Corrispondenze


30 mag 2012, di Michele Santuliana

Il paese silenzioso

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE PEDEMONTANE

:-[ In anteprima per la nostra rivista il primo capitolo de IL PAESE SILENZIOSO uscito in questi giorni per Biblioteca dell'Immagine. La firma è del nostro più giovane autore residente: 24 anni! ]-:

Il primo civico del paese, salendo il colle dalla Val di là – come usano ancora chiamarla, con una sottile vena di disprezzo, quelli della Val di qua – è il cimitero, un bel cimitero col muro di sassi e il cancello di ferro. Appare all’improvviso dopo una curva, austero e maestoso. Quando torno dalla città mi fermo sempre per una visita. Poco prima del cartello d’ingresso al paese svolto a sinistra, imboccando la stradina stretta, perennemente dissestata che vi conduce. Sceso dall’auto mi avvicino lentamente al cancello, misurando i passi, lasciandomi alle spalle il rumore, lo smog, la velocità frenetica del mondo di giù. Una brezza sale dalla pianura e solletica la fantasia, che vaga tra i ricordi d’infanzia e le vecchie storie ascoltate da bambino…
Sono più di cent’anni che il cimitero sorge in quel luogo. Lo costruirono sul finire del diciannovesimo secolo, dopo che l’altro, a fianco dell’antica chiesa, s’era fatto stretto, al dire dei paesani, perché i morti potessero trovar requie in forma decorosa. Non potendo contare sul parere dei diretti interessati, la comunità aveva deciso di erigerne uno nuovo verso Occidente, in una spianata dalla quale si possono tuttora ammirare la valle, le colline circostanti e, verso nord, le sagome scure del Pasubio e del Carega. Dicono che il giorno della benedizione splendeva un sole magnifico, che si rifletteva sulle pietre bianche agli angoli del muro di cinta e sulle sbarre di ferro battuto del cancello. Il popolo, accorso in gran numero per l’occasione, occupava a chiazze il terreno consacrato, ancora privo di tombe: nessuno in paese s’era voluto assentare in maniera definitiva in quei giorni, nemmeno sotto l’allettante pensiero di essere il primo ad inaugurare il nuovo camposanto. Il curato dal canto suo era però stato irremovibile: un defunto ci voleva per compiere il rito,  a qualunque costo.
Negli archivi parrocchiali non sono rimaste cronache che riportino come si concluse la vicenda, ma secondo la versione più accreditata si tramanda che la comunità andò a prestito di un morto presso una vicina curazia, forse alla Santissima Trinità, situata a due chilometri in linea d’aria verso ovest o, più probabilmente, a Valdimolino, posto più o meno alla stessa distanza, ma nella direzione opposta. Con la prima infatti i rapporti non godevano di salute prospera. Da tempi immemorabili.
Nel vecchio camposanto accanto alla chiesa, presto trasformato in fiorente vigneto, le traslazioni proseguirono a lungo, almeno fino al secondo dopoguerra. Vendemmia dopo vendemmia spuntavano i resti dei poveri morti del passato che il prete di turno puntualmente provvedeva a traslare nella fossa comune.

