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Claudio Corti (1928-2010)

4 feb 2010, di Carlo Caccia
Eigerwand

Il “Marna” se n’è andato: questa notte, all’ospedale di Lecco. Se n’è andato con tutte le sue storie, con quel suo modo di fare unico e inimitabile. Se n’è andato con il suo Eiger, che gli ha segnato la vita come se lui – Claudio Corti da Olginate, Ragno della Grignetta e Accademico del Cai – fosse andato in montagna soltanto quella volta. La verità, però, è molto diversa, fatta di vie nuove e di storiche ripetizioni. «Se io e i miei cari siamo e resteremo insieme sulle nostre montagne – ci confidava una volta a bassa voce Vera Cenini Lusardi, la quasi novantenne “signora del Masino” -, devo ringraziare un prezioso amico, un forte alpinista rimasto coinvolto in storie molto più grandi di lui: Claudio Corti. Proprio il Claudio, sì, che nel 1971, sulla Cima Scingino, ha aperto un difficile itinerario (non ancora ripetuto e del quale Vera conserva gelosamente la relazione, dattiloscritta da don Luigi Gandini, ndr) dedicandolo a mio marito Giacomo. L’anno dopo è stata la volta della via che ricorda mio figlio Guido, sul Piccolo Medaccio di fronte alla Cima Scingino, e quindi di quella sulla Sud-est del Badile, la Vera».

Ma le prime creazioni del “Marna” nel magico regno di granito delle Alpi centrali sono addirittura del 1953: quella sul Cengalo, quella sui Pizzi Gemelli e quella, la Felice Battaglia, sulla Est-nord-est del Badile. Il gioco è andato avanti l’anno seguente sul Picco Luigi Amedeo e nel 1955 sul Pizzo Torrone Occidentale. Più lontano, invece, Claudio ha salito in seconda ripetizione la via di Marino Stenico sullo spigolo nord-ovest del Campanile Basso (1954) e per due volte ha tentato la prima ripetizione della Bonatti sul pilastro del Petit Dru (1956). «Poi – ci raccontava proprio il giorno in cui l’abbiamo conosciuto, in una piovosa mattina di fine maggio – ho fatto la Est del Monte Rosa, la Direttissima dei Ragni sul Grand Capucin in prima ripetizione, la cresta sud dell’Aiguille Noire, la Via delle guide sul Crozzon di Brenta, il Diedro Oggioni sulla Brenta Alta, la Comici sulla Cima Grande di Lavaredo, la Cassin e lo Spigolo degli Scoiattoli sulla Cima Ovest, la Cassin sulla Piccolissima in invernale, la Costantini-Apollonio e la Paolo VI sulla Tofana di Rozes, la Maestri sulla Roda di Vael, la Soldà sulla Marmolada, la Micheluzzi sul Ciavazes… Ne ho salite un bel po’, insomma, tutte da capocordata. Mi piaceva proprio arrampicare: preferivo scalare, che camminare. Anche in inverno, quando molti andavano a sciare, io andavo alle Calanques. Bei tempi… allora ero davvero in forma: facevo l’operaio ed ero sempre allenato. Così sono andato anche al Cerro Torre, sulla parete ovest. Ricordo che sui Gemelli ho arrampicato senza scarponi lungo una placca ripidissima e liscia, con il chiodo a non so quanti metri. Purtroppo ho dovuto smettere presto per problemi al cuore: troppe sigarette… Ma negli anni di grande attività ero curioso di conoscere nuove vie e nuove pareti, volevo arrampicare dappertutto, soltanto per piacere personale. Tanto che alcune vie, quelle che mi divertivano di più come le Cassin sul Badile e sulla Piccolissima di Lavaredo ma anche lo Spigolo Vinci al Cengalo, le ho ripetute diverse volte. In verità non sono mai stato un collezionista di salite».

