Cai). Grassi e compagni conoscono la storia della parete: sanno dei sogni del biellese Miller Rava e della favolosa impresa di Alessandro Gogna e Guido Machetto che, dal 9 all’11 agosto 1972, furono i primi ad aver ragione di quel pazzesco bastione. Alle 22.30, superata senza difficoltà la crepaccia terminale, il terzetto si ferma in attesa di attaccare e due ore e mezza dopo, all’una del 19 giugno, scatta l’operazione “couloir fantasma”: Grassi, Luzi e Rossi vogliono salire la parete interamente su ghiaccio, in piolet traction, passando prima a destra della Gogna-Machetto e poi alla sua sinistra. Il sogno, dedicato a Gianni Comino (scomparso il 28 febbraio 1980 durante un visionario tentativo nel cuore della parete della Brenva, sul pauroso seracco tra la Via della Pera e la Major), diventa realtà dopo 11 ore di scalata, condotta in cordata soltanto lungo i risalti inclinati a più di 75°, fino ai 4206 metri della Punta Walker: il vertice estremo delle Grandes Jorasses. Tutto questo, grandioso ed epocale, venticinque anni fa. Tutto questo raccontato da Gian Carlo Grassi sulla “Rivista mensile” del Cai (novembre-dicembre 1985) in un articolo, intitolato Lo sviluppo di un’idea, che oggi (qualcuno sa già perché proprio oggi…) dobbiamo rileggere con attenzione.
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LO SVILUPPO DI UN’IDEA
di Gian Carlo Grassi
DALLA ROCCIA AL PROBLEMA DELLA VIA DI GHIACCIO. Nel 1979, in un’ottica di ricerca di ascensioni su ghiaccio, mi ero reso conto che in determinati momenti la parete sud delle Grandes Jorasses si poteva superare per una via completamente autonoma, in piolet-traction interamente su ghiaccio.
Era l’embrione che stava nascendo verso una nuova ricerca, un nuovo modo di concepire la scalata su ghiaccio: l’ascensione del “couloirs fantasma”. Con Gianni Comino ci eravamo posti due alternative: affrontare questa salita oppure il seracco a sinistra della Poire sulla parete della Brenva. Scegliemmo la seconda, forse perché meno intimoriti dalla tradizione dialettica della letteratura precedente.
L’anno scorso (1984, ndr), a giugno, primo appuntamento con la parete. In compagnia del fortissimo ghiacciatore canadese Bernard Maillhot (il cognome corretto è Mailhot, ndr) ho tentato due volte il problema senza speranza di successo: prima il brutto tempo, poi il forte disgelo che trasformava la goulotte incassata nell’imbuto iniziale in un vero torrente ruscellante, che trascinava nel suo scorrere pietre e blocchi di ghiaccio di ogni dimensione. Una grossa delusione, considerando la difficoltà del percorso di avvicinamento, su un ghiacciaio spesso insuperabile a causa del terreno estremamente tormentato e del fatto che per superare il crepaccio terminale, diventato strapiombante, avevamo fatto ricorso alle più raffinate manovre tecniche, spendendo tre ore di sforzi.
IL MOMENTO GIUSTO. In aprile 1985 la goulotte è tutta formata: con Piero Marchisio, in una bianca e calda giornata, lasciamo Plampincieux. Sette ore di marcia sono necessarie per raggiungere il solitario ghiacciaio. Andiamo avanti nella nebbia come verso l’incontro di contrade sconosciute. Le brume di tanto in tanto svaniscono e l’occhio vede nitidamente come sia irta di difficoltà la parete, molto lontana da come mi appariva nei sogni. A mezzogiorno, al riparo di una grotta formata dall’accostamento del ghiaccio contro le bancate granitiche, assistiamo per tutto il pomeriggio ad un bombardamento continuo del ghiacciaio. Le scariche scendono dappertutto lungo le pareti che racchiudono la conca; tutto questo è impressionante, tanto da fare impallidire le più mitiche leggende sull’Eiger.
