CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE
C’è una persona che conosco da oltre 35 anni, cioè dal 1975, per la comune frequentazione delle pareti di Rocca Pendice, perché condividiamo la passione per l’alpinismo, anche se, nonostante ciò, non ci è mai capitato di arrampicare insieme.
Siamo entrambi istruttori di alpinismo (lui però a livello nazionale) ma non abbiamo mai insegnato nella stessa Scuola, non ci siamo mai frequentati perché abitiamo in città diverse (io a Ferrara e lui a Padova), eppure ogni volta che capita di incontrarci ci salutiamo cordialmente come fossimo vecchi amici, pur non essendolo nei fatti; tuttavia sarebbe assai riduttivo per me definirlo un semplice “conoscente”.
Negli ultimi tempi le circostanze hanno voluto che ci incontrassimo più spesso: a ottobre dello scorso anno alla Torre di Padova (quello che potrebbe essere definito come il suo “regno”) per uno stage di prove dinamiche (continua…)
CORRISPONDENZE D’AUTORE | PAROLE VERTICALI
«Senza prima né dopo, senza alto né basso, destra o sinistra, senza stop, frecce o sensi di marcia. Una banderuola che gira nella testa e, seguendo il vento, si orienta e si disorienta.»
(Chantal Mauduit, Abito in Paradiso, Edizioni Versante Sud, 2003, p. 13).
“Seguendo il vento”, riparto. Il sole, proprio in questo momento, bacia le vette più alte. Ed io mi preparo.
Desidero raggiungere il Rifugio Plan, collocato a 2989 m di altezza. Faccio fatica: è il primo giorno di cammino ed ho alle spalle la stanchezza degli ultimi giorni. È sempre faticoso ripartire. Si sa cosa si lascia, (continua…)
CORRISPONDENZE D’AUTORE | PAROLE VERTICALI
Oggi, riparto. Posso dire così, e solo così. Perché le nostre sono sempre e solo “ripartenze”. La partenza è già avvenuta, una volta per sempre. Quando qualcuno o qualcosa (l’universo, la vita, il caso, Dio, …) ci ha messo con i piedi su questa terra, noi siamo partiti.
Allora, nella notte dei tempi, negli spazi smisurati del cosmo, nel profondo silenzio, tra gli scricchiolii degli elementi e dopo le deflagrazioni della materia, sono apparsi germi di vita. Più sul mare che sulla terra emersa dalle acque, sembra.
Da allora, è iniziato il nostro camminare sul suolo terrestre, (continua…)
I miei zii di Pecol difficilmente mi facevano lavorare a lègne, avevano molto riguardo nei miei confronti anche perché ero un cittadino, «no t’es usà a far fàdighe» mi diceva lo zio Mario, e l’abitudine alla fatica era una componente importante quando si doveva andare nel bosco a recuperare la prèsa assegnata alla famiglia per alimentare la stufa e garantire il riscaldamento nei lunghi mesi dell’inverno. C’era anche la capacità manuale che mancava e la poca conoscenza degli strumenti di lavoro e del loro uso, quindi il timore che potessi farmi male; c’erano però lavori che non richiedevano grande abilità, come portàr fòra (cioè il trasporto a spalla dei pezzi di tronco tagliati e sramati in precedenza) o anche tiràr tàie (trascinare a valle i tronchi mediante un chiodo con anello piantato nella testa della pianta e collegato a una grossa fune).Quel giorno avremmo dovuto andare con la zia Veronica proprio a tiràr tàie, perché le avevano assegnato una pianta su a Cialàde, sicché gli accordi erano che lei sarebbe partita presto e avrebbe preparato la pianta, (continua…)
CORRISPONDENZE D’AUTORE | SOSTA MOBILE
Giuridicamente Mario non è più un giardiniere; dal punto di vista lavorativo è “solo” un pensionato. Ma per me Mario è e rimane giardiniere fino al midollo.
Mario ha infatti lavorato per una vita al Comune di Genova, Ripartizione Giardini e Foreste. Proprio così: la città di Genova, che pur nulla ha a che vedere con il Massiccio Centrale, la taiga siberiana, la giungla amazzonica, le Montagne Rocciose, burocraticamente era dotata anch’essa di foreste fino a qualche anno fa. E in queste foreste Mario ha lavorato per quarant’anni filati. Tutte le mattine partiva da un paesino fuori e sopra Genova, per recarsi in uno dei luoghi più bucolici della città.
Esiste ancora oggi una serie di balze erbose e di “fasce”, o terrazzamenti, raccolte su loro stesse, in una piccola valletta che guarda il mare ed all’interno di un quartiere elegante; qui era situato il piccolo ma fornito giardino botanico costruito e alimentato all’interno del vivaio da Mario e da altri appassionati dipendenti comunali. (continua…)
CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE
«Come fare per esserci un po’ anche dopo? Parole?»
Una frase evocata, ma non letta completamente, se non nell’ultima parola.
Una frase giudicata “insostenibile” perché, dentro, scava ancora il ricordo di chi l’ha scritta e se n’è andato con il presagio di “doverlo” fare, come tutti del resto, ma prima del previsto, in anticipo sui tempi, dettati da un male che si è rivelato, improvviso, cattivo e impaziente.
Il pubblico nella bella chiesa di San Gregorio, in Piazza dei Signori a Treviso, ascolta, composto e partecipe, si sta presentando il libro postumo di Mario Crespan e il suo spirito aleggia.
Ha scritto Giovanni nella sua recensione: «Qui ogni riga è una cengia da percorrere completamente con la curiosità di vedere cosa c’è alla fine, e le parole sono appigli e appoggi che compongono un movimento (continua…)
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