Corrispondenze


9 giu 2012, di Gabriele Villa

Pensieri s(con)fusi di un alpinista terremotato

CORRISPONDENZE | STORIE

«Aiutateci. Siamo ostaggi dei campanili: stanno distruggendo la nostra vita e i nostri paesi».
Erano alcuni dei messaggi scritti sui cartelli esposti dagli abitanti dei paesi terremotati di Reno Centese e Buonacompra, nel ferrarese, durante quella che è stata definita “la civile protesta”, consistente nell’attraversare, avanti e indietro, sulle strisce pedonali, non per creare un disservizio bloccando forzatamente il traffico, ma per poterlo rallentare in modo da avere la possibilità di parlare con i passanti e attirare l’attenzione sul loro problema.
«Se i campanili crollano, senza un abbattimento pilotato, distruggono non solo le nostre case, ma tutto il centro del paese» – questo, in buona sostanza, il nocciolo della questione espresso dai manifestanti che si sono visti costretti ad abbandonare le loro case, non perché inagibili dopo il terremoto del 20 maggio 2012, ma per timore del crollo dei campanili lesionati in maniera irreparabile e tuttavia rimasti in piedi in una maniera che i tecnici hanno definito “soprannaturale”. Gli stessi tecnici i quali confermano «è evidente che i campanili tengono fuori la gente dalle proprie case e dai paesi» e, ho pensato io, svolgono adesso un ruolo antitetico a quello per cui sono stati costruiti, cioè “chiamare a raccolta” i fedeli cristiani nelle chiese presso cui sorgono, oltre ad essere punto di riferimento per i cittadini, sia come centro geografico di un paese che nello scandire il succedersi delle ore della giornata e il vivere della comunità.

Una cosa che non mi è stata insegnata, ma ho imparato negli anni dell’adolescenza divisa tra i paesi di Vigarano Pieve nel ferrarese e di Pecol di San Tomaso nell’agordino. Soprattutto il campanile di San Tomaso, visibilissimo da Pecol, scandiva le ore delle nostre giornate estive di ragazzi e ricordo bene la campana serale dell’Angelus che chiudeva le nostre giornate di giochi perché, ci avevano insegnato gli adulti con interessata perfidia, dopo gli ultimi rintocchi le anime dei defunti cominciavano a vagare nel buio.
Chi si sarebbe mai fidato, anche tra i ragazzi più grandicelli. a non obbedire ai richiami delle madri e a non tornare a casa per tempo prima del buio? Era un deterrente eccezionale, una paura che valeva più del richiamo e la annunciava il campanile, così come, a mezzogiorno chiamava la gente a tavola per il pranzo con i suoi insistiti rintocchi che, stavolta, erano di contentezza e ribaditi dal piacevole “l’è pronto in tàola” della zia Armida.
La funzione di riferimento geografico nei paesi di montagna come San Tomaso, nei quali il campanile era visibile da chilometri di distanza, era così scontata da non venire colta nel suo significato che invece è precipuo nei paesi di pianura.
A me è stata invece insegnata da un collega di lavoro ed eravamo già all’inizio degli anni ’80. Erano i primi mesi di lavoro a Ferrara dopo dodici anni di pendolarismo nell’hinterland della zona industriale di Bologna e, assieme al collega, eravamo impegnati nella consegna dei Bilanci di Previsione dell’Ente presso cui lavoravamo, un Consorzio di Comuni per la gestione dei vari acquedotti da riunificare sotto un’unica gestione. Il nostro compito era di portare copia dei Bilanci agli amministratori delle varie comunità e io, che fungevo da autista, ero in difficoltà perché dopo anni di pendolarismo non conoscevo la realtà territoriale ferrarese, così lui mi aveva insegnato un “trucchetto” molto funzionale, quanto semplice nella sua immediatezza.
«Segui i cartelli stradali con il nome del comune, – mi aveva detto – quando arrivi guarda dove si trova il campanile della chiesa e vai in quella direzione: lì c’è la piazza del paese e, di fronte alla chiesa, sei sicuro di trovare la sede municipale».
È così che ho imparato a conoscere i campanili del territorio ferrarese, a distinguerli uno dall’altro, a percepirli “amichevolmente” proprio per la funzione di guida che avevano, aiutandomi nel lavoro di fattorino che svolgevo in quei primi anni al Consorzio Intercomunale.

