CORRISPONDENZE | STORIE
Mercoledì 28 dicembre 2011: come a metà autunno
Nel buio della stanza guardo il display del telefonino che si illumina e comunica: ore 08:55!
Oramai lo so da un pezzo che quando punto la sveglia mi devo mettere gli occhiali, ma ieri sera non l’ho fatto, poi le imposte chiuse e il silenzio della montagna hanno fatto il resto.
Però non tutto il male viene per nuocere perché ho dormito dieci ore. E quando mai ti capita in città una cosa del genere?
Mentre si fa colazione la giornata sboccia definitivamente secondo le previsioni: il cielo è di un terso incredibile, tanto che pare una giornata di metà ottobre, la neve a terra è assai poca e gli alberi hanno il colore spento tipico delle stagioni autunnali.
Bene, ci sono le condizioni per effettuare la programmata arrampicata, ultima dell’anno, perché domani è annunciato il cattivo tempo e tutti quassù tra le Dolomiti si augurano che arrivi la tanto sospirata neve.
Al Passo Valparola le abituali piazzole a bordo strada utilizzate dagli arrampicatori per parcheggiare l’auto sono tutte piene di neve, una quindicina di centimetri soltanto, sufficienti però a impedire l’accesso: mica metti su le catene solo per parcheggiare!
Alla fine trovo un piccolo spiazzo. Ci si prepara e succede che qualcuno dimentica ghette e scarponi in albergo. Vero?
Ma sì, poco importa, è già abbastanza tardi, le giornate sono corte e in fondo basta muoversi un po’ e godere questo sole che sembra accarezzare la schiena mentre ti pieghi ad infilare l’imbragatura.
Tu tieni le mie ghette che hai gli scarponcini bassi, io mi prendo un paio di calze di ricambio, piccozza alla mano, zaino in spalla e si va… subito dentro la neve, di là dalla strada.
Un po’ di freddo e umido alle caviglie non impediscono di arrivare sotto la parete del Trapezio del Piccolo Lagazuoi: già che siamo qui non rinunciamo al piacere di arrampicare, anche se non arriveremo su nessuna cima ma, verosimilmente, scenderemo in corda doppia ben prima che il sole cali verso l’orizzonte.
I piedi sono bianchi e freddi, ma le calze asciutte li accarezzano piacevolmente. Seguono alcune robuste alitate calde dentro le scarpette prima di infilarle: sono le vecchie Mariacher scolorite e risuolate giusto per adoperarle in occasioni come questa.
La parete è asciutta, la roccia quasi tiepida, solo qua e là qualche chiazza di neve si scioglie al sole lasciando scendere un rivolo d’acqua che annerisce la roccia luccicante al sole.
Dalla strada non arrivano i rumori tipici dell’estate, nessuno in giro sotto o vicino alle pareti; qualche camoscio in lontananza sulla parte alta del ghiaione è intento a brucare i radi ciuffi d’erba rinsecchita: si gode la montagna in esclusiva e il piacere del movimento.
D’estate non si arrampica con questa serenità, si è più ansiosi di performance e ci si dimentica quanto sia bello scalare in pace con l’Alpe.
Decidiamo di scendere calandoci da un bel cordone ancorato attorno ad una clessidrona e prepariamo le corde con calma, guardando il panorama attorno. Infine scivoliamo verso la base, rimettiamo gli scarponi (chi li ha), ci ribagniamo i piedi e, seguendo una traccia nella neve compiamo un giro più largo ma meno ripido che ci riporta all’auto.
I camosci intanto sono ancora lassù a gustare gli ultimi raggi di sole: anche loro hanno goduto di questa giornata che sembrava di metà autunno. Chissà se con l’istinto riescono a capire quanto mancherà all’inverno?
