Corrispondenze


22 mag 2012, di Redazione

Una foto ricordo

CORRISPONDENZE | STORIE DAL CONFINE
di Marko Mosetti

Era una di quelle estati come ne capitano ogni tanto: pioggia, temporali, nella migliore delle ipotesi nuvole basse. No, non ogni giorno, solamente nei fine settimana, nei giorni dedicati alla montagna. Sul quaderno dove mi annoto le escursioni alle date di quella stagione corrisponde una sequela di gite interrotte, cime non raggiunte, ritirate fantozziane, lunghe soste in rifugio. È stato allora che ho preso l’abitudine di infilarmi nello zaino, quando prevedo di stare fuori più giorni, anche un libro. Piccolo, leggero ma che sia un approdo sicuro lontano dalle secche delle partite a carte e dagli scogli delle innumerevoli birre figlie della noia.
Tutti i progetti, anche i più modesti, per quell’estate erano saltati. Il tempo non ne voleva sapere di cambiare. Si viveva alla giornata. Così decisi di prendermi un paio di giorni infrasettimanali, con l’illusione nemmeno troppo nascosta di gabbare Giove Pluvio.
Mi attirava il gruppo del Kreuzeck, stretto tra la valle del Möll e quella del Gail, in Carinzia. Niente di impegnativo, solamente un’occasione per ricaricarmi dopo le molte delusioni di quell’estate, e comunque di vedere delle zone che tendiamo a dimenticare, a non frequentare troppo pur avendole a portata di mano. Avevo l’intenzione di salire le due cime principali e passare in rifugio un paio di notti. Prima tappa la  Feldnerhütte.
La salita dalla valle del Wölla non è eccessivamente lunga, così mi ero mosso da casa con comodo. Nel primo pomeriggio avevo iniziato a camminare ed il sole pian piano ad offuscarsi di nuvole sempre più basse. Mi fu risparmiata l’acqua, fino all’arrivo al rifugio ma parimenti mi fu risparmiata anche qualsiasi vista sul paesaggio circostante, lungo quasi tutta la salita. La maledizione stava colpendo ancora.
Il rifugio era deserto, ero l’unico ospite in quella giornata di metà settimana. Mi sistemai con comodo. Il mio desiderio di tranquillità e di isolamento venne esaudito più che per buona volontà dei gestori dalla mia inveterata idiosincrasia all’idioma locale. Né le reminiscenze scolastiche mi venivano in soccorso aldilà delle frasi della pura sopravvivenza. Fu facile accomodarmi in un angolo della sala da pranzo, con una tazza di tè fumante tra le mani e lo sguardo perso fuori dalla finestra a rincorrere le nuvole basse che nel frattempo avevano cominciato a scaricare barili d’acqua, con la certezza di non essere disturbato. La vista della pioggia mi fece sorgere il dubbio se fosse stato più opportuno mettermi a ridere oppur piangere. Optai per una saggia attesa del mattino seguente. Si sa, la notte porta consiglio ma è il sonno che a volte genera mostri.