Era più che naturale che, nella mia passione di alpinista, fossi attratto dalle torri e dai campanili e se le prime mi sembravano esprimere un concetto di imprendibilità, i secondi rendevano bene l’idea di slancio e arditezza, ma ho sempre pensato che il termine “campanile” fosse un titolo di merito in più, assegnato proprio per testimoniarne una valenza specifica, quella di essere anche punto di riferimento. Esempi calzanti di questa mia convinzione sono il Campanil Basso di Brenta e il Campanile di Val Montanaia, anche per la storia avventurosa della loro “conquista” da parte degli alpinisti, talmente affascinante da dare spunto a delle riduzioni radiofoniche ispirate proprio alle vicissitudini dei primi salitori e dei loro tentativi di scalata. Ricordo che qualche anno fa presentai una proiezione di diapositive al CAI per le serate riservate alle attività dei soci, e l’idea che mi venne fu quella di mettere insieme le immagini di una serie di scalate in Dolomiti e la chiamai “Torri e Campanili, desideri pietrificati”.
Il titolo voleva rappresentare la mia convinzione che i campanili (e le torri) siano la materializzazione di quello che è lo spirito alpinistico, le conformazioni rocciose che più di ogni altra rendono il concetto del desiderio di scalata che può pervadere l’arrampicatore che sente l’istinto imperioso di raggiungere una meta vertiginosa e palesemente rappresentativa di arditezza e verticalità.

I casi della vita si sono poi incaricati di rendere ancora più stretto il mio rapporto con i campanili (quelli delle chiese, intendo) perché su quelli ci sono andato anche, sia per lavoro che per divertimento, in virtù della mia passione per l’arrampicata. Infatti, Stefano, il mio compagno di cordata degli anni ’80 gestiva un’impresa edile assieme al padre e a volte gli capitava di essere chiamato per effettuare rilievi e anche prime manutenzioni a cornicioni e pareti di campanili e, quando gli serviva l’aiuto di una persona esperta di corde e calate in corda doppia, oltre che con una certa confidenza con il vuoto, chiamava me ad aiutarlo.
Ricordo con molto piacere alcune discese in corda doppia dal campanile del Duomo di Ferrara per effettuare rilievi fotografici per la Sovrintendenza, con la gente meravigliata che, passando nella piazza, stava con il naso all’aria a guardare le nostre strane evoluzioni.
Come anche un’intensa giornata di lavoro, sospesi alle corde ancorate nella cella campanaria, per la rimozione dei pezzi pericolanti del cornicione dei due lati del campanile del paese di Mirabello che insistevano sulla piazza, là dove sotto c’era l’entrata di un cinema e alcuni negozi. Per divertimento, invece, mi è capitato di andare ad una paio di sagre paesane nelle quali si arrampicava per poi scendere a corda doppia dal campanile del paese, simulando anche manovre di soccorso, come, sempre per divertimento, siamo andati a gennaio 2012 nel quartiere di Pontelagoscuro per far scendere la Befana a portare dolci e leccornie ai bambini, chiamati da Don Silvano, l’intraprendente prete del quartiere, ex allievo dei corsi roccia del CAI Ferrara della metà degli anni ‘80.

Sull’onda di questi ricordi e con l’affetto quasi viscerale che mi lega ai campanili, mi sono recato, alcuni giorni dopo il sisma di domenica 20 maggio 2012, in una specie di pellegrinaggio, per vedere e fotografare i “miei” campanili, quelli dei Comuni limitrofi a Ferrara, quelli che mi avevano aiutato ad orientarmi tanti anni fa, alcuni dei quali danneggiati, anche in maniera irreparabile.
Transenne tutto intorno, come a Buonacompra, le case e le strade palesemente deserte, gli abitanti allontanati perché il campanile potrebbe crollare a seguito di un’altra scossa, trasformato da punto di aggregazione e riferimento per tutti, a temuto possibile portatore di morte, isolato e imbragato come un padre impazzito cui abbiano messo la camicia di forza perché si è rivoltato contro i suoi figli che ora ne chiedono l’abbattimento. Del resto come dar loro torto per questa richiesta?
Il campanile di Buonacompra sarà smontato pezzo per pezzo ma alla fine credo che nella gente del posto resterà un vuoto, a testimoniare un’ulteriore subdola violenza psicologica prodotta da un terremoto che continua a far cadere i campanili anche senza ulteriori scosse.

Quasi a fare da contrasto a questi tristi pensieri, mi è tornato alla mente un ricordo lontanissimo… la pagina di un quaderno di scuola elementare…

…un compito a casa che doveva ricordare la ricorrenza della Pasqua…

…si vedeva il disegno di un campanile con la punta slanciata contro il cielo azzurro (direi proprio come quello di San Tomaso Agordino), tutt’intorno erano raffigurate delle rondini in volo…

…un’immagine di serenità e di allegria che mi è rimasta negli occhi, disegnata con un tratto troppo sicuro per essere quello di un bambino di sette o otto anni…

Infatti, più sotto, il giudizio della maestra diceva “Brava la mamma…”.

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Foto Archivio Gabriele Villa / La redazione allega alla preziosa testimonianza del nostro blogger ferrarese il ricordo de Il triste campanile fumante, azione propiziatoria per lanciare la seconda parte di The Sad Smoky Mountains.


  • iborderline

    E' ancora in piedi il campanile che si vede nella foto della discesa in corda doppia?

  • Gabriele Villa

    Quello è il campanile di Pontelagoscuro e non ha subito danni.
    L'anno prossimo probabilmente rifaremo le discese in corda doppia traverstiti da Befana.

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