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«Mount Logan never gives up»

21 mag 2010, di Carlo Caccia
Logan 3

ODISSEA ALPINISTICA D’ALTRI TEMPI: LA PRIMA SALITA DELLA CRESTA SUD-SUD-OVEST DEL COLOSSO CANADESE. UN’IMPRESA FIRMATA NEL 1979, IN STILE ALPINO (15 GIORNI DI SCALATA), DA ALAN BURGESS, RAYMOND JOTTERAND, JIM ELZINGA E JOHN LAUCHLAN

«Mount Logan never gives up»: il Mount Logan non si arrende mai. Parola di Raymond Jotterand, canadese, che nel 1979, con i connazionali Jim Elzinga e John Lauchlan e il britannico Alan Burgess, firmò quella che resta una delle più grandi imprese realizzate sul colosso dello Yukon: la prima salita, in stile alpino (15 giorni di scalata), della proibitiva e lunghissima cresta sud-sud-ovest. La sfida era di prim’ordine: raggiungere la cima ovest (Philippe Peak, 5925 m) della montagna per quella nervatura che, proporzionata a tutto il resto, si sviluppa per una decina di chilometri – superando un dislivello complessivo di 4000 metri – dal Seward Glacier.

LA STORIA. I precedenti quattro tentativi a vuoto non scoraggiano il nostro impavido quartetto che, dopo un’attesa di due settimane (causa maltempo), può finalmente salutare le rive del Kluane Lake – che si trova ad un centinaio di chilometri, in direzione nord-est, dal Mount Logan – per decollare alla volta del proprio sogno di ghiaccio e roccia. Alpinisti e materiale vengono depositati a sinistra, ossia a ovest, della Hummingbird Ridge: in pratica lo sperone centrale dello smisurato (è largo 30 chilometri…) versante meridionale del Logan, quella cresta che, percorsa per la prima volta nel 1965 da Richard Long, Allen Steck, Paul Bacon, Frank Coale, John Evans e James Wilson, porta direttamente ai 5959 metri della cima principale. Jotterand, Elzinga, Lauchlan e Burgess piazzano così il loro campo base tra la Ridge appena menzionata e quella parallela (più o meno) alla sua sinistra, che era il loro vergine obiettivo.
La permanenza al campo base e quindi l’“acclimatamento”, a quota 2700, durano soltanto due giorni, passati a scommettere sulle valanghe: a quando la prossima? Cinque minuti? Mezz’ora? Un minuto soltanto? Poi l’avventura entra nel vivo. Prima lungo un couloir di 750 metri e poi, dopo il primo bivacco (su un pendio ghiacciato a 55°, appena sotto il primo punto di domanda della salita), lungo una fascia rocciosa che, oltre ad essere assai “interessante” (più o meno sesto grado), porta ad una cresta molto “peruviana” con funghi, neve inconsistente e sicurezza zero: il tutto, già molto saporito, condito con esclamazioni che non sarebbe bello ripetere. Avanti, dunque: senza incontrare difficoltà estreme ma lentamente, con i nervi a fior di pelle.Il quartetto arriva a 4250 metri. Alan e Raymond fanno del loro meglio su un muro quasi verticale di lanugine polverosa e poi tocca a John (“The First Canadian Climbing Star”: la sua luce si sarebbe spenta nel 1982, a 28 anni, durante un tentativo solitario sulla mitica Polar Circus), tocca a John – dicevamo – tentare, subire (con volo) e ritentare una sezione di roccia marcia più difficile della precedente. Proprio in quel punto, l’anno precedente, il quarto moschettiere della cresta sud-sud-ovest (Jim) si era procurato un’ammaccatura sul cranio…
La musica resta poco gradevole: Alan, impegnato su 10 metri di neve di qualità non proprio eccelsa, obbliga i soci ad aspettare per ben due ore e più tardi, quando la squadra sta risalendo il pericolosissimo, candido lenzuolo che porta alla fascia rocciosa più impegnativa, il tempo decide di giocare un dispetto e di peggiorare. Che fare? Semplice: bivaccare per la sesta volta, alla base del salto di roccia e cominciare ad aspettare il ritorno del sole. L’attesa, però, si fa più lunga del previsto e due notti dopo, mentre i nostri sono ancora lì, come quattro belle statuine su quei miseri ripiani scavati nel ghiaccio, si scatena il finimondo.
Una massa di neve, staccatasi da chissà dove, piomba sulla tenda di Alan e Raymond, seppellendo il primo e scaraventando il secondo lungo la parete, per un breve giro fuori programma. Due ore più tardi, riparata la tenda, i due compari si domandano: ma c’è più neve dentro o fuori? Per fortuna la situazione migliora: si fanno i bagagli e si riparte. A John l’incarico di trovare la soluzione del gran problema: la fascia rocciosa più tosta della cresta. Il freddo si fa sentire e si va avanti: Alan affronta una sezione di misto, spacca un rampone e più in alto, a 5200 metri, un crepaccio diventa la casa dei nostri, che a questo punto si sentono davvero stanchi. Finirà mai questa pazzia?
Lo sperone continua ma non ci sono dubbi: niente linea ideale ma fuga a sinistra, su quel pendio di neve, per scappare al vento e cercare la cima e la salvezza. Già: dove si trova la vetta? I quattro guerrieri non hanno idee precise in merito, la devono cercare ma quando – alle 23 del 30 giugno 1979, dopo 15 giorni di combattimento – Alan e Raymond sbucano lassù, a 5925 metri, lo spettacolo è fantastico: un tramonto grandioso, indimenticabile. John e Jim arrivano il giorno dopo, pronti per cominciare l’epica discesa («Mount Logan never gives up»: il Mount Logan non si arrende mai…) per la via normale, per quella lunghissima King Trench sul versante ovest percorsa nel 1925 da A.H. MacCarthy, H.F. Lambart, A. Carpe, W.W. Foster, N.H. Read e A. Taylor: i primi vincitori del gigante.


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Foto cover. Veduta aerea da sud-est del Mount Logan (5959 m). Dalle nubi emerge la parte superiore del versante meridionale della montagna, largo circa 30 chilometri e caratterizzato da giganteschi speroni che si allungano sul Seward Glacier (www.canadianspectator.ca)


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