Esaurite le pratiche abituali per passare il tempo in rifugi: timbri, firme, cartoline incominciai a gironzolare, guardandomi attorno, poco attratto dai quadri e dalle fotografie alle pareti. I soliti paesaggi, i monti vicini supponevo, che fino ad allora la loro visione mi era stata negata, e personaggi tanto notevoli quanto a me sconosciuti. Una foto di gruppo però mi incuriosì in maniera maggiore delle altre. Non so trovare altro perché, se non quel sottile sentimento di tristezza, nostalgia e desiderio che mi prende quando sono in montagna da solo. Era quella figura femminile in mezzo ai maschi che mi attirava. Niente data né didascalia. Avrebbe potuto essere degli anni tra il 1920 e il 1930, sicuramente non più tarda. I modi, gli abiti, le acconciature, i portamenti ed i tratti, particolari tutti che suggerivano una data se non certa almeno probabile.
Cinque i personaggi ritratti, verosimilmente sulla cima di un monte, ché alle loro spalle il paesaggio si apriva su altre vette più basse e lontane. Tutti in piedi ed affiancati, meno uno, all’estrema destra che sovrastava, stando in piedi su una roccia, alle spalle il suo compagno, sì che le due teste si trovano esattamente sovrapposte. La ragazza è al centro, dà il braccio al suo vicino di sinistra che, peraltro, una mano in tasca e nell’altra un mozzicone di sigaretta, guarda lontano, unico rispetto ai compagni che fissano l’obiettivo. Il quinto, alla sinistra, dal piglio può essere il capo, corda arrotolata portata sulla spalla, mani sui fianchi, occhi piccoli e profondi. La camicia chiara a righine senza colletto, ben chiuso l’ultimo bottone, i pantaloni al ginocchio, forse di pelle, dalla vita alta stretti da una cintura e sostenuti dalle bretelle. I suoi compagni sono uno in maniche di camicia, gli altri due, quelli sovrapposti, quello davanti con un corto giubbetto chiaro, quello più in alto in camicia a scacchi scuri e cappellaccio informe.
L’attenzione però è calamitata dalla ragazza, la fotografia ruota attorno alla sua figura, è sicuramente lei il personaggio principale della rappresentazione. I pantaloni che porta sono sostenuti da una cintura di stoffa multicolore, la camicia è candida, le maniche arrotolate sopra i gomiti, il colletto aperto. Anche lei porta una grossa corda di canapa arrotolata sulla spalla. Gli avambracci sono lisci e lucidi sotto il sole estivo, abbronzati come il viso e quell’ombra di decolletè che si intravvede. Il contrasto con il bianco della camicia ma anche con il braccio nervoso del vicino al quale appoggia il suo è netto e ha un che di intrigante. I capelli sono lisci e chiari ma non biondi, raccolti in qualche maniera sulla nuca, il collo è libero ma alcune ciocche sfuggite al fermo probabilmente durante la salita, pendono ribelli attorno alle orecchie, così come la frangia che vela appena la fronte. L’ovale del viso è rotto dagli zigomi alti, tartari, a sostegno degli occhi chiari e allungati. Le labbra sono leggermente schiuse, in un sorriso o in una parola sfuggita all’attimo. La linea del seno scompare tra le pieghe della camicia stretta nella vita sottile. Per converso la leggera rotazione dell’anca non nasconde la generosità dei fianchi, sicuramente accentuata però dall’informità delle braghe. È una figura solare e certamente non indifferente come può sembrare, ai suoi quattro compagni, cinque con il fotografo.
Quando, dopo la cena e dopo disperati tentativi di conversazione con i miei ospiti, mi ritirai nella cuccetta, il sonno arrivò con gli occhi della fascinosa alpinista d’antan.

