CORRISPONDENZE D’AUTORE | PAROLE VERTICALI
Mi trovavo, in quel giorno, a discendere la foresta dell’Amiata, dopo essere salito sulla cima del Monte.
In un momento di sosta, con una splendida luce che filtrava tra i faggi e i castagni, mi metto ad osservare le foglie cadute in un piccolo ruscello. È un momento di quiete. Di silenzio. Di ascolto. Poiché tutto parte dalla natura, dal suo manifestarsi e dal suo svolgersi: dall’inizio alla fine, dalla nascita alla morte. Le foglie morte sono destinate a marcire, a tornare alla terra e, così, a diventare humus. Per una nuova vita.
Nuove foglie cadute stanno arrivando, portate dallo scorrere dell’acqua: si uniscono alle altre, che già stanno in una piccola pozza.
Si portano spesso ai margini della pozza: è lì che l’acqua le spinge, e loro si lasciano condurre.
La loro faccia è rivolta al sole, mentre la parte retro viene bagnata dall’acqua del ruscello.
Mantengono, però una certa distanza le une dalle altre, in modo che nessuna sia sottoposta, o sovrapposta, alle altre.
Alcune di esse amano stare aggregate, altre se ne vanno, ben distinte dalle sorelle, solitarie.
Molte si addensano là dove il corso d’acqua, in prossimità di uno scalino, fa un salto verso una pozza più grande, e anch’esse son pronte a saltare; rare restano nelle pozze più piccole.
Il percorso di tutte, idealmente, potrebbe finire nel mare, portate lì dalla corrente dei fiumi; ma per la gran parte di esse il destino è di diventare humus, a beneficio dei microrganismi del torrente.
Le foglie si fanno portare dall’acqua, leggero è il loro andare.
Modellate dal tempo e dallo spazio, possono assumere forme diverse.
Sempre pronte ad un nuovo tratto di torrente, sono aperte al futuro.
Talora, sono capaci di ‘fare un passo indietro’.
Quando trovano ostacoli definitivi, sanno anche fermarsi.
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«Fermarsi non è (sempre) sinonimo di fine. Può costituire un nuovo inizio.
Dal finestrino del treno per Tokyo, nella direzione opposta a quella del giorno prima, di nuovo videro il Fuji imbiancato dalla prima neve.
“Oggi che non ci sono le nuvole, si riesce a vedere fino ai piedi della montagna.”
“Però senza le nuvole, quella poca neve attorno alla cima non ha niente di speciale.”
“Davvero…?” disse Utako, sfiorando come per caso la mano di Jiro. “Non sarà perché l’abbiamo già vista ieri? Anche il monte Fuji, se lo guardi troppo a lungo, perde il suo fascino.”
Jiro capì che Utako sentiva avvicinarsi la separazione.
“Grazie di avermi portata, mi ha fatto bene. Ora forse comincerò a rimettermi in sesto.”
A queste parole, in cui Utako aveva concentrato tutte le sue forze, un’ombra passò sul viso di Jiro.
“Dico davvero” insisté lei, prendendo la mano di Jiro tra le sue.
Jiro continuò a guardare la prima neve sul Fuji.»
Yasunari Kawabata, Prima neve sul Fuji (1952)
Tutto è provvisorio e precario. Tutto potrebbe svuotarsi di valore e di passione. Anche nelle relazioni.
Ma perché non scoprire anche il brivido della bellezza che attraversa ogni cosa e intravvedere quel bagliore di luce che ha bisogno delle ombre per essere non solo più reale ma anche più risplendente: se le nuvole non ci fossero sul Fuji, e se lo sguardo su di esso fosse eterno, il monte non sarebbe così bello e così attraente per i nostri occhi (…e per i nostri piedi).
Hokusai che – come sappiamo – dipinse il Fuji infinite volte, lo aveva capito.
Siamo immersi nella caducità, nella mescolanza di luci e di ombre, di entusiasmi e di delusioni, di vittorie e di sconfitte.
«“Io ero ancora una bambina, non capivo nulla” ripeté Utako, e aggiunse: “Però è vero, avrei dovuto suonare il flauto insieme a te. È perché non l’ho fatto che le cose sono andate a finire così”.»
Fare le cose insieme (…come andare in montagna; o suonare il flauto): ciò, forse, permette di attraversare le prove della vita (comprese quelle conseguenti alle devastazioni belliche, di cui si parla nel racconto di Kawabata).
Insieme si può anche fermarsi, come le foglie, e morire, accettando la fine di tutte le cose. Insieme, verso l’alto (o il basso?), si può andare.
«E in silenzio conseguire la consapevolezza del superfluo, la nobiltà dell’appartarsi, il culto misurato dell’assenza, il pudore dei segreti che fanno paura (Fabrizio de Andrè e Ivano Fossati, Khorakhanè, in Anime salve, 1996). Lasciando in un canto la morte, che pur sempre ci accompagna dal mattino alla sera (ibid.) attraverso gli occhi, amati, di qualcuno.»
Mario Crespan, Ritorni a valle, Luca Visentini Editore, 2011, p. 142
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