Giovedì 29 dicembre 2011: come a metà inverno
Questa mattina la sveglia è suonata presto ma all’ora voluta, anche perché le previsioni danno una perturbazione in arrivo per il primo pomeriggio e noi vogliamo arrivare sulla cima della Croda Negra, una montagna che mi è particolarmente cara: ci sono venuto ad accendere i fumogeni rossi in occasione delle “Tristi Montagne Fumanti“.
Purtroppo si è alzata presto anche la perturbazione. L’auto fuori ha i vetri ghiacciati, la temperatura è di due gradi sotto lo zero (e siamo appena a 1.600 metri), qualche fiocco di neve già volteggia nell’aria sospinto dal vento gelido.
Poco più tardi arriviamo al Passo Falzarego con un vento teso che spinge i cristalli ghiacciati con folate sfacciate. Pare siano trascorsi tre mesi da ieri pomeriggio, ma questa volta gli scarponi ci sono e anche le ghette, i ramponi, la piccozza e l’armamentario invernale.
Si parte decisi, senza dimenticare imbragatura e corda nello zaino. Un tratto della via normale alla Croda Negra presenta una cengia esposta ed è meglio essere prudenti.
Al Col Galina c’è una sola pista da sci aperta, l’unica che qui sono riusciti ad innevare artificialmente. Passiamo nelle vicinanze e proseguiamo seguendo una traccia che va in direzione Averau fino al cartello che indica la nostra cima e qui deviamo.
Ora nevica, ma sono fiocchi risicati, piccoli e ghiacciati. Capiamo che le previsioni dicevano il giusto annunciando a terra due o tre centimetri a fine perturbazione.
Impossibile trovare il sentiero su questo tipo di terreno ghiaioso, ma intanto ci alziamo dopo avere calzato i ramponi che ogni tanto stridono sui sassi e guadagniamo quota fino ad arrivare alla cengia, il cui aspetto ci suggerisce di legarci per procedere in cordata.
Il vento iniziale è calato, nevica appena un po’ più di prima e la visibilità è assai scarsa, ma l’ambiente trasmette sensazioni intense. Stiamo giocando a fare gli alpinisti. Ed è divertente.
Da quando sono in auge le ciaspole moderne e la neve si è fatta meno desiderare, mi sono dato all’escursionismo invernale dimenticando queste sensazioni che è bello riprovare.
Purtroppo ben presto si capisce che anche oggi non toccheremo nessuna cima perché il tempo peggiora e la cengia è il tratto dove c’è più neve accumulata che rallenta la progressione. Avanziamo per un paio di tiri di corda e poi invertiamo la marcia tornando sui nostri passi fino a inizio cengia, dove ci sleghiamo e riponiamo le attrezzature negli zaini.
Ritorniamo verso il Passo Falzarego senza fretta, ogni tanto scattando una foto a qualche cima libera dai calighi, godendo dell’ambiente freddo ma non ostile, della solitudine e di quello che sembra, finalmente, l’inverno tanto atteso.
La strada del Passo è imbiancata, ma non troppo: ci lascerà scendere senza dover montare le catene. Basterà procedere con la prima marcia innestata, come tante altre volte fatto, assaporando la lentezza che insegna l’inverno, quello dei vèci, non quello sclerotico che si vive di questi tempi, sempre di corsa come se si dovesse scappare da qualcosa o da qualcuno. Forse anche da se stessi?
Eravamo partiti dalla pianura con l’intento di godere la montagna e ci siamo riusciti, il giorno prima assaporando una giornata di metà autunno, arrampicando al tepore del sole e con le scarpette ai piedi, il giorno dopo facendo i conti con una giornata di metà inverno, con scarponi pesanti, ramponi e piccozza, neve e freddo, gustando anche quel contrasto stagionale al quale, nonostante qualche piccola dimenticanza fortuita, eravamo preparati. Un condensato di sensazioni diverse, un balzo di due stagioni in trentadue ore.
Che altro dire? Proprio bello questo regalo che ci ha fatto la montagna!
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