Un paio di anni dopo quell’estate cambiai casa, andai a vivere in una di quelle ville della fine del XIX° secolo che rendono Gorizia una città così particolare. La precedente proprietaria dell’appartamento, una anziana signora ultra novantenne, si era ritirata al mezzanino e mi aveva lasciato in uso anche tutta la soffitta.
Non erano passati più di un paio di mesi dal trasloco che un giorno decisi di far ordine nel solaio, peraltro già svuotato dai precedenti inquilini, ma nel quale erano rimaste alcune vecchie cianfrusaglie. Salii per rendermi conto del lavoro che avrei dovuto fare nel seguente fine settimana. Un vecchio letto, una stufa di terracotta irreparabilmente rotta, alcune scatole colme di cartacce, vecchi ombrelli, una porta uscita da chissà quali cardini ed un baule. Non uno di quei bauli da viaggio, piuttosto un grosso scatolo di legno, squadrato, grezzo. A rompergli la monotonia delle linee una piccola maniglia per lato e la cerniera che, chiusa da un pesante lucchetto, sigillava il coperchio. Non ci feci caso subito, nonostante l’imponenza, tanto il grigio spento del quale era dipinto si mimetizzava con polvere e ragnatele. Ma ad un successivo sguardo meno distratto mi scattò in testa un campanello, impazzito, come il cuore che prese un ritmo veloce e per niente sincrono. Un talloncino di carta incollato su un lato, un semplice foglio di quaderno, tratti di matita oramai sbiaditi ma ancora chiaramente leggibili, maiuscoli: ANNA MOSETTI – POLA.
Se Caronte avesse tentato di afferrarmi per le orecchie non sarei schizzato giù dalle scale più velocemente. Scesi dalla vecchia signora a chiederle notizie intorno al baule. Mi rispose che non sapeva di chi fosse, che era lì da prima che ci arrivasse lei, che non era suo né apparteneva alla sua famiglia, che era, in poche parole e come il resto della soffitta, affare mio.
Ero affascinato e turbato dal fatto che qualcuno con il mio stesso cognome mi avesse preceduto in quella casa, scomparendo poi senza lasciare memoria né tracce. A parte il baule. Coincidenze e segni del destino, razionale e irrazionale si rincorrevano e mi strattonavano, ma la curiosità che è femmina e perciò esercita un notevole richiamo sul mio agire, la vinse.
Risalii in soffitta munito di mazza, scalpello, tenaglie e seghetto.
L’eccitazione, l’agitazione, la furia non mi concessero di andare troppo per il sottile. Nessun lavoro di fino, solamente un febbrile e violento armeggiare attorno al lucchetto che ben presto cedette. Sollevare il coperchio del baule prima che per gli occhi rappresentò un violento impatto per il naso. Fu come stappare una vecchia e preziosa bottiglia di barolo dimenticata in cantina. L’aria, gli aromi, gli odori, i profumi di anni oramai lontani, da troppo tempo prigionieri in quel ristretto contenitore sprigionarono tutti assieme, stordendomi. In un attimo quella prima impressione, quell’aria antica se n’era andata, rimanevano ora soltanto gli aromi più grevi e stantii. Il contenuto della cassa era una massa compatta dall’apparente disordine ma che si rivelò più tardi, all’atto di rimettere tutto quanto a posto, come lo sfruttamento ottimale dello spazio disponibile. Mi dette l’impressione di un tangram, quel gioco giapponese che con una serie di figure geometriche riesce a comporre infinite immagini, ma che riposte debitamente accostate formano un quadrato. E proprio come con un tangram si riescono a comporre le infinite figure del mondo che la fantasia ci suggerisce così gli oggetti che estraevo dal baule venivano a raccontare le storie di una vita lontana. In quel metro cubo o poco più ci stava un’esistenza con le cose più semplici come lo zerbino, un lampadario, le pentole, lo schiacciapatate, il macinino del caffè, il ferro da stiro a carbonella, ma anche lo specchio del bagno, l’asse per il bucato, gli stampini per i biscotti, una bugia d’ottone un po’ ammaccata, un calamaio di vetro con un ombra d’inchiostro sul fondo ed una cannuccia d’argento portapennino, da scrittura. Ogni cosa era avvolta in maniera molto accurata in fogli di giornale. Li srotolavo con attenzione, cercando di stirarli. Ne feci una piccola pila, erano fogli tratti da Il Piccolo, Il Corriere della sera, La domenica del Corriere di date comprese tra il 1938 e il 1948.
Da alcuni involti uscirono, e la sorpresa fu grande, degli interruttori da muro. La meraviglia era causata dal fatto che agli interruttori era ancora attaccata  una consistente parte d’intonaco, del quale s’indovinavano ancora i colori e i decori. Mi fermai con quei grumi in mano. Ancora una volta avevano fatto scoccare una scintilla, avevano acceso non le luci di una casa ma immagini di barbarie nella mia testa. Quanto grande deve essere il dolore, la paura e la rabbia se si fugge da casa scavando via, come preziose reliquie, pezzi di muro?