Mi hanno sempre raccontato che il nuovo cimitero in quel giorno di sole era parso davvero bello ai convenuti per la funzione. Il curato stesso l’aveva ricordato durante la predica. Se era vero che le anime dei poveri morti andavano dritte nell’aldilà, Paradiso Purgatorio o Inferno che fosse, quello era di certo un luogo assai ameno per i corpi in attesa del dies irae. I paesani sorrisero a quelle parole e chi ancora c’era forse ci ripensò decenni dopo, quando, con la febbre spagnola prima e col tifo poi, l’ampia spianata racchiusa dal muro di sassi fu occupata quasi del tutto dalle lapidi di pietra bianca. La zona più densamente popolata rimase per molto quella dei fanciulli volati in cielo, per diventare angioletti, si diceva: un’ intero lotto di terra, dei quattro in cui era stato diviso il terreno. Presto neppure quello spazio bastò più e le piccole lapidi finirono per mescolarsi con quelle più grandi e austere degli adulti. Col passare dei decenni però le cose cambiarono: i bambini cessarono a poco a poco di volare in cielo e il rettangolo di terra a loro assegnato cominciò a spopolarsi. Ai tempi delle mie prime visite al cimitero era ormai rimasta solo un’esigua fila di lapidi a ricordare i tempi dei bambini chiamati da Gesù a fare gli angioletti.
Mi piaceva passare accanto a quelle piccole tombe con le scritte slavate dalla pioggia e l’erba che cresceva a grosse ciocche attorno ai vasi di fiori. Sembravano aiuole trascurate dal giardiniere, abbandonate alla mercé del prato, un tocco di fantasia prima del vialetto pulito e, più in là, delle tetre tombe dei grandi. Qualche lapide mancava della foto; Gesù doveva esser passato prima del fotografo. Quando imparai a contare facevo il calcolo, confrontavo.
- Luigi tre giorni, Antonietta quattro mesi, Mario lo stesso giorno…
Ma questo avvenne solo più avanti. Le mie prime visite al cimitero erano rapide, scandite sui passi nervosi della nonna: insieme percorrevamo i viali, fermandoci a tappe stabilite, come alla via crucis dei venerdì di Quaresima. La stazione principale era quella al loculo della nonna Angela, per cambiare l’acqua ai fiori e dire insieme una preghiera.
- Avvicinati – diceva lei, – dai un bacino alla nonna Angela.
Io allora staccavo la mano dalla sua, nodosa e magra, e mi avvicinavo fino a  sfiorare con le labbra la piccola foto in bianco e nero che ritraeva la mamma della nonna. Imparai solo in seguito che in italiano si doveva dire bisnonna, troppo tardi per un bambino cresciuto in un mondo che parlava quasi esclusivamente l’antico idioma del paese. In dialetto i bis e i pro contavano poco.
Dopo aver dato il bacino tornavo accanto alla nonna, quella legittima, e insieme mormoravamo un’Avemaria e un Leterno riposo. Infine riprendevamo la breve visita dirigendoci verso il cancello nero dell’entrata. Allora non c’erano altri parenti da salutare, a parte lo zio Giuseppe, fratello del nonno, e sua moglie, la zia Pulcheria, morta all’improvviso nell’angusta stalla accanto alla casa mentre portava il fieno alla vacca.
Gli altri parenti dovevano essere già stati tutti traslati nella fossa comune, nell’angolo più lontano del cimitero, verso i campi. Noi in quella zona  ci eravamo stati una sola volta.
- Cos’è quella? – avevo chiesto alla nonna indicando una sorta di botola nel terreno.
- Niente, niente – aveva risposto lei.
Divenuto mocoléto, qualche anno dopo, seppi da un amico più grande che sotto quella botola finivano gli ossi dei corpi riesumati.
- Tutti insieme? – chiesi sbigottito.
L’amico annuì.
- Non per niente si chiama fossa comune – disse.
Io non volevo crederci ma lui confermò che era vero. Ne era certo. L’aveva sentito da suo zio Arcangelo, il sacrestano. E di suo zio c’era da fidarsi riguardo a quelle cose.
A me l’idea che gli ossi venissero gettati là dentro alla rinfusa proprio non andava. Ma dovetti convincermi o finsi di farlo per non doverne più parlare.
Con gli ultimi lavori al cimitero la botola è scomparsa: nel luogo della fossa comune hanno eretto una tomba di famiglia. Alcuni dicono però cha la fossa ancora ci sia da qualche parte. Francamente non credo l’abbiano soppressa del tutto; l’avranno al massimo spostata e avranno occultato l’accesso, forse per evitare traumi psicologici nei visitatori del giorno dei morti.

