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Evento – Mostra // vedi tutti gli eventi

Le inaugurazioni di Paesaggi di guerra

apertura:

8 Agosto 2010

chiusura:

20 Agosto 2010


palazzetto Polifunzionale
Tenna (TN) [Italia]


L’immagine del Trentino alla fine della Prima guerra mondiale

Mostra fotografica diffusa realizzata dalla
Rete Trentino Grande Guerra per le sedi di:
//Tenna, Palazzetto Polifunzionale 8 agosto – 20 agosto 2010
//Castello Tesino, Teatro Comunale 31 luglio – 29 agosto 2010
//Daone, Villa de Biasi 31 luglio – 29 agosto 2010
//Pergine, Sala Mayer 25 luglio – 06 agosto 2010
//Luserna, Centro Documentazione
24 luglio-2 novembre 2010
// Moscheri di Trambileno, Auditorium
25 luglio-8 agosto 2010
//Piazza di Terragnolo, Palestra
14 al 29 agosto 2010
//Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra
9 luglio – 31 ottobre 2010
//Vallarsa, Sala teatrale Sant’Anna
3 luglio – 18 luglio 2010
//Paneveggio, Centro visitatori Paneveggio
3 luglio – 12 settembre 2010
//Strigno, Biblioteca Comunale
26 giugno – 25 luglio 2010

Per informazioni e approfondimenti: www.trentinograndeguerra.it
dove è possibile scaricare il programma di tutte le mostre locali
e consultare il calendario degli eventi ad esse collegati.

Il Trentino alla fine della Grande Guerra
Il Trentino uscito dalla Prima guerra mondiale riprese a vivere con un orizzonte disegnato più da difficoltà e incognite che da fiducia e certezze. I problemi da affrontare e i drammi da superare erano enormi: migliaia di morti tra soldati e civili; una quantità ancora maggiore di reduci, profughi e invalidi da reinserire nelle comunità e nel mondo del lavoro; un numero imprecisato di trentini soldati austro-ungarici prigionieri nei campi italiani in attesa di ritornare ai propri paesi; la crisi finanziaria dovuta alla svalutazione dei titoli e della moneta e al mancato rimborso dei prestiti di guerra; la cancellazione, contestuale al dissolvimento della monarchia asburgica, del vasto mercato interno cui si indirizzava la produzione agricola locale; il consolidarsi di memorie contrapposte e talvolta confliggenti tra chi aveva combattuto e perso con la divisa austriaca e chi, arruolatosi volontario nell’esercito italiano, poteva a buon diritto presentarsi nelle vesti di ‘redentore’.
Tra i problemi più impellenti vi era certamente quello rappresentato dai pesanti danni di guerra patiti dai paesi della cosiddetta “zona nera”, posta lungo il vecchio confine tra Trentino e Regno d’Italia. Si trattava di una lunga striscia di territorio che comprendeva alcune tra le aree economicamente più sviluppate del Trentino, la cui devastazione pesava in maniera particolare sulle complessive condizioni socio-economiche dell’intera regione. A occuparsi della ricostruzione fu dapprima il Genio militare e poi, dal febbraio 1920, la Sezione Lavori pubblici del Commissariato civile per la Venezia Tridentina.
(dal saggio di Andrea Di Michele sul catalogo della mostra)

Un sintetico bilancio della prima attività di ricostruzione
Il bilancio [di Gualtiero Adami] si ferma all’agosto del 1921, quando l’opera del Governatorato (civile) in favore dei privati si trova ormai in scadenza. [...] gli ingegneri del Genio civile ci consegnano un bilancio non solo con alcune immagini significative, ma anche con quattro tabelle. Risulta da queste che al 31 ottobre 1921 per l’opera di ricostruzione «in cifra tonda» si erano spesi complessivamente 224 milioni di lire, mentre al 30 settembre dello stesso anno a fronte di 27.800 case danneggiate o distrutte il Genio militare aveva provveduto a riedificarne 1720 e il Genio civile 10.010, per un totale di 11.730 edifici. A questi ne andavano poi aggiunti 4915, ultimati per conto dell’iniziativa privata, e altri 6210 in corso di esecuzione. Pur tenendo conto di incongruenze, esagerazioni e dell’impossibilità di una verifica dei dati, i numeri esposti porterebbero dunque a concludere che in circa tre anni la ricostruzione aveva provveduto a recuperare circa l’ottantacinque per cento degli edifici, in quanto sui 27.800 danneggiati rimaneva da prenderne in mano circa cinquemila. Il passaggio delle competenze in favore degli edifici privati al Consorzio della Provincia e dei Comuni Trentini non sembra comunque porre fine a quest’opera considerevole. Proseguirà anzi per quasi tutto il decennio, contribuendo a ridisegnare il volto di alcuni centri, anche in maniera sostanziale. Un’eventuale ricerca in questa direzione potrà dunque aiutare a comprendere meglio alcune radici di un’architettura rappresentativa delle nuove esigenze e del nuovo stato nazionale.
(Dal saggio di Mauro Grazioli sul catalogo della mostra)