In mezzo a tutto questo la tragedia dell’Eiger la cui parete nord, nel 1957, non aveva ancora visto alcun successo italiano. Claudio, con l’amico Stefano Longhi, lancia la sfida il 3 agosto di quell’anno: parte sbagliando l’attacco, sale per un buon tratto e ad un certo punto, rendendosi conto dell’errore, decide di scendere per seguire la via giusta. I lecchesi vengono così raggiunti dai tedeschi Günther Nothdurft e Franz Mayer. Ad un certo punto, per un malore che aveva colto Nothdurft, i quattro si legano in un’unica cordata: Corti in testa, Mayer secondo, poi Nothdurft e infine Longhi. Le condizioni meteorologiche non sono buone e il gruppo procede con grande lentezza fino a giungere, venerdì 9 agosto, in prossimità del cosiddetto Ragno: è a questo punto che Longhi, con le mani ormai congelate, cade. Impossibilitato a proseguire, viene lasciato su una cengia: l’intenzione di Corti, ormai a soli 300 metri della vetta, è di raggiungerla nel più breve tempo possibile per poi organizzare una spedizione di soccorso. Ma, mentre sta arrampicando, viene colpito al capo da una pietra e, intontito, precipita per una trentina di metri. Claudio è ferito e non ce la fa a proseguire: saranno quindi soltanto i due tedeschi a raggiungere la cima e a lanciare l’allarme. Così Nothdurft e Mayer completano la salita per poi morire di sfinimento (e non a causa di una valanga) durante la discesa. Claudio viene poi recuperato con un imponente dispiegamento di uomini e, a soccorso terminato (per Longhi non c’è stato niente da fare), cominciano a piovere i sospetti e le accuse. Il taciturno operaio lecchese si trova nel mezzo di una tempesta forse più terribile di quelle sopportate in parete: lui, unico superstite e testimone, interrogato alla stregua di un delinquente, racconta più volte l’accaduto. Ma non c’è niente da fare: le sue affermazioni, in verità non sempre chiare, vengono demolite l’una dopo l’altra. Se Riccardo Cassin ritiene Claudio responsabile della morte di Longhi, in quanto avrebbe dovuto rendersi conto che Stefano non sarebbe stato in grado di affrontare una parete come la Nord dell’Eiger, è però la scomparsa di Nothdurft e Mayer ad alimentare i dubbi più inquietanti. E la cordata degli accusatori, ad un certo punto, è guidata nientemeno che da Heinrich Harrer: uno dei primi salitori dell’Eigerwand. Harrer, basandosi anche su alcune affermazioni del giornalista Guido Tonella che, con Cassin, aveva intervistato Corti a Interlaken poco dopo la tragedia (Tonella: «È mia convinzione che Corti non voglia rivelare tutta la verità! Peggio ancora, credo che abbia qualcosa da nascondere, un segreto che non vuole svelare»), non risparmia pesanti critiche all’alpinista italiano, contestando la sua relazione dei fatti presentata al Cai e accusandolo di aver rallentato la progressione dei tedeschi. «Tutte queste ipotesi – ha scritto Toni Hiebeler, alpinista di spessore e tra gli artefici della prima invernale della leggendaria parete – solo perché le descrizioni di Corti sono contraddittorie. Un delitto, nel cuore di quella gigantesca parete dove ogni alpinista deve potersi fidare ciecamente dei compagni? E questo sospetto infamante solo perché le dichiarazioni di un uomo rimasto tra la vita e la morte per otto notti e nove giorni su quella montagna del terrore, flagellata dalla bufera, erano parse contraddittorie? E da parte di persone che, stando sedute a tavolino, non potevano certo misurare l’abisso di disperazione di chi era stato più vicino alla morte che alla vita. Per loro contava soltanto la frase, il vocabolo: senza pensare allo stato di evidente confusione in cui si dibatteva l’uomo che li aveva pronunciati. Nove giorni! Nessuno tra quanti avevano criticato le affermazioni di Corti aveva vissuto una simile esperienza. Ma egli dovrà continuare a portare con sé per quattro anni (fino al decisivo ritrovamento, lungo la parete ovest, nel 1961, dei corpi di Nothdurft e Mayer, ndr) il peso di quei dubbi e di quei sospetti».

Il “Marna” se n’è andato e a noi restano i ricordi delle chiacchierate con lui; di quella volta che la moglie lo voleva convincere a mettere la cravatta e lui no, no e poi no, va bene così perché mi stringe; di quella volta che, tra i pensionati di Rancio, è uscito con una battuta delle sue, di quella volta che… basta. Il “Marna” se n’è andato: con le sue storie e il suo Eiger, con i suoi silenzi e tutte le sue montagne. E in questo giorno triste, con il cielo grigio come quella volta otto anni fa a fine maggio, troviamo un po’ di luce soltanto pensando a quanto, senza retorica, siamo stati fortunati ad averlo conosciuto.

Foto cover. La mitica Eigerwand dove, nel 1957, si è consumata la tragedia che ha visto Claudio Corti unico sopravvissuto (www.wikimedia.org)


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