Di lavori al cimitero ne hanno fatti tanti. Negli anni delle mie visite per mano alla nonna, lo ampliarono: il muro occidentale fu completamente trasformato, con la creazione di  una nuova serie di loculi che rivaleggiavano con quelli costruiti una ventina d’anni prima sul lato opposto. Più bassi di una fila rispetto ai precedenti, si mostravano però assai più aggraziati e belli a vedersi.  Ad eseguire i lavori era stata incaricata la ditta in cui lavorava il papà e quando, al funerale del simpatico e robusto Achille, la bara non passava e i becchini comunali furono costretti a smussarla ai lati mentre tutti si chiedevano il motivo, mi disse che non era colpa del loculo, perché li avevano fatti tutti uguali, a misura standard.
Gli ultimi interventi, in ordine di tempo sono stati proprio quelli che hanno decretato la scomparsa dell’antica fossa comune. Venne sistemato il lato nord e si procedette alla traslazione delle salme dei fanciulli. Questa volta la ditta a cui fu appaltata l’impresa non assolse al compito nella maniera più limpida: fretta, scarsa avvedutezza e piccoli scavatori, generalmente più rapidi rispetto ad una tradizionale pala, ma assai più avventati, seminarono qua e là resti dei poveri morti, suscitando non poche lamentele da parte dei paesani. Portavoce di tutti fu il sacrestano Arcangelo, il quale ebbe per tutta la durata del cantiere un diavolo per capello, o almeno, dicevano i maligni, uno più del consueto. Ogni giorno per un paio di settimane, finiti i turni in fabbrica, si precipitava ad esaminare quali nuovi sacrilegi fossero stati commessi al camposanto. La vecchia Seicento color ciclamino, che aveva sostituito la fedelissima Autobianchi delle scorribande giovanili, si sentiva rombare mentre svoltava agli ultimi tornanti a tutta velocità, imboccava la piccola strada sconnessa e, dopo un’ampia sterzata, si arrestava in prossimità del cancello, trasversalmente, occupando due posti. Era la vendetta personale di Arcangelo per un’altra faccenda, quella del parcheggio, consumatasi un paio d’anni prima. Quante ne aveva avute da dire a riguardo!
In effetti erano pochi i lavori in paese di cui Arcangelo non avesse da lamentarsi, quasi sempre quando lui non vi era direttamente implicato in qualità di organizzatore, o almeno, supervisore. Non era cattivo, solo un po’ rustico nei modi. Tutti in paese ricordavano come fosse sbottato il giorno della festa del patrono, al termine della processione con la statua del santo, riferendosi al nuovo parcheggio comunale realizzato davanti al cimitero.
- Robe da matti! – aveva urlato. – Robacce che solo il comune le può far così. Da prendere il geometra e tirargli il collo come a un pollastro!
Quella volta nessuno aveva potuto dargli torto. L’idea di inserire tra un posteggio e l’altro un’aiola di mezzo metro, in un’area completamente circondata da terreni verdi o coltivati avrebbe fatto sorridere anche il più acceso ambientalista.
Ma Arcangelo non l’avrebbe mai riferito a chi di dovere.
- Io dovrei andare da quei buoni a nulla? Pregarli di sistemare? Neanche morto!
Secondo Arcangelo anche un orbo poteva notare e correggere quella scempiaggine. E così avvenne. Il muretto di cemento che delimitava ogni posteggio venne abbassato a livello del terreno; si ottenne un terzo di posti in più.
- Problemi dell’era degli eco-incentivi a tasso zero – fu il commento a bassa voce di qualche giovane paesano.

Dopo i lavori al muro nord, il cimitero ha perso un po’ del suo fascino. Ormai con la nonna non mi spingevo più così distante da casa, le sue vecchie gambe mal sopportavano tutti quei passi; così me ne andavo da solo, salivo sul colle, scendevo verso il bosco e raggiungevo il cimitero proprio da settentrione. È un itinerario che seguo ancora quando cerco un po’ di silenzio.
Non mi piaceva come avevano restaurato il vecchio muro ormai cadente, e non mi piacevano le nuove tombe di famiglia: una lunga fila di letti matrimoniali di cemento, con le coperte di marmo e le testate decorate ad angeli e Cristi dai capelli biondi e gli occhi turchini. Per realizzarle avevano soppresso il piccolo vano destinato un tempo ai suicidi: in precedenza una piccola porta immetteva  in un fazzoletto di terra divorato dalle erbacce. Ora più nulla si muove tra le aiole che separano i perenni dormitori di famiglia sul lato nord, neppure l’erba, che cresce rigogliosa ma troppo bassa per danzare alla brezza della sera. Solo quando si alza il vento di tempesta qualche vaso di fiori finti male ancorato si lascia cadere, rotolando tra il ghiaino; a qualche metro viene raccolto dalle mani di un visitatore che lo raddrizza e lo ripone di nuovo al suo posto recitando, magari, una preghiera per i poveri morti.

Quando mi ritrovo a passeggiare tra le lapidi sento un’infinita pace calarmi dentro. Un gran silenzio, ritmato dal vento e dal canto dei merli che si rincorrono tra i filari della vigna poco distante, mi accompagna fino al nuovo cancello di ferro zincato. È meno grazioso di quello nero di un tempo ma cigola allo stesso modo. È bello quel suono, pare il campanello di una grande casa. Mentre eseguo diligentemente il segno di croce osservo le tombe, diverse per stile e colori di decennio in decennio: a destra il marmo nero degli anni settanta, di là il grigio corroso dal tempo che andava dopo l’ottanta, poi il bianco, il rosa, colori che vanno oggi per la maggiore. Ma che importa? Sono solo gli ultimi pensieri, prima che i volti incorniciati comincino a raccontare le loro storie. Si accalcano, premono per farsi sentire, eppure ogni voce giunge misurata nel silenzio, come la nota di un’unica canzone, di quelle che cantava il nonno quando stava bene ed era contento:

È arrivato l’ambasciatore
con la piuma sul cappello
è arrivato l’ambasciatore
a cavallo di un cammello.
E ha portato ’na letterina
dove scritto sta così…

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Fotografie di Renzo Pagliarusco (autore anche del dipinto), Luca Lascripa e Antonello Romanazzi, tratte dal libro Montecchio Contemporanea 2010 – Antersass Casa Editrice / La presentazione del libro IL PAESE SILENZIOSO è prevista per venerdì 1 giugno in Piazza a Sant’Urbano, frazione di Montecchio Maggiore


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