Alla sera iniziamo la scalata, con l’intenzione di andare avanti tutta la notte. L’acqua ruscella sulla goulotte di ghiaccio anche se la temperatura è inferiore allo zero. Usciamo fradici dopo l’imbuto iniziale per vedere, poco dopo, abiti e materiali ricoprirsi di ghiaccio. In alto, dopo 300 metri di dislivello, ne abbiamo a sufficienza di salire senza la più pallida protezione fra muri di ghiaccio marcio e stalattiti instabili. Esitiamo perplessi di fronte ad un salto orripilante sul quale scorre l’acqua, già oramai avvolti dalle ombre della notte. Scendiamo quando speravo ancora nella fine del mito di questa parete. Scendiamo spontaneamente come eravamo saliti: l’efficacia è appannata e ad ogni corda doppia siamo obbligati ad abbandonare un moschettone, pena il non scorrimento della corda, che si gela saldandosi alle fettucce. Alle quattro di mattina rieccoci a Planpincieux con un’avventura terminata bene, un’avventura in più con la A maiuscola. I fatti di questa notte mi lasciano ancora spettatore distaccato dal risultato, anche se oramai completamente impregnato del clima di ansietà introdotto dalla parete. In fondo, quando la bellezza è senza tempo, le strade si incontrano, rendendo tutto ancora possibile.
Il break di un altro tentativo distolto dal maltempo all’inizio del ghiacciaio e poi, il 19 giugno 1985, la riuscita. Il freddo fuori stagione ha trasformato la parete in una corazza di ghiaccio: è un momento magico che bisogna saper interpretare. Un momento che non è difficoltà e basta, ma che coinvolge la conoscenza dell’architettura della parete e delle possibilità che essa ci suggerisce. Un momento atteso da anni, capace di trasformare una parete rovinosa di scariche in un’oasi tranquilla: una natura da interpretare con intuizioni finissime e non da dominare. Una fuga ininterrotta verso l’alto, senza soste, in 12 ore, nella notte. Un attimo lunghissimo, di questa notte impenetrabile, quando i contorni si confondono nel fascio emesso dalla frontale, quando le forme ispirano un opaco senso dell’ignoto, il corpo cerca la libertà in un gesto perfetto.
Gestualità monotona del lancio degli attrezzi, ma efficace negli orrori verticali, freddi, angolosi, brutali. La materia fredda, riposta al fondo dei canaloni vetrosi, capace di risvegliare una certa poesia di forze oscure. Strana realtà in questo paesaggio folle, che si contrappone alla pazzia e all’egoismo dello scalatore ossessionato dal successo sociale.
Qui non esiste altro che il vuoto impalpabile dell’oscurità, dominato da una sottile serenità che ti nasce dentro; anche la paura è scomparsa, intrappolata nell’auto laggiù in fondovalle.
In vetta alla Walker percepisco la strana sensazione della conclusione di un ciclo di ricerca, che mi ha permesso di vivere una delle idee alpinistiche più importanti del Monte Bianco.
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Grandes Jorasses (4206 m), Punta Walker, parete sud – Via in memoria di Gianni Comino (Direttissima), 1400 m, VI/6. Prima e finora unica ascensione: Gian Carlo Grassi, Renzo Luzi e Mauro Rossi, 19 giugno 1985
Foto cover. La parete sud della Punta Walker delle Grandes Jorasses: per Guido Alberto Rivetti una «muraglia infernalmente viva» che «sembra opposta allo sforzo dannato del ghiaccio che vuole entrarle nel cuore». In primo piano la rocciosa cresta di Pra Sec; a destra, contro il cielo, la cresta di Tronchey. Foto di Yves Masselot (www.summitpost.org)
Foto 1. La parete sud della Punta Walker delle Grandes Jorasses: in rosso la “Via in memoria di Gianni Comino” (Direttissima), in fucsia la “Gogna-Machetto”. La via di Grassi, Luzi e Rossi presenta una sezione iniziale caratterizzata da una serie di goulottes (divise da due piccoli nevai) con diversi tratti a 90°. Segue un lungo (4 tiri) traverso su una “falsa cengia” a sinistra oltre cui, con altri 50 metri, si arriva al grande couloir (con una cascata a 75-90°) che costituisce la terza parte della salita. Il tracciato indicato da François Damilano nella guida “Neige, glace et mixte. Le topo du massif du Mont-Blanc” è parzialmente sbagliato (troppo a sinistra nella parte inferiore della parete). In gran parte scorretto è anche quello indicato da François Labande nel secondo volume dell'edizione ridotta della Guida Vallot. Foto di Yves Masselot (www.summitpost.org)
Foto cover. La parete sud della Punta Walker delle Grandes Jorasses: per Guido Alberto Rivetti una «muraglia infernalmente viva» che «sembra opposta allo sforzo dannato del ghiaccio che vuole entrarle nel cuore». In primo piano la rocciosa cresta di Pra Sec; a destra, contro il cielo, la cresta di Tronchey. Foto di Yves Masselot (www.summitpost.org)
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