Corrispondenze


23 gen 2012, di Maurizio Mazzetto

Del ripartire – 3

CORRISPONDENZE D’AUTORE | PAROLE VERTICALI

L’astrofisico Michel Cassé ha scritto: «Trovarsi nel vuoto è trovarsi a casa propria».
(Chantal Mauduit,
Abito in Paradiso, Edizioni Versante Sud, 2003, p. 99).

Cammino con passo lento, oggi. Me lo sono proposto. Qualcuno sostiene che si deve sempre camminare lentamente. Un giorno l’ho già accennato di ciò dirò e racconterò.

La meta è il Rifugio Petrarca all’Altissima. Ci arrivai già una quindicina d’anni fa, con un paio di amiche. Salimmo, però, dalla Val di Fosse una laterale della Val Senales che sta esattamente dall’altra parte, ad ovest. Allora sì che si camminava veloci! Si era più giovani, più allenati… e un po’ più distratti. E, poi, il tempo a disposizione per l’escursione, in quell’occasione, era poco. Avevamo pernottato, la sera precedente, in una Casera della valle e ricordo che, come pranzo, al Rifugio, consumammo anzi, divorammo l’immancabile “Omelette con mirtilli rossi”. Alla sera della domenica eravamo già di ritorno, in città.

Oggi, invece, ho più tempo e, quindi, più calma. Non solo: posso godere del silenzio e della solitudine. Posso ascoltare di più. Non le chiacchiere degli amici, o delle altre persone, bensì la mia anima.
«E cosa significa: ho perso la mia anima? Significa che non c’è più nessuna membrana tra me e l’altro. La membrana è lacerata. E che cos’è allora l’altro, un tempo l’alfa e l’omega, per me? Rumore» (Peter Handke, La montagna di sale. Una storia di inizio inverno, Garzanti, 2011, p. 101).

Più che altro mi accorgo di ascoltare ancora il flusso dei pensieri, le considerazioni, le preoccupazioni: dovrei, invece, fare il vuoto, se voglio ripartire. Ma, forse, o senz’altro, nei primi giorni è sempre così. Ci vuole un po’ di tempo perché i pensieri se ne vadano, si decantino e si lascino andare. E il camminare costituisce una pratica formidabile per fare ciò. Una pratica straordinaria per ritrovare se stessi. Scriveva, sulle pagine di Intraissass, il nostro Mario Crespan:

«Non abbandonerò il mio cammino. Il quotidiano non porta a nulla, anzi, si struscia su di noi e ci consuma. Finché avrò un briciolo di energia, continuerò sempre lungo cime e creste, rocce e sentieri, valli ed acque, erbe e nevi»
(
Mario Crespan, Ritorni a valle, Luca Visentini Editore, 2011, p. 139).

Camminando si ascolta di più il corpo che la mente, e l’anima ancor più del corpo. Si va, più direttamente, alla ricerca di ciò che qualcuno ha chiamato la “radice del cuore” . Ci si guarda dentro, ci si guarda in faccia, nella propria faccia. È la stessa cosa quando si incontrano due occhi e si guardano dentro e si incontrano e si uniscono.
Mi concentro sui passi e sul respiro. Mi fermo spesso per osservare, senza con ciò distrarmi. Anzi, ciò che vedo
rare persone, qualche animale, soprattutto le acque abbondanti, i prati, le piante, le rocce, le alte montagne, il cielo azzurro di questi giorni mi aiuta a concentrarmi. E a “fare pulizia”, a spazzare la casa.

Qui, tra l’altro, posso respirare meglio. Giù mi pare sempre di respirare con un polmone solo (o sarà vero?). Qui inspiro di più, ed espiro ciò che va buttato fuori. Magari definitivamente. Accettando anche le perdite e il vuoto, in cui nessuno vorrebbe stare.

Non si può
misurare la perdita, il vuoto
non ha confine né tempi.

(Michele Ranchetti,
Verbale, Garzanti, 2001, p. 53).

Apprezzo di più le soste, le sospensioni, le attese. Imparo ciò che dovrebbe valere per ogni giorno: non passare da una cosa ad un’altra, da un’attività alla successiva, senza collocare un momento d’interruzione; senza ritemprare le forze, riequilibrare le risorse, ridefinire gli obiettivi; senza accettare i limiti e le incompiutezze; senza, infine, chiedermi più spesso: dove voglio andare? Cosa o chi sto cercando?

Ho con me, ora, il libro che raccoglie i post di Mario. Ogni tanto mi fermo, leggo, con piacere, un capitolo. Quindi riparto.
«E infine toccare la vetta grazie a un sentiero di ricerca condotto sul filo di una progressiva e reciproca comprensione interiore, uomo e montagna alla pari, in un’alternanza di entusiasmi e scoramenti. Come accade con i nostri simili, come accade con gli animali e perfino con gli alberi, se siamo capaci di ascoltarne la voce nel fremito corale di foglie e fronde, o nel semplice contatto del cavo della mano con la corteccia» (Mario Crespan, Ritorni a valle, Luca Visentini Editore, 2011, p. 96-97).

Quel “filo” stanno cercando i miei passi.

Così arrivo al Rifugio, che trovo aperto. Lo oltrepasso, per raggiungere il vicino Passo Gelato, per ammirare, di là le vette della Val Venosta, di qua gli immensi lastroni di granito di Cima Fiammante, ma soprattutto per starmene tranquillo, scostandomi un poco.

Poi ritorno, ponendo speciale attenzione alle rocce, alle loro composizioni, variazioni, peculiarità, ai colori, ai lineamenti, alle fessure. E fermandomi più spesso, esitando nelle frequenti soste, ho la possibilità di conoscere la montagna da diversissimi, infiniti potremmo dire, punti di vista. Ognuno di esso mi rivela qualcosa: un intaglio nascosto, una roccia più sporgente delle altre, un albero prima non visto.

Il vuoto il rimettere a nudo l’anima permette di ampliare i punti di vista, rilevare nuovi percorsi, seguire strade finora inesplorate, raggiungere confini sconosciuti.

«Ora so che la partenza e l’arrivo sono due pretesti e un solo ingombro. Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine esposta, inservibile alle mete» (Erri De Luca, Pianoterra).

:-[i]-:
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  • Giulio
    Finalmente, Maurizio!
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