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Via nuova sul Cervino: un affare di famiglia

26 mar 2010, di Carlo Caccia
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HERVÉ E MARCO BARMASSE, IL 17 MARZO 2010, HANNO FIRMATO LA PRIMA SALITA DEL COULOIR DELL’ENJAMBÉE: UN’IMPRESA TECNICA E PSICOLOGICA, NEL CUORE DELLA PARETE SUD DELLA “GRAN BECCA”, CHE RIVIVIAMO NELLE PAROLE DEL VETERANO DELLA CORDATA

«Io e altre guide del Cervino, negli anni Ottanta, eravamo riusciti a salire diverse vie in inverno e in giornata: eravamo quindi maturi per tentare il couloir che spacca in due la parete sud della “Gran Becca”, pronti per entrare nel suo cuore.
Con Walter Cazzanelli, alle due del mattino del 21 dicembre di 24 anni fa, sono partito dal Breuil per tentare di salire la goulotte che arriva all’Enjambée, classico passaggio della via normale italiana. Arrivati a due terzi dell’ascensione, vista l’ora tarda e un banco di neve che sovrastava un muro verticale dove non c’era possibilità di piazzare buone protezioni, abbiamo deciso di tornare indietro. Siamo rientrati al Breuil dopo 24 ore di fatica, soddisfatti di quella goliardica esperienza vissuta in un angolo selvaggio del Cervino.
Da quell’anno, ogni inverno, ho cominciato a curare le condizioni del couloir, che non veniva salito da nessuna cordata. Ultimamente ci avevano provato due alpinisti svizzeri ma, arrivati al punto raggiunto da me e da Walter, anche loro avevano pensato di rinunciare.
Intanto Hervé, mio figlio, era cresciuto e non soltanto in altezza: oltre che come guida alpina andava per monti alla ricerca di linee tecniche e nuove, cercando l’avventura e la difficoltà. Sul Cervino aveva aperto vie e ripetuto difficili itinerari, in solitaria e in inverno, e sapendo dalla salita incompiuta mi ha proposto di tentarla insieme. Così, nonostante le condizioni insidiose, le grandi difficoltà e l’età del secondo di cordata, la scalata si è conclusa con successo. Il couloir era rivestito di neve inconsistente, facendoci arrivare più tardi del previsto all’inizio delle difficoltà dell’ultima parte, quella sconosciuta.
Ho rivisto il muro che mi aveva sbarrato la strada 24 anni fa. C’erano anche un friend e un chiodo da ghiaccio del tentativo degli svizzeri: il passaggio era molto impegnativo ma Hervé, caparbio e risoluto, dopo alcuni tentativi è riuscito a passare arrampicando a mani nude. Dopo il primo salto abbiamo incontrato altri tratti verticali ma i passaggi più impegnativi erano rappresentati da placche molto inclinate, coperte di neve zuccherosa, sulle quali era impossibile proteggersi. Hervé è riuscito a salire, lentamente, senza mai perdere un passo, e così siamo arrivati all’uscita, più o meno alle 20.15. Era fatta: eravamo sulla normale italiana all’Enjambée, praticamente a casa! Ci siamo rifocillati con frutta secca e tè ghiacciato, siamo ripartiti alla volta della capanna Carrel e l’abbiamo raggiunta che era già passata l’una di notte. Nel couloir si è sovrastati, quasi schiacciati, dall’immensa parete sud del Cervino…».