Rimanevano poche cose sul fondo del cassone: due contenitori di cartone, cilindrici, a mo’ di cappelliera e qualcos’altro. La prima scatola, la più grande era decorata con una grossa scritta nera: Panettone Cova – Milano. Il contenuto era tutt’altro. Una piccola farmacia composta da scatoline, vasi, boccette e un aroma fortissimo di medicinale. Rimestavo tra una bottiglia untuosa di olio di vaselina ed una boccetta scura con l’etichetta scritta a mano e un po’ sbavata: etere della Farmacia Dott. Fosco, Mattuglie tel 224.
Curioso allineavo le scatoline, quella azzurra e tonda di Pillole di Brera, disoppilative, della Farmacia di Brera in via Fiori Oscuri, 13 a Milano, con quella nera e oro della digitalina dell’Accademia di medicina di Parigi a lire 11, con il tubetto, teschio, di compresse di piombo acetato, veleno! Ed ancora compresse di borato di potassa, Sedotyol, pomata sedativa non tossica per la cura dei pruriti ribelli, balsamo di pino, il callifugo Rya della Farmacia Sponza di Trieste, le fialette di canfora, aghi per iniezioni Akestra in acciaio temperato, la scatola d’acciaio uguale a quelle che mi terrorizzavano da piccolo ma anche oggi, delle siringhe, quelle terribili, di vetro, tre termometri. Sul fondo una piatta boccetta dalla decorata etichetta liberty, nera e oro: mallo di noce, rende più scuri i capelli leggermente incanutiti ed i capelli rossi. Con la figura stilizzata della vanità femminile sommersa da una valanga di chiome.
L’altra cappelliera, più piccola, era stata spedita ad un indirizzo illeggibile se non nella città, Pola. La marca era Pasticceria Ermete Galbusera, Morbegno, Valtellina. Custodiva un vestito, da sera, di raso rosso. Quasi un semplice tubino, con una balza alla gonna, maniche corte a sbuffo, scollatura pronunciata sulla schiena, davanti solamente un accenno. Dalle pieghe scivolò via una piccola cosa, un cucchiaino d’osso o d’avorio, da caviale. Altre immagini, ricordi possibili, sprazzi di vita. Pochi oggetti ed è come se nella mente mi stessero proiettando un film.
Per ogni involto che scartavo facevo una sosta. Raccoglievo idee e indizi. Ogni oggetto era una piccola storia che veniva raccontata, particolari di una vita che incastrati gli uni negli altri andavano a formare un unico quadro. La piccola farmacia definiva il lavoro, probabilmente infermiera. Gli attrezzi di cucina ed i piccoli arredi della casa parlavano di una condizione modesta ma dignitosa. Anche se quel vestito da sera ed il cucchiaino da caviale scombinavano un po’ le carte. La cura particolare però con la quale questi ultimi oggetti erano stati riposti, rubando molto spazio al poco disponibile, suggeriva un’occasione memorabile, una serata sicuramente romantica il cui ricordo andava conservato con cura. Gli stessi interruttori con l’intonaco attorno raccontavano non di una fuga precipitosa ma piuttosto del dolore e della rabbia del dover abbandonare luoghi, cose, paesaggi, atmosfere care. La speranza, quasi, che il riutilizzare quei piccoli pezzi tante volte distrattamente accarezzati potesse far ritornare quella vita, quelle atmosfere e quei paesaggi anche in altri luoghi. Nei paesi dell’esilio.
Rimaneva sul fondo del baule solamente un ultimo involto. Sollevandolo mi parve di indovinare un quadro, sentivo attraverso i fogli di carta il profilo della cornice, intuivo la fragilità di un vetro. Mi si presentò sul retro, un cartoncino macchiato dal tempo con un timbro blu -Deposito lastre specchi e cornici – Ferdinando Hormann – Trieste – Piazza Goldoni, n.1 (graffio illeggibile) tel. n…
Lo rivoltai, trepidante. Di colpo venni proiettato nella calda sala da pranzo della Feldnerhütte. Era la stessa fotografia, la donna ed i quattro uomini in cima ad una qualche montagna.
Era lei quel’ Anna Mosetti di Pola proprietaria del baule capitato nella mia soffitta? Era lei che avevo incrociato su piani temporali diversi in quella casa ed alla Feldnerhütte? Erano sue le forme rimaste impresse nel raso del vestito rosso?

Il rifugio Feldnerhütte a 2182 metri di quota nel gruppo del Kreuzeck in Carinzia è stato distrutto da un incendio nel giugno del 1988. È stato ricostruito e riaperto nel corso dell’estate del 1989.
Dal 1987, anno in cui l’ho aperto, il baule ed il suo contenuto sono sempre in quella soffitta di Gorizia.
Ho sottratto solamente una cosa che mi piace talvolta usare o anche solamente riguardare o maneggiare: il cucchiaino da caviale.

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Foto di Kiko Trivellato – Archivio Intraisass


  • Gigi

    che storia incredibile

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