
KATSUTAKA YOKOYAMA RACCONTA
IL SUO MOUNT LOGAN (E NON SOLO)
Con le sue imprese sta lasciando il mondo (alpinistico) a bocca aperta. Ma a sentir lui, che nei giorni scorsi ha firmato un capolavoro assoluto sul Mount Logan, tutto è quasi un gioco, molto divertente. Sì, abbiamo pensato: per un fuoriclasse del genere potrebbe anche essere vero. Ma poi ecco la stoccata: «Non sono mai stato un grande alpinista e sono ancora immaturo». Alt. Cosa? Abbiamo capito bene? Certo: Katsutaka Yokoyama – 31 anni, giapponese di Kanagawa, detto “Jumbo” per via dei suoi 82 chili per 175 centimetri, a suo agio sulle montagne più remote ma pure sul grado 8 in falesia – una cosa simile l’ha scritta anche sull’“American Alpine Journal”. Resta allora da capire cosa riuscirà a combinare, con i suoi inseparabili compagni – Fumitaka Ichimura e Yusuke Sato, per esempio -, quando sarà “davvero” esperto e capace. «Non ho avuto bisogno di essere un grande alpinista – spiega ancora – ma dovrò diventarlo per affrontare nuovi grandi, difficili obiettivi. Questo vale per me. E il Mount Logan resterà una delle pietre miliari, che indicano la distanza percorsa, della mia vita alpinistica».
Le altre, cominciando da quelle alaskane in compagnia di Ichimura, sono la prima salita di Shi-Shi (1800 m, M5 e AI5, nel 2005) sulla parete sud-ovest del Mount Huntington (3731 m), la seconda ripetizione di Denali Diamond (2500 m, M7 e A1, in origine VI e A3, ancora nel 2005) sulla parete sud del McKinley (6194 m), la prima salita di Before the Dawn (1000 m, VI, M6 e WI4+, nel 2006) sul Broken Tooth (2758 m) e la terza ripetizione integrale di Deprivation (2000 m, 90°, ED+, ancora nel 2006) sul pilastro nord del Mount Hunter (4442 m). Nel 2008, con Ichimura e Sato, sono arrivate una via nuova (Climbing is Believing, 1300 m, VI, AI5, M7R e A1) sulla parete nord-est del Bear’s Tooth (3261 m) e il memorabile concatenamento di Isis Face (2200 m, V+, A1, M4 e 60°, seconda ripetizione), della Ramp Route (1200 m, in discesa) e della Diretta Slovacca (3000 m, VIX, M6, WI6+, terza ripetizione) sul McKinley. Ed eccoci al 2009 quando il nostro, con Genki Narumi, è tornato sul pilastro nord del Mount Hunter e ha messo a segno la terza ripetizione di Wall of Shadows (1800 m, VI, WI5+ e M6R). Chiudiamo passando dall’Alaska alla Bolivia (Cordillera Real) per ricordare i successi del giugno 2006 (entrambi con Ichimura): la prima salita di Acalanto (950 m, WI5R) sulla parete sud del Pico Layca Khollu (6159 m) e la prima salita di Puerta del sol (1200 m, WI5R e M5) sulla parete sud dell’Illimani (6439 m).
Ma torniamo al Mount Logan, per capire come e perché Yokoyama ci è arrivato. Risposta: «Un amico mi ha mostrato una foto della montagna, che mi è sembrata semplicemente stupenda. E visto che avevo in programma un soggiorno in Canada, il Logan mi è parso il posto migliore dove concludere il mio viaggio». Insomma: innamoratosi a prima vista, il nostro eroe ha raggiunto la fanciulla dei suoi sogni – la parete sud-est della seconda montagna del Nordamerica, a lungo corteggiata da altri (Jack Tackle e Jay Smith, per esempio) – e al primo colpo l’ha fatta sua. Si è forse montato la testa per questo? Neppure per sogno: «Siamo stati semplicemente fortunati. Il cielo, durante la nostra salita, è sempre stato perfettamente blu. Punto». Katsutaka, telegrafico, pensa che le sue risposte non ci soddisfino ma non è così. Perché rapidamente arriva all’essenziale, ci fa capire il suo approccio a questo genere di scalate e all’alpinismo in generale, che per lui significa… ecco: qui le parole fanno davvero fatica ad arrivare. «È estremamente difficile rispondere a questa domanda – cerca di spiegare -: l’alpinismo, forse, è soltanto divertimento. O forse è il modo migliore di vivere».
In ogni caso è una disciplina fantastica, che riserva momenti come quello che Yokoyama ha voluto raccontarci: «La parete del Mount Logan era superata. La cima, però, era ancora lontana: temevamo un cambiamento del tempo e non sapevamo cosa fare. Continuare o no? Il quarto giorno il cielo era ancora limpido. Così abbiamo deciso di andare. Ci siamo trascinati a fatica su terreno facile, impiegando molto più tempo del previsto, e al colle sotto la cima – che stava oltre 600 metri più in alto – ci siamo sentiti esausti, senza forze. Ed eravamo sempre preoccupati per il tempo: in quel momento c’era il sole, certo, ma non potevamo escludere un peggioramento improvviso. Così abbiamo discusso sul da farsi, questa volta decidendo di tornare indietro. Ma proprio mentre stavamo cominciando la discesa non ho potuto fare a meno di esclamare: “Ahhh…”. E subito Okada: “Andiamo in cima”. Così, dopo un paio d’ore, eravamo lassù: non posso descrivere la gioia che ho provato in quel momento. Perché, superata quell’enorme parete, l’obiettivo doveva essere la vetta!». I due “samurai” hanno dunque voluto rischiare? Nossignori. «Sul Mount Logan – spiega Yokoyama – non abbiamo corso rischi. La parete, dal ghiacciaio, mette in mostra numerosi seracchi, apparendo così pericolosa. Ma la nostra via, con tempo favorevole, è assolutamente sicura. And yes, of course, la scalata è stata un vero godimento: faticando in montagna ci si diverte sempre!».