Cosa aggiungere alle parole di Marco Barmasse, che a 61 anni ha avuto la voglia e la capacità di dire ancora la sua sulla grandiosa parete sud del Cervino? Potremmo scrivere che questa salita, cullata per anni e realizzata di slancio il 17 marzo 2010, è stata un po’ il completamento di un incontro: di un faccia a faccia sui generis cominciato a distanza il 16 aprile 2007 quando Hervé, classe 1977, ha salito in prima solitaria (e in prima ripetizione assoluta) la Direttissima sulla stessa parete. Lungo quella via, aperta da Marco con Walter Cazzanelli e Vittorio De Tuoni nel 1983, il figlio ha seguito il padre dopo quasi un quarto di secolo; lungo il Couloir dell’Enjambée, dopo quasi un quarto di secolo dal tentativo di Marco e Walter, padre e figlio in cordata sfruttavano gli stessi appigli e gli stessi appoggi nel giro di pochi minuti: erano davvero insieme sulla “loro” montagna, dove quell’incisione che dall’Enjambée (l’intaglio tra il Pic Tyndall e la “testa” del Cervino) precipita per 1200 metri verso la base della muraglia, attendeva ancora una salita. Un problema evidente, certo, una poderosa via logica che era stata uno degli ultimi sogni di Giancarlo Grassi ma che, come sempre o quasi sulla “Gran Becca”, più che offrire un sano arrampicare impone un gioco delicato di muscoli e di nervi: perché muoversi lassù è come camminare sulle uova portando una mucca sulle spalle, con il rischio aggiuntivo di diventare bersaglio di poco benevoli proiettili partiti da chissà dove.
Realizzata di slancio, abbiamo detto. Già, perché Hervé e Marco hanno quasi improvvisato, decidendo di cacciarsi lassù soltanto un paio di giorni prima dell’azione: le previsioni meteorologiche annunciavano una parentesi di bel tempo, questa coincideva con un giorno libero di entrambi e allora… via! L’affare di famiglia è entrato nel vivo alle 7.30 del mattino, quando la premiata ditta “Barmasse & Barmasse” ha attaccato la selvaggia Sud.
«La prima parte della via – spiega Hervé – si svolge leggermente a destra rispetto al couloir vero e proprio: una salita diretta sarebbe stata troppo rischiosa, esponendoci a tutte le scariche provenienti dalla parte superiore della parete. In pratica, una volta cominciata la scalata, esclusa qualche breve pausa non ci siamo mai fermati: siamo andati avanti incontrando un’alternanza di tratti impegnativi e di tratti più facili e arrivando, dopo due terzi di via (sempre a sinistra della Direttissima del 1983), all’inizio della sezione chiave dell’ascensione». La via era lì davanti, tra il Pic Tyndall e il “corpo principale” del Cervino, indicata da quella stretta e ripida spaccatura di circa 400 metri dove nessuno aveva mai osato avventurarsi. I Barmasse, insieme, non si sono tirati indietro: mantenendosi sul lato destro del couloir, con l’uscita che sembrava sempre a portata di mano ma che non arrivava mai, hanno arrampicato con fantastica determinazione. Fino a quando, a circa 150 metri dal traguardo, un ostacolo più ostico degli altri ha rischiato di compromettere tutto. «Era uno strapiombo marcio, ricoperto di neve – racconta Hervé –: un rompicapo di cui non trovavo la soluzione. Ho effettuato diversi tentativi finché mio padre, da sotto, mi ha urlato che mi lasciava ancora una possibilità: se non ce l’avessi fatta, vista l’ora e i -17 gradi (bivacco da evitare, quindi), avremmo buttato le doppie. Così sono passato… Siamo usciti, appena sopra l’Enjambée, che erano più o meno le 20.15. Anche la discesa, lungo la classica Cresta del Leone, pur non paragonabile alla salita, non è stata per nulla banale: basti pensare che siamo arrivati alla capanna Carrel che era ormai l’una di notte».
Facciamo a Hervé la domanda fatidica: quella sulla difficoltà della via. La sua risposta però non è un codice misterioso, quella “M” seguita da un numero più o meno alto che sa di guinness dei primati. Per il giovane Barmasse «su una cosa del genere, arrampicando con le mani gelate con l’ultima protezione (spesso e volentieri cattiva…) a 15 metri, non ci si chiede quanto è difficile ma come fare a non cadere. Il giorno prima aveva nevicato: la montagna era una massa di neve polverosa appoggiata su rocce di cui era meglio non fidarsi. Una cosa molto particolare, quindi, tutta diversa rispetto ad esempio alle Grandes Jorasses: il misto con le picche, sul Cervino, l’ho fatto soltanto sulle placche, sfruttando gli attrezzi come se fossero dei cliff. Sui salti verticali, come ho detto, l’unico modo per passare era arrampicare “con le mani”, sempre coi ramponi ai piedi. Il ghiaccio? Non ne abbiamo quasi trovato: in tutta la via non più di pochi metri. Se ci fosse stato, al posto di tutta quella neve non trasformata, sarebbe stato meglio… Insomma: la difficoltà di una linea del genere, chiaramente percorribile soltanto in inverno, dipende molto dalle condizioni e l’altro giorno, purtroppo, la situazione non era ottimale. Penso che se il tentativo di mio padre, 24 anni fa, fosse andato a buon fine, avrebbe segnato una vera svolta perché il Couloir dell’Enjambée, ancora oggi, è una salitona: sia dal punto di vista tecnico sia, soprattutto, da quello psicologico».

* * * * * * *

Link per approfondire

-Hervé Barmasse in solitaria lungo la Direttissima sulla Sud del Cervino:
www.intotherocks.splinder.com/post/11986266

Foto cover. Hervé e Marco Barmasse, quasi invisibili (a destra del grande sperone roccioso si scorge la giacca gialla di Marco, più in alto - leggermente a destra - si trova Hervé), il 17 marzo 2010 durante la prima ascensione del proibitivo “Couloir dell'Enjambée” nel cuore della parete sud del Cervino. Foto aerea di Damiano Levati


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  • andy_spiz

    Sì, la cosa più bella è la cordata di papà e figlio...semplicemente fantastico.

  • Anna Maria

    Luca sei un mito forse a causa della recente tua paternità, SEI IL SOLO CHE HA PENSATO A ME

  • luca maspes

    una delle più belle storie degli ultimi tempi... e facciamo i complimenti al grande marco mantenuto "elettrico" dagli anni (e dal genepy!) e ad annamaria per avere un marito ed un figlio così!

  • ivo

    linea logicissima che occhi e alpinisti esperti che conoscono la loro montagna hanno sapuro rendere realta!
    la cosa più bella però?....un padre e un figlio, il massimo!
    fortunati loro
    ivo

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