CORRISPONDENZE D’AUTORE | SOSTA MOBILE
A Genova il giornalaio o edicolante è spesso chiamato “giornalista”. Analogamente, un normale bancario, impiegato di un normale istituto di credito, è definito “banchiere”.
Ciò premesso, ecco quindi Claudio, “banchiere” della montagna e bandiera del CAI. Nell’ambiente genovese della montagna Claudio è conosciutissimo, avendo partecipato e contribuito alla nascita ed alla crescita delle due scuole di alpinismo attualmente esistenti; ha inoltre arrampicato con i migliori alpinisti liguri.
Occupiamoci però di elementi importanti e andiamo così a parlare della fisiognomica di Claudio.
Il suo volto può essere esaminato di profilo oppure di fronte: in entrambi i casi i riferimenti a luoghi e persone sono precisi e puntuali, ancorché inquietanti.
Se infatti lo guardiamo di profilo, i lineamenti rimandano inequivocabilmente alla cresta di Peuterey, con il labbro superiore che richiama il Pic Gamba, il baffo opulento simile ad una cengia erbosa e soprattutto il naso che svetta proprio come l’Aiguille Noire.
Quando invece l’impatto è frontale, non c’è storia. Claudio non sembra Lando Buzzanca; lo è. Occhi rotondissimi, alla faccia del superlativo geometrico, molto vicini tra di loro. Occhi vivacissimi, sopra baffi sontuosi e sotto un crine appena appena brizzolato sulle tempie – anche se Claudio non è più pivello da molto tempo.
Il “banchiere” è poi noto per la sua inesauribile e corrosiva vena di “mena – belino”, il cui significato in italiano lascio alla fantasia dei lettori. Lui ha alcune vittime predestinate e consenzienti, in primis il geometra e il giardiniere, che ancora non conoscete. Entrambi gli sono amici da sempre; amici di panini e di vette, amici veri coltivati e mantenuti in tanti anni di frequentazione montana e non solo.
Claudio ha tenuto a battesimo centinaia e centinaia di neofiti appassionati e non. Tanti ne ha portato in giro sui monti, e tutti lo ricordano con affetto, gratitudine ed ammirazione.
Mai che scarti qualcuno o che sia selettivo nelle scelte dei compagni di cordata; nessuno è troppo debole per impedirgli di legarsi con lui. Ha letteralmente condotto in vetta imbranati totali ed irrimediabili scoppiati. E tutti ne parlano ancora oggi, a distanza magari di alcuni lustri.
Garbato, educato, rispettoso, attento nelle manovre come lo è sempre agli umori ed agli amori di compagni ed amici.
Sempre presente ed attivo nella vita del CAI, credo sia l’unico direttore di gita sociale che ne abbia fatta una sul Cervino per la normale svizzera.
Adesso dice che è stanco, che non ha più voglia di salite impegnative; preferisce cercare vette sconosciute, ché tanto quelle note le ha scalate tutte e più volte; così parte per monti mai sentiti, citati quasi per sbaglio anche sulle “bibbie” CAI, nell’Appennino come sulle Alpi Marittime e Liguri, senza ovviamente tralasciare Cozie e Graie.
Come risulta ormai evidente, è dotato di entusiasmo infinito per la montagna in tutti i suoi aspetti. Profondamente genovese, radicato nelle tradizioni e nel dialetto, non perde occasione per contribuire alla divulgazione della vera “cultura della montagna”. Essendo lui credente, mi permetto di aggiungere con pensieri, parole ed opere.
Ogni tanto, ma solo per legittima difesa, controbatto i suoi sfottò, ricordandogli di quella volta quando mi scartò alla selezione del corso di alpinismo. Allora lui mi scruta, con quello sguardo furbetto e luccicante, dicendomi «Beh, ogni tanto si sbaglia!»
E in quel preciso momento, mi sembra di rivedere Lando Buzzanca nelle scene chiave del Il merlo maschio o de L’uccello migratore.
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