Strigno
«Dopo circa un’ora salutai il mio ospite, il primo uomo che incontravo in Valsugana dopo l’evacuazione del 21 maggio 1916, e mi avviai verso Strigno. Quando vi giunsi ristetti sgomento davanti a una rovina immane: il paese non era che un cumulo di macerie ustionate. Le case, crollate e arse, avevano ostruito le strade. Sulla piazza maggiore si ergeva un immenso cumulo di sassi e calcinacci il cui apice raggiungeva certamente i 6, 7 metri di altezza e in vetta al quale era cresciuta un’alberella di alcuni metri.
Il particolare che più mi colpì fu la constatazione che fra tutti quei cumuli di materiale non si scorgeva il più piccolo pezzettino di legno. Perfino le teste delle travature incassate nei muri erano state consumate e ciò mi diede l’idea dell’immensità del rogo che aveva abbrustolito il paese.
Nelle diverse contrade scavalcai per più di un’ora i molti cumuli di macerie in un silenzio di tomba. Vidi la mia casa distrutta e il mio laboratorio demolito dalle cannonate. Non incontrai anima viva: Strigno era un immane scheletro bruciato e abbandonato. Ritornai a Bassano col cuore disfatto. Strigno non sarebbe più risorto! Forse per volontà stessa del destino, quasi incolume fra tanta rovina era rimasto il vecchio campanile per ricordare ai posteri le infamie dell’uomo quando ridiventa barbaro.»
Carlo Zanghellini, Le mie guerre, Croxarie, Strigno 2002

Paneveggio
“Riusciti fuori poi attraverso i tunnels della trincea sulla cresta della montagna, eccovi su una piaggia maligna, seminata di pietre ferrigne e di migliaia di schegge di granata o di pallottole di schrapnelss. Ferro e porfido, piombo e ghiaia nerastra dappertutto, sotto raggi di un sole cocente. Nessuna vegetazione nel regno della morte, se si eccettuano delle chiazze di margheritine bianche di alta montagna, sbocciate in qualche cratere, ove fino a pochi giorni fa si s’era adagiata la neve. E si sale ancora continuamente dalla tetra valle di Giuribrutto verso la cima più alta della cresta dove si mantennero sempre germanici o austriaci, ad un tratto la scena lugubre diventa macabra. Siamo agli avamposti italiani. Nell’ultima trincea giacciono a brandelli alcuni cadaveri. Uno scheletro, a pochi passi, vi sembra ancora un alpino disteso boccone con il fucile in atto ancora di sparare. Ma appressandovi v’accorgete che nell’elmetto non sta che uno teschio bianco colla mascella fracassata e due occhiaie terrificanti. Un avambraccio, staccato, serra ancora il fucile che è contorto violentemente. D’intorno le schegge di un granata che lo ha colpito in pieno: presso lo scheletro un mucchio di cartucce vuote. Pochi lungi altre ossa divenute bianchissime e luccicanti sotto i raggi del sole, poi altri brandelli, poi cenci impigliati nel reticolato, che contenevano ancora le membra scheletriche di chi le portava. Arriviamo finalmente sulla cima, donde l’occhio domina tutta la fronte dalla Marmolada al Cauriol. Non è il momento di fissare sulla carta le impressioni che vengono via o salgono su fino a voi da tutte queste montagne che mostrano dappertutto ancora i segni più profondi che la guerra ha scavato fin dentro alla loro ossatura, le lacerazione della loro veste di verzura, gli  schianti delle loro foreste.”
Alcide Degasperi, Il nuovo Trentino, 1919

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Informazioni e repertorio fotografico in www.trentinograndeguerra.it


  • Giancarlo Sciascia
    Numerose e suggestive le immagini inedite in questo importante tassello del mosaico dei Paesaggi di guerra trentini. Commovente lo spaccato di una comunità che riparte, come testimonia una di queste immagini del 1919, con i bambini di allora che si tengono per mano in posa davanti alla loro baracca, lo sguardo fermo, il nonno e la mamma accanto e un cappello festivo.
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