In fondo, per il nostro eroe, tra il suo “debutto” in Alaska nel 2005 e la sua ultima impresa non ci sono differenze sostanziali: «Si va sul posto, si guarda la parete, si sceglie la linea e si comincia a salire. È semplice, no? Bisogna comunque dire che il maggiore isolamento del Mount Logan rispetto al Denali cambia parecchie cose. Sul Logan ero decisamente sotto pressione: per l’isolamento e per la mancanza di informazioni sull’itinerario e sull’evoluzione del tempo». Eppure, sul McKinley, Katsutaka e compagni hanno realizzato ciò che per molti era inimmaginabile: un concatenamento pazzesco, una delle pagine più grandiose della storia dell’alpinismo alaskano. Così, almeno, per il “pubblico”. Ma attenzione: per Yokoyama, che l’ha vissuta da protagonista, oggi «quella salita non rappresenta più il massimo. Abbiamo seguito – ci ha detto – delle vie già percorse: non dovevamo fare altro che andare avanti. Avevamo tutte le informazioni: sulle vie, sulle condizioni meteorologiche… Sapere che qualcuno ha già scalato l’itinerario che stai affrontando rende tutto più facile: è questa la grande differenza tra una “prima” e una ripetizione». Detto questo non possiamo fare a meno di domandare a Katsutaka cos’ha in mente per il futuro ma non otteniamo nulla: «Questo è top secret! Posso dire soltanto che spero di realizzare qualcosa di grande».
Fine dell’intervista? In verità abbiamo ancora una domanda, che parte dalle ultime righe di uno scritto di Katsutaka: quel bellissimo Pachinko on Denali pubblicato sull’ultima edizione (2009) dell’“American Alpine Journal”. Citiamo: «Cinque mesi dopo (nell’autunno 2008, ndt), in Nepal, scendendo lungo il ghiacciaio ai piedi della parete nord del Kangtega, guardavo quella muraglia dove eravamo stati sconfitti. Il nostro fallimento dipendeva da molte ragioni ma, ad essere sincero, quella parete mi aveva fatto paura. Tatsuro e Yuto (Tatsuro Yamada e Yuto Inoue, scomparsi sul McKinley durante la primavera 2008, i dettagli qui e qui, ndt) avevano intenzione di venire con me. Sul Kangtega non riuscivo a sentirmi a mio agio ed ero preoccupato per Itchy (Fumitaka Ichimura, ndt) e Yusuke, impegnati sulla parete nord del Kalanka. Erano partiti per l’India un mese prima e non sapevo come se la stavano passando. I miei sentimenti dimostrano che sto maturando. Ho scalato piuttosto avventatamente e non posso non pensare alla morte: a quella dei miei compagni e alla mia. Ho ancora molti problemi da risolvere. E sono convinto che sia lo stesso per i miei amici, gli altri “Giri-Giri Boys”». Cos’ha dunque pensato Katsutaka “Jumbo” Yokoyama, elemento di spicco di questo gruppo scanzonato di giovani alpinisti giapponesi (ormai ai vertici dell’alpinismo mondiale), una volta di fronte alla grande parete del Mount Logan? Ha provato ancora paura? Ascoltiamolo: «Non saprei dire… qualcosa nella mia mente è cambiato. Dai giorni del Denali è passato del tempo. Credo di essere stato capace di mettere ordine nei miei sentimenti, nei miei pensieri per la morte di un compagno».
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Foto cover. Il Mount Logan (5959 m). In primo piano, chiusa a sinistra dalla “Warbler Ridge” che porta direttamente alla cima est (5900 m) che nell'immagine sembra la principale (visibile invece a sinistra), la parete sud-est. La via di Yokoyama e Okada, oggettivamente sicura, segue lo sperone che termina in corrispondenza di quel “gradino” arrotondato oltre il quale la cresta est si fa quasi pianeggiante. Foto di Gerald Holdsworth (www.commons.wikimedia.org)
Foto 1. Katsutaka “Jumbo” Yokoyama. Foto di Genki Narumi (www.blackdiamondequipment.com)
Foto 2. 5 maggio 2010: Okada impegnato su una delicata crestina nevosa nella parte mediana della parete. Foto di Katsutaka Yokoyama
Foto 3. Ancora 5 maggio 2010: Okada conduce la salita lungo un ripido diedro di M5, appena sopra il tiro chiave della via. Foto di Katsutaka Yokoyama
Foto cover. Il Mount Logan (5959 m). In primo piano, chiusa a sinistra dalla “Warbler Ridge” che porta direttamente alla cima est (5900 m) che nell'immagine sembra la principale (visibile invece a sinistra), la parete sud-est. La via di Yokoyama e Okada, oggettivamente sicura, segue lo sperone che termina in corrispondenza di quel “gradino” arrotondato oltre il quale la cresta est si fa quasi pianeggiante. Foto di Gerald Holdsworth (www.commons.wikimedia.org)
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